"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



giovedì 13 settembre 2012

LEONARDO “LEOPARDO” RE CECCONI (il Fangio dei D.J. radiofonici)


LEONARDO “LEOPARDO” RE CECCONI
(il Fangio dei D.J. radiofonici)

 

Se come scrive David Bowie il disc jockey è ciò che suona ([1]), allora credo che non poca e sempre crescente sia la frustrazione nelle radio da diversi (troppi) anni.
I D.J. ormai sono diventati tutti (o quasi?) conduttori, e possono quindi ritrovare la loro vera identità solamente se la loro professione la svolgono nei locali pubblici.

 

La figura del disc jockey (letteralmente fantino del disco) ha avuto alti e bassi ([2]) e probabilmente oggi ([3]) salvo per coloro che davvero amano la musica (penso ai club tematici che poi rischiano di ridursi a “recinti culturali”) in Italia essa non è molto considerata; sarà mia opinione personale, ma Bob Sinclair o David Guetta non possono essere paragonati a Carl Craig (tanto per fare il primo nome che mi viene in mente).
Va un po’ meglio all’estero, ed infatti le stelle dei piatti sono quasi sempre degli stranieri (indipendentemente dalla loro qualità).

 

Bene, e allora?
Allora in Italia la radio in FM (non è mai stata MF, anche se per esteso tutti parlavano di modulazione di frequenza) dal 1975 è stata una rivoluzione culturale di non poco conto: oso dire che prima di Internet essa ha sconvolto, in meglio, la vita di molti, soprattutto di teen-ager e giovani in genere.
Un’esplosione sonora che comincia dal nord e che, a parte emittenti di cui nessuno ricorda mai il nome ([4]), è legata a Radio Milano International, con studi e uffici in Via Locatelli ([5]), in poco tempo dotata anche di nickname: “Oneoone” dai 101 (circa) megahertz su cui trasmette(va).

 

La radio è fatta dai suoi disc jockey, che fra gli scaffali dell’archivio cercano cosa “mettere e passare” durante le loro trasmissioni e con il pacco di vinile sottobraccio – quasi tutti 12”, ma anche qualche 7” ([6]) – vanno in studio ([7]).
Non voglio farvi una storia di Oneoone, bensì farvi capire come funzionavano le cose.

 

Fra le grandi voci dei centouno, il gigante (dal 1977) fu sempre e solo una figura più pallida di un coccodrillo albino newyorkese e magra quanto quei rettili leggendari: Leonardo Re Cecconi, a tutti noto come Leopardo e che aveva come personal jingle ovviamente un ruggito. Senza dimenticare il doppio fischio seguito da un “ragazzi!” che lo accompagnava nei suoi intercalare ([8]).

 

A parte il fatto che lui era già incredibile quando trasmetteva il soul, fosse esso di plastica (cioè la disco) o genuino, Leopardo faceva il crossover tentando di allargare i gusti degli ascoltatori.
Ecco che quindi che riesce ad entrare in classifica d’ascolto ([9]) una canzone come “Trans Europe Express” (“Europa” nella versione tedesca) dei Kraftwerk.
Nel 1979-80 fa ben di più: il titolo della trasmissione, pomeridiana, non cambia, ma dentro si permette di inserire “A Forest” di The Cure e anche i Joy Division e, non meno significativo, “A Love Supreme” di John Coltrane.
Nei suoi racconti per gli ascoltatori ci sono anche quelli su WBLS (“In a class by itself”, lo slogan) ovvero la stazione radio più nera di New York City all’epoca.

 

Ecco con Leopardo non si perdeva un minuto, perché tutta la sua trasmissione era uno show.

