"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



lunedì 27 agosto 2012

PREFAZIONE AL MIO TRIBUTO A TONITO




PREFAZIONE AL MIO TRIBUTO A TONITO


Ritengo necessaria una prefazione a quanto andrò a pubblicare su Tonito.
Perché lo scritto ebbe una sorta di gestazione inconscia, con diverse annotazioni nel mio diario a precederlo di anni e per anni.
L’idea di creare qualche cosa di più coerente mi arrivò molto tempo dopo, appunto.

Quindi mi trovai con il problema di avere ampi spazi vuoti nella narrazione e, anche, la sua morte senza nulla di definito, nemmeno la data.
Provai a rintracciare i familiari, ovvero l’unica persona che sapevo vivente (e poi ne ebbi certezza): la quale non rispose alla mia lettera. Quindi, il mio percorso è stato in solitario.
Per molti anni mi è capitato di sognare Tonito (sogno spesso persone morte: tutte importanti per me), le ultime volte era vivo perché non era mai effettivamente morto (come egli mi disse in un sogno precedente): questo non è Analyze This ([1]) per due motivi: non è una commedia e non è nemmeno un modo per uscire da uno stato psicanalitico sgradito.
Io non credo neanche nell’aldilà.


Sotto un profilo per così dire di stile e contenuti desidero precisare, per chi avrà la pazienza di leggere sia queste righe sia il testo vero e proprio, che tanto la necessità di sua autonomia da altri post, quanto il fatto che parti di altri post in effetti attingono da quel lungo scritto (che ho iniziato nel 2005 e ho rielaborato per anni, per più ragioni) conducono a qualche duplicazione di concetti e/o di citazioni.
Ma forse questo è il giusto prezzo da pagare, anche perché dalla riorganizzazione di idee e di righe sparse è in parte nato questo blog (e forse anche quel lungo articolo che, leggermente riveduto, lo ha inaugurato).


Hugo Pratt si spostò su un fianco ora ma con la stessa cautela con la quale prima si era coperto la testa come se volesse nascondersi. […]

La telefonata da Londra lo aveva sorpreso mentre stava spogliandosi […]

Era senza dubbio lì Hugo Pratt, steso sul letto della sua casa veneziana, ma era anche simultaneamente altrove, presente in tutti i luoghi in cui aveva vissuto e con la stessa ubiqua affannosa sensazione di disfacimento, quasi la paura che il suo corpo fosse una specie di mappamondo fracassato o esploso, le varie parti giacenti sotto i suoi occhi, e che ogni parte corrispondesse a una parte stravolta della sua esistenza il nord confuso con il sud, l’est con il west e i paralleli e i meridiani dispersi come frecce sul pavimento non a caso coperto da un tappeto navajo.

La notizia della scomparsa di Paco, forse della sua morte, della sua comunque misteriosa uscita dalla comune, doveva avergli procurato danni tali da lasciarlo in una specie di cupa confusa irrealtà dove i suoi pensieri si aggiravano soli e sperduti come svincolati da chi li stava pensando.
(Alberto ONGARO, Un romanzo d’avventura, Milano, Mondadori, 1970, pagine 7 e 8).

Cosi si apre questo romanzo, e la sua rilevanza appare dalla citazione successiva, con una differenza: mentre Hugo Pratt non avrà mai la certezza della sorte del suo amico Paco, io – come in certi romanzi (o film) dove si parte dalla fine – sono in una posizione apparentemente opposta.
Questa citazione vuole però essere altresì un riconoscimento ad una storia che ha affascinato a lungo gli appassionati di Hugo Pratt, anche per la ragione che il libro non fu ristampato per decenni (nemmeno so se esista una sua seconda “edizione” mondadoriana oltre quella iniziale, ma ne dubito) e quindi contribuì alla leggenda prattiana e a molte illazioni sulle ragioni della sua difficile reperibilità (in quanto disconosciuto da Ongaro, amico del protagonista? In qualche modo “salingerianamente” censurato dallo stesso Pratt?). Ora un poco di mistero è stato tolto, in quanto il libro è stato ristampato (nel 2008 da Piemme, direi senza varianti a parte una citazione omessa in frontespizio).



Quanti morti quest’anno? Quanti?

Torno a casa, stasera, e T[xxxx] mi telefona per dirmi che, probabilmente, è morto Tonito.

Cioè Dorian Gray non è sopravvissuto al quadro che voleva imitarlo negli eccessi. L’ho sempre chiamato la mia coscienza cattiva in grado di non invecchiare mentre io, così vicino alla regola, vedevo degradare il mio corpo. Sembra di sentire parlare della morte di Johnny Thunders, lontana migliaia di miglia, oppure – più romanticamente –, è Hugo Pratt che deve sopravvivere a Paco. Ma qui i ricordi sono pochi e quelli tutti belli ancor meno. Certo a un mito concedi anche di essere ricordato per quando ti disse di chi senz’altro era stato pugile in gioventù perché il muscolo [del braccio] si tendeva anche mentre quell’uomo, più vicino alla vecchiaia che alla semplice maturità, portava le focacce e da bere al tavolo vicino al nostro.

