"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



giovedì 14 gennaio 2016

THE BIG BRASS RING: ORSON WELLES E DAVID BOWIE (parallelismi impossibili fra due artisti incommensurabili)

THE BIG BRASS RING: ORSON WELLES E DAVID BOWIE

(parallelismi impossibili fra due artisti incommensurabili)

 

1. Un incipit interrotto.

Questo post doveva intitolarsi: “69: note minime accidentali bowiane intorno a un numero” e lo ho iniziato il 9 gennaio 2016.
Cominciava così.

 

Il giorno 8 gennaio 2016 David Bowie ha compiuto 69 anni e ha pubblicato Blackstar ([1]).

 

Il giorno 8 gennaio 2016 ho cominciato a leggere David Bowie ouvre le chien, di Jérôme Soligny ([2]).

 

Il numero 69 ([3]) è più affascinante di una parola palindroma. Basti pensare alla hendrixiana “If Six Was Nine” ([4]).
Più – forse? – seriamente, questo numero evoca graficamente, o è la riflessione aritmetica, di yin e yang.

 

Si parla, dunque, di opposti e di specchi.

 

La mia formazione accademica è stata forgiata da grandi Maestri e, anche, da dubbi che si sono rivelati fondamentali.
La base di ogni, ogni, mia lettura mia ricerca, mio approfondimento è ormai da decenni la seguente: trova e apprendi la regola, soltanto dopo potrai affrontare le eccezioni ([5]).

 

 

2. Una prosecuzione a due voci.

Qui si interrompeva il testo, e – indipendentemente dalla morte di David Bowie – il suo sviluppo è diverso per due ragioni: un pensiero interrotto a metà non lo ho più recuperato, il giorno 13 gennaio 2016 mi è passato per la mente l’impossibile parallelismo.

 

Prima, però, una precisazione: il libro di Soligny è molto interessante, ma leggerlo come testo di base per conoscere David Bowie è sconsigliato, in quanto esso non offre certezze, bensì presuppone altre e più ferme opere dedicate all’artista britannico per mettere anche in dubbio alcune date, alcune note tecniche, eccetera. Insomma, esso è un buon indice del fatto che anche grandissimi artisti non sono definibili e “sicuri” come regole immutabili, a partire dal fatto che persino loro si sono sempre dimostrati insoddisfatti di se stessi.

 

Orson Welles: nato il 6 maggio 1915 a Kenosha (USA), morto il 10 ottobre 1985 a Hollywood.
David Bowie: nato l’8 gennaio 1947 a Londra (Regno Unito), morto il 10 gennaio 2016 a New York (USA) ([6]).
Pur non considerando gli indici dell’aspettativa di vita, per cui almeno un lustro in più d’aspettativa sarebbe attribuibile a Bowie rispetto a Welles, è evidente che il primo nell’aspetto avesse una cera ben più sana del secondo.
Dunque, sin da subito l’apparente vicinanza di età alla morte fra questi due figure – per le quali anche sinonimi come colossi, giganti, titani e simili paiono insufficienti – si risolve in un dettaglio numerico ([7]).
Due opposti dunque? Forse non proprio.

 

Il titolo, quello nuovo e definitivo, di questo post è quello di un film non realizzato da Welles (molto rimaneggiato, apparve nel 1999 ([8]): per la sua incomprensibilità in Italiano, esso è stato tradotto con La posta in gioco ([9]). L’anello non è più piccolo ma è grande: dunque è una ricerca, una “quest” per l’eccellenza ([10]).

 

Che Welles e Bowie fossero due ambiziosi è indubbio.
Che le loro carriere per certi versi siano opposte anche: Welles alla prima regia è in vetta alla cinematografia in termini sicuramente qualitativi, David Bowie deve faticare molti anni prima di un successo “da classifica”.
Opposti, allora, come il 6 e il 9.

