"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



domenica 6 novembre 2011

I MERIDIANI MONDADORI: una miope politica editoriale?

I MERIDIANI MONDADORI: una miope politica editoriale?

Il catalogo dei Meridiani 2011 elenca diligentemente una pletora di titoli, più o meno noti. Avete provato a comprarli in libreria?

All’inizio del 2011 cercai quello dedicato a Giovanni Comisso, essendo interessato alle sue pagine dedicate alla Impresa di Fiume. Impossibile a reperirsi, esaurito eppure è nel catalogo 2011.
Dopo qualche mese ([1]) ne reperii copia in una libreria specializzata in remainder, fuori catalogo e seconde scelte.

In un sabato novembrino, uno dei pochi bancarellai rimasti a Milano esibisce altra copia del Comisso: gli dico che è raro, mi risponde che ha fatto un bel colpo, una decina di titoli esauriti de I Meridiani.
Gli esauriti? Oscar Wilde (caduto in pubblico dominio da “qualche” decennio), Schopenhauer (idem), un volume di D’Annunzio (autore Mondadori), Italo Svevo, ...

Domande: che senso ha un catalogo che non indica l’indisponibile (si badi non si discute qui degli “album”, ormai rarità o fondi di magazzino a seconda dei casi e degli umori di chi li vende)?
Che senso ha una collana dove sono esauriti i classici, ma ancora le copie sono in magazzini ben avvolte nella plastica?
Che senso ha pubblicare nuovi titoli eliminando autori e titoli che non sono soggetti alle mode, come appunto dovrebbe essere anche la collana in questione?
Che senso ha avuto la eliminazione dello studio introduttivo di Giuliano Gramigna dalla ultima versione (di qualche anno fa) del Meridiano dedicato a Dino Buzzati?
Che senso ha discutere di nuovi titoli sulle pagine de Il Sole 24 Ore della domenica se mancano dei classici indiscutibili fra quanto dovrebbe essere disponibile?

Già era stata da storcere il naso l’edizione economica quando I Meridiani nascono come edizione di pregio.

Azzardo risposte: è l’Italia e non la Francia. Sono I Meridiani non La Pléiade (che ha una diversa politica anche per i suoi “album”). Già, dimenticavo.
Ma allora l’edizione critica e annotata (a cura di Giorgio Colli e Mazzino Montinari) di Nietzsche per Adelphi fu un “errore”? Non credo, purtroppo fu solo una grandissima eccezione in un’epoca in cui si tentavano le eccezioni (sono finiti male anche i classici contemporanei Rizzoli con l’opera di Tommaso Landolfi e di Mario Soldati, quelli ricordo; poi in epoca leggermente più recente anche il “tentativo di Pléiade” di Bompiani).

Complimenti Mondadori!


                                                                                                                      Steg



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[1] Nel frattempo dovetti sborsare una cinquantina di Euro per un’edizione Longanesi di quanto mi interessava.

venerdì 4 novembre 2011

MANIC STREET PREACHERS: “This Is The Day” videoclip


MANIC STREET PREACHERS: “This Is The Day” videoclip

Compresso in modo indecente, il suono di “This Is The Day” sembra posticcio, su un videoclip compilatorio che invece richiede la saturazione sonica ad ogni costo.

Perché con tutta evidenza occorrerebbe andare per gruppi di fotogrammi allo scopo di suddividere ciò che si ha (quasi tutto?) da ciò che ancora risulta mancante.
Ma con la urgenza musicale del 1991, non con questa sorta di bonaria valenza antologica dal sapore di scaletta inscalfibile per una residency a Las Vegas.

In altri termini le immagini non parlano la propria lingua.

L’unica soluzione sarebbe quella di prendere le registrazioni audiovisive cosi come sono, montarle cronologicamente, masterizzare dove occorre e costruire una onesta antologia ufficiale di un sei sette ore.
Diversamente, meglio riversare su DVD le nostre videocassette dalla grana grossa e dal suono distorto, dove i Manic Street Preachers sono i Manic Street Preachers ([1]).


[1] La foto del manifesto è di Mitch Ikeda, gli adesivi evidentemente sono promozionali.
.