Non era piacevole ma sembrava quasi dare un senso al tardo pomeriggio domenicale  andare da Tonito a comperare dischi e magliette con soldi che sarebbero diventati merce per scambi che tanto ci sarebbero stati comunque.

Lucky 13/One Per Center: ecco onore ad un czarniano ante litteram, un vero bastardo – ma se per scelta non lo so”.

Quanto sopra è ciò che scrissi il 30 settembre 1996, nel mio diario ([2]): qualche correzione fu fatta perché rischiava di essere poco comprensibile anche per me, ho tolto il nome di chi mi telefonò; intanto in quei giorni io avevo a che fare con problemi familiari che resero quella notizia – sebbene da me diffusamente commentata – una sorta di lugubre sfondo al mio stato personale.
Usai la parola “mito” e tale rimase e rimane: mito perché in qualche modo dovevo aver compreso mentre scrivevo che Tonito non se ne sarebbe andato come altri mortali dalla mia vita intellettuale. E anche il termine “bastardo” attiene a un motto, di un badge che illustra queste righe.



                                                                                                                      Steg




© 1996 - 2012 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia 
© Alberto Ongaro 1970, 2008, per la citazione da Un romanzo d’avventura.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto del rispettivo autore.



[1] In Italiano Terapia e pallottole.
[2] Niente altro di testuale sarà da me citato da tale fonte. Questo è appunto un blog aperto al pubblico, non il mio diario.
Preciso, anche, che ciò che pubblico come “tributo” è la versione più razionale e coordinata delle mie, forse ancora non finite, annotazioni; potrebbe, per più ragioni, non essere la versione definitiva, oppure potrebbe essere modificata con aggiunte o con eliminazioni.

giovedì 23 agosto 2012

A CLOCKWORK ORANGE


Quarta di copertina della cartella stampa realizzata per
il lancio del film  (©Warner Bros., mio esemplare)



A CLOCKWORK ORANGE
 

Per fortuna i lettori del blog sono giovani (intendo giovani veri). Questo mi permette di scrivere di nozioni e fatti che i loro genitori e i loro – ipotetici – fratelli maggiori dovrebbero conoscere, ma non conoscono.

 

Il mio primo impatto con questa entità che allora era fusa in uno, privata dell’articolo generico (“A” cioè “Una” ([1])), sta nel 33 giri (allora sinonimo di album) contenente la colonna sonora del film, omonimo, di Stanley Kubrick del 1971 tratto dal romanzo di Anthony Burgess del 1962.
C’è quell’occhio, quella lama, la lettera A maiuscolissima che si vede e non si vede, qualche foto di scena sul retro di copertina. Certo, c’è il ciglio inferiore finto di quel tipo che non sai chi è.
Poi la musica: hai tredici anni, sei Italiano e quindi non capisci nulla, perché ti mancano David Bowie ([2]), Marc Bolan e i Roxy Music. Ma questi suoni distorti regalati da Walter Carlos e poi “Singing In The Rain” ti segnano in modo irreversibile.

 

Chi devo ringraziare? La mia mamma che comprò quel disco dopo aver visto il film.
Quindi forse capite che aria respiravo, pur senza avere appesi alle pareti i Warhol e gli Oldenburg o altro, in casa.
 
Cominciano a filtrare frammenti, voci di persone oltraggiate dal film.
Io sono un ragazzino, mi leggo il libro, pubblicato da Einaudi (anche quello è in casa) che mi fa venire voglia di essere un “drugo”, sarà il 1974.
 

Il film lo vedo, da solo, verso il 1975 o 1976 in un compiacente cinema milanese che alterna visioni dozzinali e pellicole uniche.
Non sapevo ancora che nel Regno Unito Stanley Kubrick avesse posto il veto sul film sin dal 1972, dopo una serie di controversie derivanti dalla – pretesa – valenza causale violenta dell’opera sul pubblico. Sono un privilegiato e lo ignoro.
Giusto in tempo. Perché A Clockwork Orange è una delle, poche, essenze del punk “all’inglese” ([3]).
 
E tutti tifiamo Alex/Malcolm McDowell: ché quel tipo sulla copertina del disco è lui, il protagonista del romanzo e del film ([4]).
Passano gli anni, ma nessuno rinnega qualcosa.
 
Oggi, per assurdo, chi riconosce la silhouette di Alex e dei suoi droog su t-shirt da poco prezzo indossate da giovani che pensano di far colpo siamo soprattutto noi, che proprio non ci impressioniamo per nulla, avendone viste e qualche volta vissute ben di peggio sulle coste di Albione, dove gli skinhead non erano molto schizzinosi quanto a scelta dei bersagli: bastava essere stranieri.