 

Specchi: dove si riflettono ([11]) immagini e personalità, non lo spirito delle persone complesse.
Nella stanza degli specchi si svolge una memorabile scena di The Lady from Shanghai diretto e interpretato da Orson Welles ([12]).
A David Bowie, cui è sempre stato stretto (pur se ancora utilizzato – e “autorizzato” – nel recente cofanetto [ Five Years 1969-1973 ] da Ray Davies) il soprannome “camaleonte” ([13]) in quanto questo animale cambia sì, ma non per distinguersi, certo non sono mancate molte personalità di scena e quanto a specchi basti rammentare la famosa immagine riflessa, che non è quella che ad esso si pone di fronte ne The Man Who Fell To Earth di cui Bowie è protagonista ([14]).

 

Overbudget: il più famoso per David Bowie fu quello per le scenografie del Diamond Dogs tour. Per Orson Welles essi non si contano.

 

Progetti incompiuti. Wikipedia dedica un capitolo ai film incompiuti o semplicemente sceneggiati di Welles, ne ricordo tre: Don Quixote, Heart Of Darkness e The Little Prince/Le Petit prince (incidentalmente: andate a riguardare la copertina di Reality di David Bowie).
I progetti incompiuti di David Bowie sono più semplici da identificare se si procede con un elenco di canzoni registrate e non pubblicate ufficialmente o in alcun modo pubblicate: per tutti valga l’album Toy e gli ultimi cinque demo di cui parla Tony Visconti come possibile seguito di Blackstar ([15]).

 

Fratelli: un fratellastro da parte di madre per David Bowie: Terry Burns, considerato malato di mente ([16]).
Un fratello per Orson Welles, dichiarato schizofrenico: Richard Ives detto Dickie ([17]).

 

Ecco allora il minimo comun denominatore di due artisti diversi sin dal rispettivo aspetto fisico (invero irrilevante per la loro fama mondiale): l’ottenimento del big brass ring o del Saint Graal ([18]): il premio ultimo, certo dotato anche di un enorme potere.
Per entrambi però esso alla fine si rivela non essere altro da sé, bensì solamente l’opera d’arte ultima siccome definitiva e assoluta anche per il suo autore, non pago di tutto quanto egli ha già creato.