                                                                                                                      Steg



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giovedì 3 novembre 2011

HUGO PRATT (diradando le nebbie del mito)

La versione meno comune della sovracoperta (invariato il volume) della prima edizione del 1971;
poi ripubblicato in Italia come Aspettando Corto

HUGO PRATT
(diradando le nebbie del mito)

 

Può darsi che qualche lettore del blog pensi che io non apprezzi Hugo Pratt.

Totalmente sbagliato.

Però come capita con tutti gli autori o gli interpreti particolarmente apprezzati, se non si sconfina in una passione maniacale (nel senso deteriore del termine) ad un certo punto si abbandona la linea della santificazione e si arriva alla critica quando la critica occorre farla.

 

Sette anni fa scrissi una sorta di presentazione per un volume collettaneo dedicato al fumettista italiano più famoso nel mondo e chiesi di non scrivere a proposito di uno dei suoi personaggi e/o serie più apprezzati, ma “degli indiani”.

Perché i pellerossa prattiani, come certi suoi character africani (quale Cush che non a caso è raffigurato in una tavola-tributo dedicatagli da Tanino Liberatore con la testa mozzata di Corto Maltese infilzata su un pezzo di legno), sono davvero unici.

Le ben note “donne disegnate di Pratt” sono altra cosa, perché credo che il/la lettore/lettrice siano affascinati da un tipo che cercano anche nella loro vita reale; il che conferma indirettamente la sua capacità di creare delle figure che travalicavano lo spazio delle tavole a fumetti.

 

Ma nonostante le sue indubbie grandissime doti di artista, anche Hugo Pratt era fatto come tutti gli esseri umani, e quello che si pensa comunemente sia il Pratt vero in realtà è tanto vero quanto lo era Hemingway, per esemplificare.

Succede però che la gente non sia poi così propensa a reggere l’impatto del mito visto senza piedistallo, il che forse da solo spiega per quale motivo un bel libro (per chi vuole leggere a proposito di un Hugo più Ugo che lo HP delle avventure di Giuseppe Bergman) come Un romanzo d’avventura di Alberto Ongaro potesse rimanere non ristampato per quasi 40 anni.

Un altro tentativo, e lo dico positivamente, è il più recente Avec Hugo di sua figlia Silvina Pratt (pubblicato anche in Italia).

 

Forse qualcuno si dispiacerà di queste righe, ma a me da più fastidio che la firma di Hugo Pratt sia trattata come un marchio registrato (lo è), o che si sia proceduto al revisionismo coloristico sostituendo quelli di Ann(e) Frognier con i colori di Patrizia Zanotti (e altri).

Non necessito di spiegazioni “in diritto” per la prima scelta e non ho bisogno di “saperne” per la seconda, conosco bene i due argomenti.

 

Poi naturalmente mi immergo nelle splendide pagine della prima (1972) edizione di Wheeling, oppure in certe stralunate narrazioni di Le pulci penetranti, o sfoglio qualche numero dei primi 20 (che sono 19) de Il Sgt. Kirk e ritrovo il “fumettaro”.

 

Quel fumettaro che avevo scoperto quando ancora non era, per fortuna, un idolo delle masse di lettori e a cui dissi, con discreta sfacciataggine incontrandolo a Lucca nel 1976: “credevo che lei fosse più alto”, dopo avergli chiesto “Scusi Lei è Hugo Pratt?” ed ottenendo come risposta “Sssi fra le tante cose sono anche Hugo Pratt”. Mi fece il primo della mia piccola serie di suoi autografi.

Era un bel personaggio allora ([1]) il futuro Maestro di Malamocco.

 

 

Ah, a chi interessa, questo è ciò che scrissi in quella introduzione (a cui ho corretto un termine ripetuto):

                                                              ‘WHEELING

 

Sono stato autorizzato a scrivere una introduzione piuttosto “libera”, il che significa fatta di impressioni, piuttosto che di dettagli storici (rinvenibili in altre sedi, prattiane e non data la natura della storia).

 

Anche Wheeling arriva in Italia con Ivaldi e con modalità quasi regali: un lussuoso volume in formato orizzontale (di cui esiste una tiratura – pare 187 copie – su carta, Fabriano, di maggior grammatura: spiega l’editore per il semplice fatto che gli fu offerta a condizioni molto vantaggiose una partita di quella carta) a riprova della lungimiranza del Mecenate ligure cui moltissimo si deve per la diffusione di Pratt.