 

D’accordo, ma che c’entra Fangio?
Juan Manuel Fangio è stato uno dei rari fuoriclasse dell’automobilismo sportivo ([10]) con una peculiarità: era poco “fedele” alle case per cui correva.
Cosi anche Leopardo a un certo punto lascia per la concorrenza e passa a Studio 105: come dire Rivera che passa all’Inter …
 
 
 
Tornerà “a casa” qualche anno dopo, ma ormai è incostante ([11]) e – forse – anche noi non ascoltiamo più la radio come facevamo da ragazzi.
Del resto “le radio” non sono più le stesse, come ho premesso: cominciano ad apparire strane figure di “tecnici” e “responsabili della programmazione”: ovvero il D.J. non va più in archivio a prendere i dischi (o i CD), il D.J. non mette più i dischi sul piatto e i CD sul lettore, il D.J. non abbassa più la testina del braccio e non schiaccia il bottone del laser; da qualche anno ce ne sono anche, di questi che sono solo speaker (cioè letteralmente “parlatori”) che dicono ciò che gli hanno scritto: che tristezza!
 

Leopardo muore di cancro il 22 gennaio 2004, un po’ più che cinquantenne ([12]). Più che la fine di uno stile, sembra la fine di un’epoca intera.



E del ruggente ex studente alla Facoltà d’architettura, leggenda vuole scoperto da Cecchetto, oggi rimane solo qualche “file audio” faticosamente rintracciabile in Internet e delle foto. Un po’ poco, come se non si riuscisse a realizzare una bella compilation, magari un doppio CD, dove far vivere le due sue anime ruggenti: quella più popolare e quella dell’educatore alla buona musica, ovviamente intervallando il tutto con la sua voce.

 

 

                                                                                                                        Steg




 

 
POST SCRIPTUM

Nel novembre 2013 ho trovato, non su You Tube, questa gemma audio: https://soundcloud.com/paoloonline/leopardo-21-11-1979-radio-milano-international . Qui si ruggisce davvero!
 
 


                                                                                                                      Steg

 


 

 

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[1]I am a d.j./I am what I play” (David Bowie, “D.J.” contenuta nell’album Lodger).
[2] Considerate quanto è scritto nell’ottimo blog bowiano Pushing Ahead of the Dame intorno a questa canzone e a questo professionista: http://bowiesongs.wordpress.com/category/lodger-1979/.
[3] Per lo ieri prossimo vi rimando al mio post “Out in Clubland Having Fun”.
[4] Un po’ come quei marchi che non superano l’ambito locale, appunto; ma non per questo sono sinonimo di raffinatezza.
[5] Una brevissima strada traversa di quella Via Vittor Pisani dove vengono girati tanti filmati pubblicitari perché probabilmente è l’unica strada italiana a sembrare … non italiana. Del resto amatori e detrattori dicevano che RMI era la radio più americana d’Italia.
Oggi la sede è altrove, e la radio ha anche cambiato nome.
[6] Ovviamente allora si parlava di disco mix, LP e 45 giri.
[7] Grandi arrabbiature quando qualcuno non ha rimesso a posto i dischi.
[8] Ad esempio era uso dire “questi non portano certo scarpette da ballo” (cito verbatim) per annunciare i Van Halen (se ben ricordo).
[9] La trasmissione del sabato diventava “Soul Train Disco Dance” da “Soul Train” che era nei cinque giorni precedenti. Il titolo era un omaggio ad un classico del Philly Sound.
[10] Chiamiamolo Formula Uno per comodità, ma c’erano anche altre corse, come la Carrera Panamericana o la sempiterna 500 miglia di Indianapolis.
[11] Cosciente delle proprie capacità da tempo tende a preferire il “miglior offerente”. È un dato di fatto: del resto la sua presenza è in grado di rendere popolare anche una discoteca.
[12] Verosimilmente la data di nascita corretta è 1 settembre 1953 (e non 1954 come scritto in qualche suo profilo).

venerdì 7 settembre 2012

BANSHEEIANA – 1 (Edinburgh Clouds, 18 agosto 1978)


BANSHEEIANA – 1
(Edinburgh Clouds, 18 agosto 1978)

 

Non tutti amano gli “occhi come piscine” ([1]).

Qualcuno, e lo ringrazio, è arrivato al mio blog cercando notizie di Siouxsie and the Banshees ([2]). Quello su di loro è probabilmente uno dei due libri che non scriverò mai.
Però è già risaputo da chi frequenta il mio blog che li conosco bene.
 

Senza richieste specifiche, scriverò di loro ciò che mi va, anche perché se non avete letto il post su John McGeoch, forse la vostra passione è non troppo profonda.