In fondo, sia Welles sia Bowie affermavano la possibilità dell’uomo di essere super, anzi di poter aspirare financo allo status di Supergod, ahimè mortale come tutto.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Suo ventiseiesimo album solista di studio. 25 sarebbero calcolando quello intitolato The Buddha of Suburbia una colonna sonora.
[2] Paris, Editions La Table Ronde, 2015.
[3] Astenersi spiritosi per forza.
[4] Che risale a quando Bowie era ancora un giovane artista di belle speranze o poco più.
[5] C’era a questo punto una lunga nota fuori testo che ho eliminato, probabilmente l’avrei eliminata comunque.
[6] L’eventuale luogo accidentale di morte diverso per Bowie non rileva in quanto accidentale, appunto.
Rilevano invece le città, opposte fra loro oggettivamente per entrambi e soggettivamente almeno per l’artista britannico. Come ricordai in un vecchio post, Los Angeles è la città che dice “fuck me”, New York la città che dice “fuck you”; ma per Bowie la metropoli californiana fu quasi fatale, mentre Gotham City divenne una sorta di seconda patria.
[7] A meno di addentrarsi nei dettagli cabalistici, non è materia che sono in grado nemmeno di accennare.
[8] https://en.wikipedia.org/wiki/The_Big_Brass_Ring
[9] Si veda il volume contenente la sceneggiatura nella versione italiana: O. Welles, La posta in gioco, Genova, Costa & Nolan, 1989, la spiegazione del titolo alla pagina 10 e anche https://en.wikipedia.org/wiki/Brass_ring.
[10] Invero già nella sua dimensione normale in Inglese si parla di brass ring come sinonimo di primo premio .
[11] Jean Cocteau: “Les miroirs feraient bien de réfléchir un peu plus avant de renvoyer les images” (da Le sang d'un poète).
[12] E da Rita Hayworth, allora sua moglie.
[13] Tutto nasce con l’uso del termine da parte sua nel testo di “The Bewlay Brothers”?
[14] Regia di Nicolas Roeg e sceneggiatura di Paul Mayersberg (autore anche per Merry Christmas Mr. Lawrence).
[15] Secondo una ben nota teoria, l’ultima canzone (rectius registrazione della medesima) in un album di David Bowie suggerisce lo stile musicale dell’album successivo.
[16] “Bowie’s maternal half-brother, Terry Burns, was a substantial influence on his early life. Burns, who was 10 years older than Bowie, had schizophrenia and seizures, and lived alternately at home and in psychiatric wards; while living with Bowie, he introduced the younger man to many of his lifelong influences, such as modern jazz, Buddhism, Beat poetry and the occult .In addition to Burns, a significant proportion of Bowie's extended family members had schizophrenia spectrum disorders, including an aunt who was institutionalised and another who underwent a lobotomy; this has been labelled as an influence on his early work”.
Si veda: https://en.wikipedia.org/wiki/David_Bowie da cui queste righe sono tratte.
[17] “From babyhood on, Dickie was treated as a moron, particularly by his father, who mocked his stammer and nurtured an abiding hatred for his eldest son and namesake. Denied the approval – never mind the love – lavished on Orson, who was coddled and groomed as a prodigy, Dickie was eventually diagnosed as schizophrenic. At age 23, they locked him up in not exactly the most comfortable of institutions for the insane and locked up he stayed for ten long years.”
Si veda https://www.openlettersmonthlyarchive.com/olm/the-prodigal-brothers da cui queste righe sono tratte.
[18] Bowie riferiva il suo interesse per il Terzo Reich anche alle ricerche del Graal portate avanti su ordine di Hitler. 

martedì 5 gennaio 2016

INVESTITORI, SPECULATORI E RISPARMIATORI (Tombstone series – 31)


INVESTITORI, SPECULATORI E RISPARMIATORI
(Tombstone series – 31)

 

Quando un investitore dichiara di essere “un risparmiatore e non uno speculatore” è perché egli/ella ha sbagliato l’investimento e, probabilmente, non sa distinguere nemmeno fra breve e lungo periodo.
Ovvero: l’abbaglio dell’albero degli zecchini d’oro continua a mietere vittime.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 29 dicembre 2015

LEMMY KILMISTER (Sketches series - 25)



Personal insignias


LEMMY KILMISTER
(Sketches series - 25)

 

Strana traiettoria quella di Ian Fraser “Lemmy” Kilmister.
Si dovrebbe comprenderlo leggendo un qualsiasi buon profilo biografico ([1]).
Un ex roadie, nato nell’anno della fine della seconda guerra mondiale, dopo qualche esperienza di seconda linea approda, come bassista, nel 1972 a un gruppo per lo meno di buona popolarità ([2]) come gli Hawkwind.
Il resto dovrebbero saperlo tutti quelli che stanno leggendo queste righe, se non fosse che: sono passati decenni, le logiche musicali con il punk un poco si sono modificate, eccetera.
 

Dunque, a parte il mistero sul suo abbandono o la sua espulsione dalla band dopo aver cantato nella registrazione della loro canzone più nota, “Silver Machine” ([3]), e nel 1977 una situazione “alla Mott The Hoople” della sua nuova e definitiva formazione: i Motörhead, tutto potrebbe finire come per molti: una navigazione più o meno a vista, e un dimenticatoio che un bacino artistico ben più ampio di quello italiano come è quello britannico (peraltro comunicante con il “vaso nordamericano”) avrebbe per lo meno propiziato.

 

Invece, succedono altri eventi: effetto punk, effetto un genere musicale inesistente come è quello della Testadimotore ([4]) dunque capostipite (ma senza epigoni per diverso tempo), effetto NWOBHM ([5]), vedete voi.
Captain Sensible ([6]) ricorda ([7]) come Lemmy suonò con loro in qualche concerto quando Brian James lasciò la quasi “sua” creatura The Damned ([8]).