 

Fra le pagine introduttive ricche di foto, testi e soprattutto splendide tavole a colori prattiane - in cui ancora non c’è quella perdita dei contorni e quindi di linee a pennino che caratterizzerà la sua più matura produzione acquerellata - ci si smarrisce, quasi si trascura la storia vera e propria, di ampio respiro come si addice alla narrativa d’avventura, di quella frontiera sebbene un poco “spostata”: sia temporalmente a ritroso sia geograficamente un poco più in alto, rispetto all’epopea western.

 

Col senno di poi, evidentemente, si può capire come Hugo Pratt si sia in qualche modo fatto le ossa con questa saga, con personaggi ben definiti e caratterizzati, seppure storici, prima di arrivare cinque anni dopo a quella che resta la pietra angolare dell’intero edificio della sua opera: Una Ballata del Mare Salato.

Entrambi i lavori hanno, peraltro, origini in qualche modo umili: la letteratura d’evasione di stampo anglosassone di cui l’Autore mai si vergognava, anzi si vantava: Zane Grey (e ovviamente Fenimore Cooper) oltre che Passaggio a Nord Ovest di Kenneth Roberts per quel che qui importa.

 

Il “mio Wheeling” è quello, sebbene poi sia stato ampliato e completato, molti anni dopo.

Lì si trova anche Hugo Pratt, che presta il proprio volto al rinnegato Simon Girty e questo è un dettaglio curioso, perché nel 1972 in Italia non tutti sapevano come era di persona l’autore di quelle storie a fumetti che cominciavano ad essere prese sul serio.

 

Credo che questa storia sia rimasta nel sangue al suo creatore per tanti risvolti, non del tutto evidenti.

Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che il secondo episodio ed alcune tavole di raccordo siano state completate ad ogni costo, per apparire nella edizione definitiva, in volume, di qualche mese postuma rispetto alla morte del loro creatore.

 

Nella seconda parte, quella non argentina appunto, si trovano pellerossa massoni in omaggio anche a questo lato della vita di Pratt, ma secondo me a Pratt “piacevano davvero tanto gli indiani” delle pianure del nord, sia nelle apparenze sia nei comportamenti.

Dal profilo a matita e biro magistralmente schizzato su un foglio A4 con il numero di telefono di Bertieri in bella evidenza (fu pubblicato in un portfolio poco noto) a quello splendido esempio di cattiveria e di cinismo che è Jesuit Joe, con quella morale tutta sua come era Hugo Pratt, anche lui in fondo glaciale nello sguardo e nei giudizi, quando voleva.

Gli indiani, gli indiani … In fondo gli unici soggetti capaci di rubare la scena a Corto Maltese nel cuore dei lettori, mica poco, no?’

 

 

                                                                                                                      Steg


POST SCRIPTUM

(dieci anni dopo)

 

Quando Pratt decise di intitolare la sua biografia, optò per quel titolo davvero curioso: Le pulci penetranti. A chi diceva qualcosa quel titolo?

Ebbene – e se qualcuno già ha fatto questa ipotesi io non lo sapevo (o io non me ne ricordo): Georges Simenon scrive uno dei racconti più godibili con protagonista il Commissario Maigret nella primavera del 1946, il 2 maggio è la data formale, con il titolo “Le client le plus obstiné du monde” ([2]). Il personaggio Ernest Combarieu ha sofferto in Africa (arriva dal Congo) di “pulci penetranti”.

Il Maestro di Malamocco lesse quel racconto? Volle quindi omaggiare l’autore belga ma nessuno se ne accorse?

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Alla trattoria Poste Vecie di Venezia, a Rialto, ancora verso il 1980 c’era un blow-up di una sua foto in bianco e nero, con l’impermeabile chiaro vicino a dei binari se ricordo bene.
Chissà se qualcuno la ha conservata quella foto. 

domenica 30 ottobre 2011

TRIBUTE TO TONITO - IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE? (Bonus pin)

TRIBUTE TO TONITO - IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE?
(Bonus pin)





Antonio “Tonito” Talatin, Felix The Cat metal pin “as seen on his leather jacket”
COLLEZIONE PRIVATA TL (per gentile concessione)

(Felix The Cat character: trademark & © FTCP, Inc. 2011 - pin reproduced for documentation purposes only)

sabato 29 ottobre 2011

URLANTE E PENSANTE: MÉTAL HURLANT

URLANTE E PENSANTE: MÉTAL HURLANT

Una delle più grandi rivoluzioni fumettistiche si consumò in Francia, a metà degli anni settanta.