Dopo 35 anni porsi l’interrogativo (che appunto qualcuno aveva nel 1977) se sia più carina Pauline Murray (dei Penetration) o Siouxsie Sioux è sterile.
 

Quasi sempre conoscere i propri “idoli” (non nel senso nietzschiano del termine, ma dichiararli “dei” non ne cambierebbe il destino: crepuscolo o caduta, importa?) è una pessima idea.
Vale anche per molto di quello che è argomento di Speaker’s Corner e anche di certi altri blog che cito: artisti che si risolvono in personcine modeste, cui a un certo punto misuri tutto, poi li abbandoni come un fazzoletto di carta usato e ormai inutile e ti dici, una volta in più, che sarebbe stato meglio non andare oltre quello che hanno creato.
 

L’eccezione è questa band, anche ma non solo nella formazione del 1981 in cui tale è il talento che a fianco di The Banshees appaiono quello stesso anno The Creatures e poi, nel 1983 anche The Glove.
Questi erano e sono Siouxsie, Steven, Budgie e John.
 

Non aspettatevi sensazionalismi.
Non sarei arrivato ad avere la loro fiducia se non fossi una persona che vede, ascolta e non racconta.
Parto da quello che avrebbe dovuto essere il mio secondo concerto, ma fu il primo, di molti ([3]).
 

Agosto 1978.
Ho superato l’esame di maturità con 49/60.
Due settimane a Londra. Una bella – per un diciottenne che si è portato da leggere Fiesta di Ernest Hemingway, ma compra numeri arretrati di Zigzag in King’s Road – camera a mansarda al Vienna Hotel.
 

La sera, al Music Machine nella capitale, già suonano “Hong Kong Garden” di Siouxsie and the Banshees.
Infatti, si riuscirà a comprare il 7 pollici prima della data di pubblicazione ufficiale, e al Virgin store di New Oxford Street avrò anche la fortuna di trovare una copia della prima edizione con copertina apribile ed etichette beige ([4]).
 
Leggo sul NME e/o sul MM che S&TB suoneranno un’unica data (sorta di promozione per il singolo di debutto) al Clouds di Edinburgh, il 18 di agosto nell’ambito del festival che annualmente si celebra nella capitale di Scozia ([5]). Una busta, l’importo del biglietto in contanti e il mio recapito dentro, spedisco il tutto.
Così semplice che ricevo il biglietto per posta.
 

Viaggio in treno con un paio di tramezzini e quattro lattine di birra da una pinta ciascuna.
Fa cosi freddo quando arrivo a destinazione che appena apre un pub nelle vicinanze della venue ([6]) ordino insieme una cup of tea e un doppio scotch.
 
Adibisco la predetta casa pubblica a mio quartier generale sino a che comincia a formarsi una discreta coda per entrare.
Per il folklore: si alternano canti di “John Travolta is a bastard” a strofe degli Sham 69 fra gli spettatori.
 

All’ingresso la polizia seleziona con un metodo molto semplice: farfugliano qualcosa, tu rispondi “what?” e se l’alito è troppo alcolico stai fuori a smaltire.
I britannici spesso sacrificano al bere e alla compagnia momenti cruciali. Io sacrifico il bar e opto per una prima fila.

Gli Spizz Oil, un duo che nel corso degli anni cambierà pseudonimo con frequenza ([7]), amici dei Banshees e sotto medesimo management (se ben ricordo), aprono con un’esibizione concisa e veloce, con in testa due caschi di plastica da lavoro: notevoli.

Ma cominciano i problemi: evidentemente il locale non è uso ospitare concerti e così le transenne metalliche cominciano a cigolare, le travi di legno poste in perpendicolare per sostenerle emettono sinistri scricchiolii. Dopo poco un annuncio: o la gente smette di spingere, o niente concerto; miracolosamente il pushing and showing si arresta quasi completamente (tanto che riuscirò anche a scattare qualche fotografia in bianco e nero ([8]) con una Instamatic prestatami dal mio amico Sergio).
 