 

In conclusione, Lemmy e Motörhead approdano al 1980 e hanno successo commerciale, preceduto dall’eccellente album Overkill e dal suo successore (più fortunato nelle vendite) Bomber, con quella che poi diventerà una canzone culto per il suo perfetto connubio fra testo e musica, per lo meno nel senso che può essere eseguita con successo da quasi chiunque ([9]) e può essere canticchiata in stanza da bagno e per la circa metà dell’umanità (quella maschile) conoscerla diviene una sorta di patente di legittimità comportamentale a tutto o quasi: mi riferisco a “Ace Of Spades” ([10]).

 

L’asso di picche e la testa di porco cornuta e incatenata simbolo del gruppo ([11]) diventano così inconfondibili, i bassisti ottengono più considerazione: Lemmy canta e suona quale frontman di un trio.
Lemmy sembra immortale, con ogni e tutti i suoi abusi.

 

La verità è che gli album Ace Of Spades e Iron Fist (sebbene in tono minore del precedente) sono degli album potenti e che reggono il peso degli anni, mentre l’album dal vivo No Sleep 'til Hammersmith che li inframmezza ([12]) diventa addirittura un modo di dire ([13]).

 

La capacità di Lemmy di evitare il cliché metal scontato (ricordo i progetti con Girlschool e Wendy O. Williams dei Plasmatics) e il fatto che egli non “arrivi dal nulla” ([14]), portano a quella fine degli anni ’80 del XX secolo in cui, in una sorta di spensierata accettazione ed emersione del “diverso dalla norma”, anche i Ramones diventano popolari: ed infatti Lemmy scrive “R.A.M.O.N.E.S.” per i quattro di Forest Hills (e la esegue anche dal vivo con i Motörhead).

 

Nella decade successiva tutto diventa americano: Per i successivi 25 anni Lemmy Kilmister vive a Los Angeles ([15]) e si gode, senza eccessivi sciali, una carriera comunque costruita su basi solide che ancora si declina con Motörhead.
Egli è riverito come una leggenda vivente da una scena che è talmente zigzagante da essere incontrollabile: basta considerare il parterre de roi che affolla il precitato documentario Lemmy, le divisionen più o meno corazzate di giovani (giovinastri?) che esibiscono cinture a cartucciera e/o incroci improbabili di stivaleria che sta fra le pianure verdi del west ottocentesco e quelle più piovose di una blitzkrieg autunnale europea.

 

Rammento un’esibizione del 2007 della Testadimotore al Festival Jazz di Montreux (Confederazione Elvetica) ([16]). Sorta, se si vuole, di celebrazione definitiva.

 

Ma evidentemente i conti si pagano: non mi dilungo sulla salute di Lemmy, certo è che quando sui “social network” è arrivata la notizia del suo settantesimo compleanno il 24 dicembre 2015 essa sembrava quasi miracolosa, date le cancellazioni di concerti dello stesso anno per motivi, appunto, legati al suo non star bene.

 

Questo post è soprattutto per chi, da domani, userà una canzone dei Motörhead come suoneria di sveglia: un amico diceva di averlo fatto, più di 30 anni fa.

 

 

                                                                                                                     Steg

 

 

 