Mentre allora Hugo Pratt cominciava a muovere i primi passi verso una notorietà anche in patria dopo essere stato soccorso da Pif (rivista belga in Francese) a fronte di una notevole miopia italiana sul suo talento, quattro persone da Parigi scardinarono il mondo delle strisce disegnate con un piglio che – con il senno di poi – è necessariamente da dirsi punk o pre-punk.

Philippe Druillet ([1]), Moebius (Gir/Jean Giraud), Jean Pierre Dionnet e il Capitaine (Bernard) Farkas, ovvero gli originali Humanoïdes Associés (ad oggi ancora denominazione della società titolare dei diritti relativi), si incontrano il 19 dicembre 1974 “alle ore 4.00 del mattino ora locale” ([2]) (come recita l’editoriale del numero 1) e l’anno successivo rovesciano il tavolo da gioco del fumetto e molto altro presentandosi al pubblico.
Da allora discutere su linea chiara e linea scura diviene secondario, ma anche disquisire sulla tematica di una testata editoriale periodica si trasforma in un’elucubrazione di retroguardia.

Nel gennaio 1975 esce dunque Métal Hurlant – pensate oggi andare in edicola e chiedere Metallo Urlante – più impegnativo che domandare Frigidaire – che inizialmente è “per adulti” (non che non si riesca a comperare anche in quei periodi pur essendo minorenni), ma il problema non è l’età del lettore bensì la distribuzione del periodico.
Il successo lo condurrà ad essere da trimestrale a bimestrale e poi mensile e poi …

Con tutta evidenza occorre una mente giovane per comprendere cosa sta succedendo, altrimenti ci si crogiola nel già assimilato.
O meglio serve che qualcuno racconti che esiste questa rivista e poi bisogna cercarla, in Italia nel – senza barare – probabilmente 1976. Perché un conto è leggere una storia su alterlinus (oppure non leggerla in quanto si tratta di Moebius che continuo a trovare noiosissimo) altro è esplorare una testata dal titolo ammiccante anche per chi ascolta musica di cui si scrive nel mensile diretto da Oreste del Buono.

Uno spin-off dal titolo Ah!Nanà, sorta di nucleo femminile femminista (tranne per un autore maschio a numero), avrà vita breve: nove numeri dal 1976 al 1978.

Di Métal Hurlant sarà realizzata già nell’aprile 1977 anche una versione in Inglese per il mercato nord americano: il fatto che si intitoli Heavy Metal dice già tutto, perché si perde una connotazione originale e si imbolsisce subito l’idea ([3]) anche perché questa testata non sarà una pedissequa traduzione dell’originale.

La portata eccezionale della rivista è data dal fatto che gli argomenti spaziano entro l’ambito di tutto quello che non è classificabile come cultura alta, almeno allora: quindi anche racconti di fantascienza, rubriche sul cinema, ottime recensioni di dischi (nel frattempo arriva il punk), in aggiunta agli albi a fumetti (dove trova spazio anche il bondage che si vendeva sottobanco oltreoceano qualche lustro prima) una collana di libri dal titolo “Speed 17” (diretta da Philip Manœuvre, oggi sorta di decano, per autorevolezza, dei giornalisti musicali rock e pop francesi) con autori del calibro di Hunter S. Thompson, Charles Bukowski (incredibilmente ivi pubblicato per la prima volta in Francese) e quella sorta di gioiello nascosto che da alcuni è considerato NövoVision — Les confessions d’un cobaye du siècle di Yves Adrien ([4]).

Gli speciali di Métal Hurlant agli inizi sono sporadici e notevoli come la rivista stessa, in particolare quelli sulla musica, dato anche un “fumettista rock” come Serge Clerc.

Con il passare degli anni evidentemente lo sprint si riduce, anche se i contenuti rimangono almeno in parte di livello notevole.
Il luglio 1987 esce l’ultimo numero regolare, il 133.