Quando si abbassano le luci su un palco davvero basso, entrano prima i Banshees, ma Kenny Morris ha un’acconciatura per cui, per un istante, quasi lo confondi ([9]) con un’improbabile Siouxsie senza trucco, lei, buona ultima, dopo alcuni lunghi secondi calca le assi con i suoi sandali con tacchi a stiletto neri che risaltano per via dei calzini bianchi alla caviglia, pantaloni neri strettissimi, una maglietta bianca con annodato ai fianchi un foulard nero e quello spencer in raso/lurex dorato e ampi revers neri già apparso in altre occasioni ([10]).

La set list del concerto è almeno ([11]) questa: “The Staircase (Mystery)”, “Mirage”, “Nicotine Stain”, “Switch”, “Hong Kong Garden”, “Metal Postcard”, “Jigsaw Feeling”, “Suburban Relapse”, “Pure”, “The Lord’s Prayer”, “Helter Skelter”. In sostanza, il repertorio è già quello di The Scream ([12]).
Concerto avvincente e coinvolgente.

Ne uscirò con la mia camicia nera di Boy fradicia, posta ad asciugare sopra l’impermeabile che indosso a torso nudo come una cappa. Più o meno dormo alla stazione ferroviaria, la mattina, è sabato, parto per Londra, vado a Portobello ([13]), la sera sono al concerto degli Ultravox! al Marquee di Wardour Street.

 

Un’ultima cosa: “In Aberdeen… No-one Can Hear You Scream” ([14]): ovvero oggi, 7 settembre 2012, cade il trentatreesimo anniversario dell’abbandono della banda da parte di John McKay e Kenny Morris.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] “Make-Up To Break-Up” di Steven Severin (testo) e Siouxsie Sioux, Steven Severin, Kenny Morris, P. T. Fenton (Musica).
C’è da chiedersi se, dato che ormai i pettegolezzi sono noti, il verso non fosse una dedica di Steven a Siouxsie.
[2] Pare anche del concerto di Torino del 26 giugno 1981, c’ero.
[3] A un certo punto, ho smesso di contarli, non aveva più molto senso.
[4] Davvero raro: solitamente, le etichette - sempre in plastica - erano argentate anche per le copie in gatefold sleeve.
[5] Probabilmente l’evento più noto è il Tattoo.
[6] Badate che allora gli orari di apertura erano letali, soprattutto nelle Highlands.
[7] Il loro più grande successo è il singolo “Where’s Captain Kirk” come Spizz Energi.
[8] Le foto sono piccole, sono leggermente mosse (scattavo con una mano sola), ma se le guardo mi paiono perfette e a colori.
[9] Faccio presente che all’epoca le fotografie di Mrs. Ballion che circolavano in Italia erano nell’ordine di tre.
[10] Usato anche da Steven Severin: il danaro non abbondava. Tanto che al Clouds la parte inferiore della manica sinistra era scucita.
[11] Mi affido alla mia registrazione che, però, è troncata durante “Helter Skelter”.
[12] Che uscirà ufficialmente il 13 novembre 1978.
[13] Dove mi dà buca proprio uno che doveva portarmi delle registrazioni di S&TB.
[14] È il titolo dell’articolo di Sounds del 15 settembre 1979, firmato da Phil Sutcliffe a commento della vicenda. Si tratta del gioco di parole fra quello di un film di fantascienza e quello dell’album di esordio della band.

mercoledì 5 settembre 2012

EFFETTI COLLATERALI DELLE EXPANDED EDITION


EFFETTI COLLATERALI DELLE EXPANDED EDITION
 

Questo è il quarto post sull’argomento ([1]) e credo sarà l’ultimo.
Ma lo reputo necessario.
Il ragionamento non è più culturale o qualitativo, ma culturale e financo sociale.
 

L’anno scorso la crisi economica non era ancora un mostro che faceva paura a tutti, eppure nel forum di Forever Delayed non solo c’erano le lamentele per quella messe di prodotti a caro prezzo proposti ai più devoti sostenitori dei Manic Street Preachers (cui questa agorà elettronica si rivolge), ma anche la dichiarazione di alcuni che a malincuore dichiaravano di non potersi permettere tutto o, peggio (perché gli oggetti hanno valore affettivo), che avrebbero venduto pezzi della propria collezione per comprarsi il “nuovo”.
 