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[1] Probabilmente dovrete leggerne qualcuno e raffrontarli.
[2] Impossibili i paragoni fra decadi: basta che voi raffrontiate quante copie vendute occorrevano per un disco d’oro nel 1970 e quante ne occorrono oggi.
[3] Ne esiste anche una versione cantata da Billie Ray Martin.
[4] Il nome sembra riferito al tossicodipendente da anfetamine; la umlaut sulla seconda “o” un evidente omaggio a una sua passione per la militaria tedesca, prevalentemente della seconda guerra mondiale.
[6] Membro fondatore di The Damned.
[7] Nel film documentario intitolato Lemmy.
[8] Tuttora esistenti.
[9] Ma fate attenzione alla versione che trovate come seconda canzone nel secondo CD della versione expanded dell’eponimo album: manca qualcosa oppure c’è troppo. Un po’ come accade per una prima versione di “Pretty Vacant” dei Sex Pistols, per chi conosce questa canzone.
[10] Fra l’altro il verso “You know I’m Born To Lose” e il motto derivato: “Born To Lose/Live To Win” evocano una canzone de The Heartbreakers di Johnny Thunders, aggiungo pubblicata su disco da Track Records, cioè il produttore anche di Jimi Hendrix.
[11] Usualmente si parla di war-pg o di snaggletooth.
[12] Ma non si esibirono a Londra,
[13] Rammento le magliette della crew di Siouxsie and the Banshees durante il loro tour estivo del 1981: questo sì fece tappe a Hammersmith.
[14] Ricordo una cover di “Louie Louie”.
[15] Come noto: Los Angeles dice “fuck me”, ma a che prezzo?

martedì 22 dicembre 2015

MANIC STREET PREACHERS (INTORNO AI) E CAPACITA DI NON INVECCHIARE INTELLETTUALMENTE


MANIC STREET PREACHERS (INTORNO AI)
E CAPACITA DI NON INVECCHIARE INTELLETTUALMENTE

 

Ho rischiato più volte di invecchiare intellettualmente. Probabilmente se si supera la prima, almeno nelle successive si sa cosa si sta affrontando.
 
In certi casi il pericolo è celato nel suo apparente opposto: ci si crogiola in (con) una pretesa patente di eterna freschezza intellettuale, mentre si sta scivolando nel macchiettismo di imminente status di reduce (per definizione esso è a vita).
In massima sintesi: il punk (leggasi: l’ancora ascoltatore di musica classificata come tale) a senso unico con pancia e calvizie è triste come il beatlesiano.
 
La monomania non aiuta: se è vero che “la gioventù ti lascia/la mamma muore/te restet come un pirla/col primo amore” ([1]), sei pirla anche se leggi soltanto il fumetto Tex e niente altro, indipendentemente dall’anagrafe e dallo stato di famiglia, tanto per dire.
 
Fra pirla ed incostante ci sono molte possibilità. Anche quella di mettere in cantina per sempre il proprio entusiasmo.
I Lost Boys non hanno famiglia? Forse, ma anche quando ce l’hanno essi rimangono ragazzi senza cantine inaccessibili, in quanto continuano a visitarle ([2]).
 
Con sufficiente (non necessariamente adeguato) spirito di conservazione dunque sono arrivato – sotto i profili musicale e intellettuale – al 1992 e al 1994, come ho già scritto in questa sede, dunque in prima e seconda battuta ai Manic Street Preachers.
 
In una prospettiva barrie-ana, quella che è legge nei Kensington Gardens, due anni di scarto anagrafico, in più o in meno, fra persone sono una generazione.
Ebbene, con il punk io mi sono sempre sentito fratello minore ([3]).
 
L’unica affinità anagrafico-intellettuale l’ho provata con i Manic Street Preachers.
Come se lo scambio di informazioni fosse biunivoco. Lo so, non lo è.
 
Sotto il profilo musicale, i quattro (per me e molti sono quattro, sempre) gallesi hanno avuto la capacità – rara – di utilizzare dei generi per raccontare.
Ehi: testo E musica, non testo e una mucillaggine alla chitarra o al pianoforte. Che ne pensate?
 
Che dire poi del gioco, degli “eroi” di 430 King’s Road, dei riferimenti senza troppe spiegazioni? Anche questo ripreso senza copiare dai quattro gallesi.
 
Dunque non mi stancherò mai di ascoltare i Manic Street Preachers, alternando rabbia da disilluso e spavalderia da seguace senza rimpianti di Peter Pan.
 