Comunque, Métal Hurlant ha sicuramente contribuito alla educazione dei suoi lettori teen-ager negli scorsi seventies e, per quelli italiani, li ha portati naturalmente ad appassionarsi agli sporadici numeri de Il Cannibale e poi al Frigidaire a “marchio Tamburini”.


                                                                                                                      Steg



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[1] Apocalittico e sublime nel tratto e anche nelle trame come pochi, nei miei gusti solo Bill Sienkievicz gli starà al pari per innovazione con “Stray Toasters”, sebbene Howard Chaykin non andrebbe trascurato ...”
[2] “Le 19 décembre 1974, à quatre heure du matin heure locale; aux limites de Livry-Gargan et de la forȇt de Clichy …”.
[3] Pur se Heavy Metal avrà il pregio di pubblicare autori altrimenti poco assimilabili per quel mercato, come Stefano Tamburini e Tanino Liberatore con Rank Xerox/Ranxerox.
[4] Ristampato qualche anno fa.

venerdì 28 ottobre 2011

TRIBUTE TO TONITO - IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE? (Part 3 of 3)

TRIBUTE TO TONITO - IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE?
(Part 3 of 3)



Antonio “Tonito” Talatin, senza titolo/”Gangs clash 3”, pennarello su carta
(Anno accademico 1978-1979, realizzato presso l'Università degli Studi di Milano, Via Festa del Perdono, Aula 208, mattina durante lezioni Facoltà di Giurisprudenza)
COLLEZIONE PRIVATA

“THE MASSES AGAINST THE CLASSES”? NOT REALLY (a further critique after my post about “expanded edition”)


“THE MASSES AGAINST THE CLASSES”? NOT REALLY
(a further critique after my post about “expanded edition”)
- The in English series starts here -

One of my first posts (for those who do not read Italian) dealt with the mild importance of certain expanded editions of “classic” (or considered to be classic) albums.
My conclusions were that: it is very unlikely for you to need the most massive editions, it is even less probable that you need editions which combine CD and vinyl formats (an opinion which is reinforced by the fact that not infrequently you receive a code for the downloading as well), the usual way of hearing music is in contrast with phonograms’ (sorry that is the technical way to name records, CDs, etc.) fine packaging (and when you will go through those massive booklets’).
Now this is round two about similar issues.

Being the music market in its actual poor state, with a well known split between “young ones” (few) and “not young anymore ones” (many), we recently saw also the birth of deluxe edition books dedicated to the music in a general sense, kind of beaux livres as French people say.

Well, but why give to this post the title of Manic Street Preachers’ single which achieved a great commercial success bearing on this sleeve the Cuban flag?
If it is true, and it is true for sure, that the Welsh band has a greater integrity than many other artists, during this Autumn of discontent my impression is that not even Rolling Stones will be able to equal such a flood of releases to be paid not so cheaply.
We start with the anthology National Treasures which comes in an array of versions such as double CD, double CD and DVD, and – more significantly – a boxed set that has a mixed content of replicas of few vintage vinyl singles and all the singles themselves (or almost, because it is not the complete discography) in CD format with the original 7” sleeves (hence you cannot have all in a format) plus other goodies (some of which might not be liked by those who own the originals, for instance there should be a powder/lipstick mirror trousse and we know there were a couple of very rare promo ones almost 20 years ago). To make things even more complicate the box is not easy to be bought online and is quite pricey.
Many (all?) of the serious fans already know and struggle about the vinyl version of the same album with an exclusive recording (for how long?) sold with Q Magazine.
And what about a book, which was announced not very loudly, by Kevin Cummins by the title of Sometimes the Sky’s Too Bright, whose “poor” edition of 250 copies is sold out since September (but the book comes out in November) although with a price of 200.00 UK pounds; the limited edition of 26 copies for a price of 550.00 UK pounds went sold out by mid October.
Currently the last publication for the great public (the masses, hence …) by the MSP is the true limited edition Death Of A Polaroid, first literary effort of Nicky Wire (bass player and more) which is mainly a photo book, price 300.00 UK pounds, in a run of 50 copies (sold out already?).