Nel 2012 le edizioni “espanse”, soprattutto quelle più lussuose, ancora prosperano.
Ma quante copie si producono per ognuna? Sempre meno ([2]).
 

Poi ci sono certe gaffe come quella di So di Peter Gabriel (due limited edition in poco più di un anno), i ripensamenti insensati (spieghino a chi è diretto il cofanetto più o meno completista dei Roxy Music orbato dei DVD, posto che dopo i primi quattro album questo gruppo non fu più fondamentale), e così via.
 

Si arriva quindi ai tre titoli di prossima uscita che, per un motivo o per l’altro, mi conducono a queste ultime considerazioni: l’edizione super deluxe del trentacinquennale di Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols, il cofanetto sestuplo di The Velvet Underground and Nico, l’edizione del ventennale di Generation Terrorists dei Manic Street Preachers per la quale si “teme” un cofanetto in aggiunta ad un’edizione in CD tripla. Incredibilmente, il primo titolo appare il più interessante per contenuti ([3]), ma si poteva realizzare una versione un poco meno esorbitante; il secondo sembra destinato ai pigri in quanto il vero fan di The Velvet Underground ha già tutto quanto è offerto al di là di una “pulizia” delle registrazioni tratte da acetati; l’ultima uscita per ora appare misteriosa nei contenuti.
Si badi che sono tre gruppi i quali hanno sempre avuto un seguito molto forte di cui una sua fascia propensa, appunto, a comprare tutto.
 

Il fatto è che, come già accennato, è finita l’epoca delle collezioni di “varianti” e di edizioni straniere in cui non cambia nulla. È finita perché l’economia privata dei collezionisti soffre come quella di tutti gli altri.

 
Ecco allora gli effetti collaterali: rischio di impoverimento culturale, pericolo addirittura di essere guidati nelle proprie scelte.
Chiamo questi effetti collaterali poiché non credo a “disegni” stile 1984 da parte delle imprese fonografiche.
 

Mi spiego: costretti dal proprio budget, gli amanti della musica comprano meno.
Logica vorrebbe che essi eliminassero il superfluo (le nuove edizioni, pur se arricchite, di ciò che già hanno nella propria discoteca) e privilegiassero l’esplorazione di artisti a loro ignoti. Ma il fan propende a fare il contrario: sacrifica il “nuovo” per il vecchio ([4]).
Risultato: perdita qualitativa nei propri ascolti (siano essi orientati al nuovo o al semplice non conosciuto) che tenderanno ad aumentare più lentamente o addirittura a fermarsi; incapacità, anche, di scelte decisionali ponderate.
In altre parole, perdita di indipendenza intellettuale (o culturale se si preferisce) che, sebbene conseguente ad un’incosciente incapacità di scegliere (più grave perché si riferisce a un bene non di mero consumo, o almeno così dovrebbe) non indotta dall’esterno ([5]), rimane comunque preoccupante.

 
Bene, allora la soluzione parrebbe facile: i produttori di fonogrammi semplicemente privilegino il nuovo e vendano quello, magari ristampando anche ciò che non è più disponibile da tempo, contenti loro e contento il pubblico con cervello e gusto che potrà scegliere senza eccesivi crucci economici ([6]). Troppo semplice, appunto.
Al di là delle logiche artistiche “pure” ([7]), esistono delle economie d’impresa spesso ignorate dall’acquirente: costa meno realizzare una deluxe edition di Funhouse di The Stooges, di cui si ha anche modo di conoscere quanto potrebbe vendere ([8]), che non investire su un artista sconosciuto.
Quindi di rimedi non ne scorgo.

 
Chiudo con due titoli di canzoni e una strofa di una terza sulle quali – volendo – potete meditare (preferibilmente ascoltando, appunto, le relative registrazioni):
  • “Ain’t Nothin’ Goin’ On But The Rent” (artista Gwen Guthrie),
  • “Money’s Too Tight To Mention” (artista Simply Red),
  • A cheap holiday/In other people’s misery” (da “Holidays In The Sun”, artista Sex Pistols).