E ho sempre due o tre loro magliette pericolose (anche solo per la reputazione di chi le indossa), come quelle (ho anche quelle) di Seditionaries.
 
Quelli che non “stanno belli” sono, dunque e ancora, altri. Non noi.
 
Poi c’è la versione acustica di “Raindrops Keep Falling On My Head”, ma quello è un colpo basso, molto basso e tutti sanno come sono andati a finire (o come vogliamo che siano andati a finire) Buch Cassidy e the Sundance Kid ([4]): non vecchi. Appunto.
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] “Porta Romana bella”, canzone milanese classificata come popolare, pertanto senza autori e compositori ben identificati.
[2] E magari andandoci si accorgono di aver comprato qualcosa due volte, in un eccesso di entusiasmo o di horror vacui.
[3] Da figlio unico, sono felice di mia sorella Siouxsie. Lo ero anche di John McGeoch.
[4] Rispettivamente all’anagrafe Robert LeRoy Parker e Harry Longabaugh.

sabato 28 novembre 2015

“LE LISTE DEGLI ALTRI” (rubrica giornalistica esaltante e dinamica come il rock cristiano)


“LE LISTE DEGLI ALTRI”

(rubrica giornalistica esaltante e dinamica come il rock cristiano)

 

Premessa: questo post non è un seguito ai miei precedenti scritti nel blog sulla inutilità degli elenchi e (l’inutilità) delle 1001 letture/visioni/ascolti/viaggi obbligatori prima di morire.

 

Precisazione: il rock cristiano è sintetizzabile nel tentativo musicale di coniugare un genere musicale (sarebbe più corretto parlare di rock ‘n’ roll, ma non la ho inventata io la definizione, ed il venire meno del “‘n’ roll” in essa dovrebbe già suggerire qualcosa) che nasce come non conforme alla morale corrente con precetti religiosi della cristianità. Sorta di ossimoro con risultati davvero modesti, che infatti non si ricordano.

 

Nota tecnica: i titoli qui citati non corrispondono (parzialmente) alle mie 10 canzoni, quanto ad un artista (forse due) menzionato e non si tratta nemmeno di uno dei miei cento artisti. In un caso ho optato per non inserire nell’elenco delle non citate in Sette un titolo per evitare di essere considerato inutilmente polemico.

 

Ebbene: c’è una rubrica intitolata “Le liste degli altri”, a cura di Severino Salvemini pubblicata su Sette ([1]) che trovo veramente desolante. Speravo migliorasse ma non è così.

Essa consta di un breve profilo dell’“altro” di turno e la sua lista delle 10 canzoni ([2]) che “hanno accompagnato (o segnato) la sua vita”.

 

Se la memoria non mi inganna, non ho mai rinvenuto in una delle liste non dico, a scelta: “Holiday in Cambodia” (Dead Kennedys), “No Fun” (The Stooges) “Celebrai” (Alberto Radius) o “Diversi” (Prozac +), ma almeno “Everyday Is Like Sunday” (Morrissey) o “Old Friends For Sale” (Prince).

Convinti di essere moderni (ormai diversi degli intervistati sono più giovani di me, dunque “c’è anche il ‘grunge’”), forse – forse, gli stilatori delle liste citano canzoni banalotte di artisti che anche hanno interpretato (e magari anche composto e/o scritto) opere degne di passare per lo meno alla cronaca musicale più alta.

 

“E il jazz?” potrebbe domandarmi qualcuno. Rispondo che non ho visto menzione: di Albert Ayler, di John Zorn o (se è anche jazz) di James White/Chance.

 

Risultato, non voluto: la superfluità e staticità della rubrica, proprio come il rock cristiano. E forse anche come la media culturale italiana.

 

Insomma, “Frankie Teardrop” (Suicide) era, è e sarà sempre ignota alla rubrica.