The view of the market will not be complete without the already sold out limited edition of 250 copies of the book by Japanese photographer Sukita devoted to David Bowie: price 695.00 UK pounds; the standard edition will be priced around 400.00 UK pounds.
The book will come out next year.

At the end of 2010 John Lydon (aka Rotten; that is Public Image Limited and Sex Pistols) published a book with a run of 750 copies priced 375.00 UK pounds. Guess what? Sold out.

I am not discussing the quality level of those books, about phonograms I wrote already, but some price differences are perplexing (Bowie already signed some 3,000 copies of two previous volumes published by the same house of this last one).
On the other hand I was never convinced about John Lydon’s tome, who claimed that he was just financing his future PIL album.

The problem is that in certain cases you don’t even have the choice among: to buy, not to buy, to wait and make your opinion about the possibility of purchase.
Which persuades me about the correctness of my already known opinion: rock is old, so old that for years I said and still say (as I do not know about any other who summarized it in such a way I claim the authorship of the aphorism), inspiration coming from Philip K. Dick and also Bladerunner, that “rock ‘n’ roll is like a replicant who/which discovers, unlucky one, to have been manufactured without an expiry date” ([1]).
To make it probably worse, no one is immune from this consumerism frenzy which is simply dressed up (and as such the object of media propaganda) as a necessity which, if met, will make you even more classy.

When one thinks that in 1978 (yes in 1978) Julie Burchill and Tony Parsons ended their small book “The Boy Looked At Johnny.” – The Obituary Of Rock And Roll leaving the readers to their “butterflies collection” made of vinyl: being the crown jewel The Clash’s “Capital Radio” (I stress vinyl not the flexy) in picture sleeve or the then still (in theory) affordable Sex Pistols’ “God Save The Queen” on A&M label, the conclusion is inevitable: Like punk never happened (but this is another book, and maybe another post).


                                                                                                                      Steg



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[1] A splendid quote (reproduced also on one of their t-shirt dating 1992) by MSP’s Richey James says “All Rock ‘n’ Roll is homosexual”, maybe but we are speaking about authentic rock ‘n’ roll.
For quotes fanatics: see Simon Price, everything: A Book About Manic Street Preachers, London, Virgin Books, 1999, p.114.
 

giovedì 27 ottobre 2011

TRIBUTE TO TONITO - IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE? (Part 2 of 3)



TRIBUTE TO TONITO 
IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE?
(Part 2 of 3)




Antonio “Tonito” Talatin, senza titolo/”Gangs clash 2”, pennarello su carta
(Anno accademico 1978-1979, realizzato presso l'Università degli Studi di Milano, Via Festa del Perdono, Aula 208, mattina durante lezioni Facoltà di Giurisprudenza)
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LIVING FOR THE CITY (parliamo di NYC)


LIVING FOR THE CITY
(parliamo di NYC)


Frank Sinatra ha dedicato, o meglio ha interpretato, anche canzoni che parlano di Los Angeles e di Chicago, rispettivamente, però “New York New York” è quella che gli sta più attaccata.

Qualcuno scrisse che LA è la città che dice “fuck me” mentre NYC e` la città che dice “fuck you”. A Chicago c’è troppo vento e quindi la concorrenza risulta sbaragliata.

Ma andiamo su arie un poco meno conosciute: “Living For The City” di Stevie Wonder chiude con una sarcastica frase parlata: “New York, just like a picture”.
“The Message” di Grandmaster Flash & the Furious Five ([1]) allerta: “New York, New York big city of dreams/But everything in New York ain’t always what it seems”.

Però Laura Nyro, grande cantautrice nata nel Bronx, scrisse ed intonò: “You look like a city/But you feel like a religion to me” nella canzone che intitola anche un suo album: “New York Tendaberry”.
Se la città fosse stata l’argomento di un convegno, questa strofa sarebbe la relazione di sintesi.

Tutti, anche David Letterman - che quarant’anni fa sarebbe stato dichiarato establishment ([2]) - si lamentano dello stato in cui versa New Amsterdam.