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] I precedenti sono “A proposito di ‘expanded edition’ di album più o meno fondamentali”, “‘The masses against the classes’? Not really (poco distanti dalle ‘expanded edition’)”, quest’ultimo lo tradussi anche in Inglese, e “All, or nothing? (ancora soffrendo per le ‘expanded edition‘)”.
[2] Se penso che nel 1977 una edizione limitata in vinile colorato era tirata in 10.000 copie!
[3] Mi astengo dall’indicarvi quante versioni sono già nella mia collezione.
[4] Si badi che anche il downloading si orienta nel senso delle expanded edition: quindi il tema non attiene solo a chi compra ancora musica riprodotta in supporti fisici.
[5] Chiaramente per chi vende l’ideale sarebbe che l’ascoltatore comprasse tutto.
[6] Ne trarrebbero giovamento anche le biblioteche evidentemente indotte ad acquistare non certo edizioni da decine e decine di Euro di prezzo.
[7] Cioè non dettate semplicemente da ciò che vende come easy listening.
[8] Basta procedere attraverso prenotazioni o anche solo sondaggi in internet.
Capita, però, che ci siano degli errori: vedi il modesto riscontro commerciale dell’edizione cofanetto di Raw Power di Iggy and the Stooges, così come quello non eccelso di un cofanetto comprendente edizioni in vinile e in CD della discografia di The Smiths.
 

martedì 4 settembre 2012

DAVVERO LA MUSICA È RIDOTTA COSÌ?


DAVVERO LA MUSICA È RIDOTTA COSÌ?

 

Premessa informativa: Ruta 66 è la rivista musicale spagnola (probabilmente anche di lingua spagnola) più autorevole che ci sia; accade, anche, che siano molto esperti, appunto, i loro redattori e collaboratori.
Fra le sue penne più celebri c’è Ignacio Julià; egli è forse il nome più celebre all’estero, per un motivo ben preciso: Julià è uno dei massimi cultori, nel mondo, di The Velvet Underground ([1]).
Ebbene, questo giornalista ha scritto un editoriale per il numero 295 (del luglio-agosto 2012) che ritengo sia da sottoporre anche agli Italiani.

 

Mi permetto una sua traduzione in ragione dell’articolo 70 della legge n. 633 del 22 aprile 1941, ovviamente assumendomi la responsabilità per la bontà della traduzione. Parole in parentesi quadra e note sono mie.

 

 

Servire l’assoluto

“Lo leggo e non ci credo. Mi riferisco al vistoso titolo estrapolato dall’intervista con un giovane gruppo musicale nazionale – non farò nomi, la sua opinione riflette il segno dei tempi, la sua musica perita presunzione di validità [qualitativa] – che pubblica il quotidiano spagnolo di maggior diffusione ([2]). Dice così: ‘mettiamo in piedi un gruppo, però avrebbe potuto essere un ristorante’. Quindi, nell’articolo, precisano che ‘la musica è lavoro come l’ufficio’ e che loro sono, glielo ricorda giornalmente il loro commercialista, ‘un’impresa’.

“Se quest’ultima, sebbene addolori, pare una verità indiscutibile, la prima affermazione mi appare il sintomo di una delle molte patologie che oggi affligge la musica, una volta divisa fra il genio singolare di pochi e la rassegnata mediocrità del resto, oggi altro settore sovrappopolato della industria dell’intrattenimento digitale.

“Quanti gruppi risultano in realtà non necessari e tristemente congiunturali? Quante band sono semplice passatempo per giovani oziosi che decidono di sfidare la sorte? Quanti musicisti hanno realmente qualcosa di viscerale trascendente da esprimere e quanti semplicemente lo simulano per vivere per qualche mese l’avventura del rock?