Probabilmente è meglio così, perché “non le canzoni illustrano gli uomini, ma gli uomini le canzoni” direbbe Niccolò Machiavelli.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Periodico del Corriere della sera abbinato al numero del venerdì.
[2] L’espressione impiegata è “brani musicali”; ma allora sarebbe corretto scrivere “opere musicali” (si veda la legge n. 633 del 22 aprile 1941).
Peraltro, che senso ha parlare di corpus mysticum quanto di ognuna non sono indicati gli autori e compositori, ma solo gli interpreti (ed allora si è nell’ambito del corpus mechanicum)?

venerdì 27 novembre 2015

AI MALATI DEL BLACK FRIDAY (Tombstone series – 30)


AI MALATI DEL BLACK FRIDAY
(Tombstone series – 30)

 

“Comperate, comperate: ma state attenti: la sedia elettrica non è un elettrodomestico” (Marcello Marchesi, Diario futile di un signore di mezza età, 1963).

 

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PER GLI 80 ANNI DI WOODY ALLEN (Tombstone series – 29)


PER GLI 80 ANNI DI WOODY ALLEN
(Tombstone series – 29)

 

Ho incontrato Woody Allen solo una volta.

 

Ricordo che, purtroppo, i taglierini al prosciutto non erano un gran che. D’altronde Le Cirque stava traslocando e si ripiegò sul Harry’s Cipriani.

 

Eravamo, comunque, tutti più giovani.

 

 

                                                                                                                        Steg

 

 

 

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martedì 24 novembre 2015

I BUZZATI E MILANO


I BUZZATI E MILANO

 

Quando, io milanese, vado ai Giardini Pubblici di solito ci arrivo da Viale Vittorio Veneto, entro dal cancello sull’angolo fra Via Manin e i Bastioni, talvolta mi cade l’occhio su una specie di grotta artificiale, era una gabbia, non ricordo per quali animali. Sto dunque attraversando la zona che era lo zoo. Alla fine si arriva a quella spianata con la fontana (vera trappola per le barche dei bambini, 50 anni fa), subito prima c’è ancora sulla sinistra quella che era la vasca piastrellata delle foche, me la ricordo (con tutto il resto dello zoo) dalle visite negli scorsi anni ’60 con mio nonno.

 

Dalla casa di Dino e Almerina Buzzati si sentiva il verso roco e penetrante delle foche ([1]), lo scrisse almeno in una occasione il giornalista del Corriere della Sera.
Uno degli ultimi loro cani si chiamava Diabolik.
Insomma: i Buzzati erano due veri milanesi, sebbene nati in Veneto.

 

È morta “la” Almerina in questa ultima decade novembrina 2015: una signora che ricordo sempre con una treccia di capelli corvini, abbigliamento quasi immancabilmente con pantaloni (amava molto il colore rosso), un passo corto ma abbastanza spedito. Qualche volta ci si incrociava fra i corridoi del supermarket di Viale Piave, in un paio di occasioni in un locale vicino a casa sua che non esiste più: beveva birra.
Non le ho mai rivolto la parola per educazione: per parlarle del marito? Per carità: a che titolo?
Pensavo fosse immortale, o meglio che almeno per altri vent’anni la avrei comunque vista da qualche parte.
Oggi ho ripreso fra le mani la mia copia di quel volume ponderoso, postumo, che è Pianeta Buzzati: la mia copia è (o meglio era visto che fu venduto) un envoi a un amico francese che reca la sua firma autografa: molto lineare e non dissimile a quella di suo marito nei tondi e nelle zeta.

 

Comunque, quando passate davanti alla Casa Fontana in Viale Vittorio Veneto, se tendete bene l’orecchio ([2]) verso sinistra, si sentono ancora le foche che chiacchierano allo zoo.

 

 

                                                                                                                                  Steg

 

 

 

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[1] Capitava anche con le foche dell’Edinburgh Zoo, almeno nel 1998, dall’albergo ove eravamo alloggiati. 
[2] Sorde le autorità locali quei Giardini hanno dedicato non a Buzzati, ma a Montanelli.