Invero una via di mezzo dovrebbe esserci fra quegli isolati quasi abbandonati e spettrali che si incontravano a sud di Times Square nel 1975 lungo avenue che non erano parte di Alphabeth City perché probabilmente poca era la soluzione di continuità fra numeri romani e lettere latine al tempo e la tendenziale asetticità propugnata prima per bonificare la zona intorno alla 42nd Street e poi estesa ormai anche alla Broadway con zone in cemento o asfalto dipinte di verde.
Ciò pur se non si può incolpare l’amministrazione Giuliani (e le sue precedenti campagne moralizzatrici) per decessi illustri come quelli di Joey Ramone o, anche se non in loco, di Johnny Thunders.

Certo come osservato il paesaggio si banalizza sempre più con talune trovate del major Bloomberg che parrebbero eccessive anche all’assessore al traffico di Lugano.

Che fare?
Come sempre: accettare i cambiamenti, cercare il nuovo e godersi anche quel che resta: il Chelsea Hotel ha chiuso, ma non l’hanno menata come per il CBGB’s in Europa; forse perché Jobriath e Sid Vicious sono meno eleganti di Patti Smith ([3])?
Possibilmente anche avendo senso critico: davvero Kat’s ha il miglior pastrami e davvero non è umiliante sottoporsi ai diktat di Peter Luger per un pezzo di carne ([4])?

Occorre insomma trattare la città come lei tratta noi, mettersi al suo pari anche se la conclusione mi pare evidente: se non la odii la ami, e allora ci puoi anche litigare e poi fare pace.


                                                                                                                      Steg



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[1] Unica delle canzoni qui citate contenuta in una raccolta (doppio CD) curata da Charlie Gillett (e facente parte di una serie dedicata ad alcune città USA) che consiglio: The Sound Of The City-New York.
[2] Avete notato: non sono mai usate parole di significato non immediato dagli anglofili d’accatto.
[3] Non ricordo particolari estasi a Palazzo Fortuny di Venezia molti anni fa, 1992, per una mostra fotografica di Mapplethorpe, più che suo amico; mostra dove diversi soggetti erano natiche maschili con talune adornate da manici di frusta inseriti nell’ano.
[4] Un’ultima avvertenza (anche se non voglio sembrare il sergente del rapporto mattutino di Hill Street Blues): per favore non comprate quegli oggetti che vi vendono venduti nell’incarto turchese se non nel negozio che si trova sulla Fifth Avenue al civico 727 all’angolo con la 57th Street East. Perché là si possono trovare anche cose eleganti e non necessariamente costose, qui invece fa molto bridge and tunnel, cioè cheap, indipendentemente come al solito dal loro prezzo.

mercoledì 26 ottobre 2011

TRIBUTE TO TONITO - IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE? (Part 1 of 3)

TRIBUTE TO TONITO 
IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE?
(Part 1 of 3)




Antonio “Tonito” Talatin, senza titolo/”Gangs clash 1”, pennarello su carta
(Anno accademico 1978-1979, realizzato presso l'Università degli Studi di Milano, Via Festa del Perdono, Aula 208, mattina durante lezioni Facoltà di Giurisprudenza)
COLLEZIONE PRIVATA

domenica 23 ottobre 2011

ACCOZZAGLIA, SENZA STILE, DI BUONA QUALITÀ (Style Wars Series - 2)

 

ACCOZZAGLIA, SENZA STILE, DI BUONA QUALITÀ
(Style Wars Series - 2)

C’è un modo di vestire della buona borghesia, ciò che ne resta, qualificabile solo come accozzaglia di capi d’abbigliamento di buona qualità.

Materiali e fattura sono pregevoli dunque durevoli, lo stile non guarda molto al contemporaneo e i colori sono quelli di cento anni fa; spesso il marchio non risulta evidente.

Li noti subito: scarpe da barca e calzini blu con pantaloni beige il figlio; toni del marrone la madre con scarpe a tacco basso e in tutti una perenne stonatura data dall’incapacità nell’abbinamento.
Solo in casi rarissimi lanciano uno stile ed in effetti io mi ricordo solo degli Sloane Rangers, quindi sempre dei giovani, che condussero anche alla volgarizzazione (non in senso giuridico, bensì di sua massificazione) di almeno un marchio britannico.

Insomma l’ennesimo capitolo a contrario del manuale di stile: riconoscete, studiate e non imitate i portatori di queste mescolanze assolutamente avulse da ogni canone stilistico.


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TAPE ART- For the record

Cimeli di Tape Art
(per il "mitico" si rinvia al post precedente)






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