“Diceva il filosofo Paul Tillich, riflettendo su ciò che è l’arte e se sia fattibile o meno discutere riguardo a questioni estetiche, che il criterio in base al quale un’opera d’arte lo è veramente passa attraverso il domandarsi se serve all’assoluto. Tutto il resto – se è apprezzata o meno dal pubblico, se funziona come artefatto commerciale, se diverrà parte del canone storico – risulta accessorio, trascurabile. Si può naturalmente addurre che il rock non è arte, che il suo aspetto ludico è pertanto giusto e necessario, che non solo si deve servire l’assoluto, che il suo aiutarci a ammazzare il tempo è già abbastanza gratificante, però valga la formulazione metafisica per allontanarci dal presente e vederlo in prospettiva. Il primo [sintomo] che avvertiamo è la nocività del suo aumento esponenziale. Quanti musicisti possono dire di aver suonato a Woodstock? Qualche scarsa decina. Quanti al Primavera Sound ([3])? Migliaia!

“Coloro i quali oggi si dedicano alla musica lo fanno per altre ragioni: la maggioranza guidata da un dilettantismo che si esaurisce in se stesso e affonda il livello medio sotto i minimi, autoconvinti dell’importanza dei loro dell’importanza dei propri sentimenti ed idee e perciò disposti a diffonderli in un modo o nell’altro, animati dalla fallace esposizione universale che forniscono le reti sociali e altri labirinti ciberspaziali, incoraggiati dall’illusione di far parte del vagone di coda di una storia in continuo riciclo, ossessionati per apparire nella foto e sperimentare sebbene in piccola scala ciò che percepirono i loro eroi, creduli davanti alla tacita promessa di far sesso senza impegno sebbene si soffra di alitosi tossica. Forse dovremmo limitare la creazione a coloro che la vivono come un impulso ineludibile, un’ossessione opprimente, nutrimento principale della loro esistenza.

“‘Parto da un punto e arrivo il più lontano possibile’, soleva ripetere John Coltrane. Quest’ambizione per raggiungere l’inesprimibile, l’imprendibile, mantiene relazione con l’assoluto al quale come umani possiamo solamente aspirare. Questo è l’accordo, prendere o lasciare. Coltrane personifica il musicista totale, quello che occupa tute le sue ore di veglia – e sicuramente anche quelle oniriche – affinando il suo istinto di improvvisazione, elaborando suoni e emozioni, leggendo a proposito di altre discipline che possano alimentarlo e assimilando tutto ciò che accade intorno a lui. Apparteneva ad una specie di esseri, lo fecero anche nel rock [i suoi simili], che passarono la vita intera consumati dalla loro arte.

“Oggi proliferano i pigmei, quando loro erano giganti. [Loro] creatori i quali non crea vergogna chiamare artisti, anime alle quali – stanne certo – mai è accaduto di ‘aprire un ristorante’. Né, ovviamente, badare al proprio commercialista. O a un cretino”.

(Ignacio Julià, “Servir al absoluto”, Ruta 66, n. 295, luglio-agosto 2012)

 

 

Che ne pensate?

Escludendo eccezioni imprenditoriali (a memoria: Linda McCartney socia del primo Hard Rock Café, e parlo di metà degli ultimi anni settanta; uno dei Rolling Stone anch’egli nell’attività ristoratoria) e un forse unicum fra i consulenti finanziari (il principe Rupert Ludwig Ferdinand zu Loewenstein-Wertheim-Freudenberg per i Rolling Stones, ancora loro), Julià non ha tutti i torti o, per lo meno, induce a far riflettere pubblico ed artisti (o sé dicenti tali), anche a fronte di talune iniziative certo non dettate da mero afflato artistico ([4]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 


© 2012 Steg, Milano, Italia/© 2012  per l’articolo in lingua originale “Servir al absoluto” RUTA 66, 2012, SPAGNA.
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[1] Il fatto che di esperti come lui ce ne siano, direi, una decina non fa male. Evidentemente non bastano, se sono stato costretto a scrivere un post in difesa, ancora una volta, della compianta (certo non santa, ma importante artista) Nico.
[2] Dovrebbe essere El Pais, N.d.T.

[3] Evidentemente un festival musicale spagnolo.
[4] Mi riferisco alle linee d’abbigliamento firmate, anche da Paul Weller, o alle – ben conosciute dai miei lettori – non sempre esaltanti edizioni librarie di lusso dove si compra soprattutto un autografo.