 

Come minimo extra, chiudo con una citazione tratta da un articolo di 40 anni fa scritto da Anthony Burgess. Articolo che è stato ripreso nel 2012 dal New Yorker:

‘The title of the book comes from an old London expression, which I first heard from a very old Cockney in 1945: “He’s as queer as a clockwork orange” (queer meaning mad, not faggish). I liked the phrase because of its yoking of tradition and surrealism, and I determined some day to use it. It has rather specialised meanings for me. I worked in Malaya, where orang means a human being, and this connotation is attached to the word, as well as more obvious anagrams, like organ and organise (an orange is, a man is, but the State wants the living organ to be turned into a mechanical emanation of itself). Alex uses some Cockney expressions, also Lancashire ones (like snuff it, meaning to die), as well as Elizabethan locutions but his language is essentially Slav-based. It was essential for me to invent a slang of the future, and it seemed best to come from combining the two major political languages of the world—irony here, since Alex is very far from being a political animal. The American paperback edition of A Clockwork Orange has a glossary of Nadsat terms, but this was no idea of mine. As the novel is about brainwashing, so it is also a little device of brainwashing in itself or at least a carefully programmed series of lessons on the Russian language. You learn the words without noticing, and a glossary is unnecessary. More—because it’s there, you tend to use it, and this gets in the way of the programming.’ (Anthony Burgess, “Juice from A Clockwork Orange”, Rolling Stone, June 8th, 1972)

 

Capito malchik?

 

 

                                                                                                                      Steg



 

POST SCRIPTUM

 
Nessuna ragione particolare, se non che la foto mi pare molto bella e tipica di come i giovanissimi possano rendere completamente diverso tutto.

Ecco quindi che Vivian Kubrick “posta” (http://imgur.com/a/8koJE?desktop=1) fra le altre una immagine, questa, che la ritrae sul set del film (la data risulta sbagliata di un anno, direi). L’autore della foto sarebbe un certo Pablo Ferro: complimenti.

 

 

                                                                                                                      Steg

 




(© Pablo Ferro)

 

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[1] Attenzione: l’apostrofo non sempre è corretto.
[2] Che farà uso della colonna musicale per i suoi concerti: si ascolti per tutti il concerto del 3 luglio 1973 al Hammersmith Odeon di Londra, dopo essersi ispirato per certi costumi di scena proprio al film.
[3] Per 27 anni, dunque, nel Regno Unito l’opera del regista  newyorkese resta una specie di frutto proibito: con l’avvento della videoregistrazione domestica circoleranno copie pirata oppure importate da altri stati.
Nel 1999, morto Kubrick, finirà questa incredibile censura.
[4] Un tentativo di portare sullo schermo l’opera letteraria fu fatto negli anni sessanta, senza esito: Mick Jagger avrebbe dovuto interpretare Alex. C’è chi specula sulla possibilità che – pur essendo stati i diritti ceduti a Jagger – il film avrebbe potuto essere diretto da Nicolas Roeg: regista di Performance (protagonista proprio il cantante dei Rolling Stones) e qualche anno dopo di The Man Who Fell to Earth interpretato da David Bowie.
Più noto è, forse, il fatto che Kubrick scelse McDowell dopo averlo visto recitare in If…. di Lindsay Anderson.
Piccolo il mondo, vero?
 

UN ANNO DI SPEAKER’S CORNER: GRAZIE -- ONE YEAR OF SPEAKER’S CORNER: THANK YOU


UN ANNO DI SPEAKER’S CORNER: GRAZIE

Magari nemmeno il pugno dei lettori fissi è interessato a queste righe. Figuriamoci chi arriva sul blog in seguito ad una ricerca specifica.
Pazienza.

 

Devo la nascita di Speaker’s Corner a un fattore negativo ed uno positivo: il primo, il fatto che sembrasse impossibile andare in rete senza un webmaster tecnico. Il secondo fu un blog italiano con un post sui Manic Street Preachers: contattai il blogger e gli chiesi come avesse “confezionato” il proprio.  
Cosi la mattina del 23 agosto 2011, illuminato all’alba quanto al suo nome, misi in piedi il tutto: titolo, sottotitolo, epigramma, illustrazione di copertina, eccetera, incluso il primo post.

 

Gli accessi di questo primo anno sono stati ben oltre i 6.000, dunque con una media di 500 al mese.
Considerando che quasi tutti i post sono scritti in Italiano, tranne qualcuno in Inglese (non credo mi affiderò a un traduttore automatico a meno di richiesta esplicita dei lettori) non mi lamento.

 

In ordine decrescente, elenco i venti post di maggior successo di questi dodici mesi (magari vi è sfuggita qualche cosa?):
1)            L’Uomo Ragno, gli 883 e l’ennesima rivincita dei critici stagionati
2)           Gonzo Journalism”: le vite non parallele di Hunter S. Thompson, Jeffrey Bernard e qualcun altro
3)            A proposito di Jumpers e di 198X
4)            Hugo Pratt (diradando le nebbie del mito)
5)            Carmelo Bene: necessariamente note molto marginali
6)            Notes about punk music in Italy (from Milano as a standpoint)
7)            Ripresa Van Pelt dei Peanuts
8)            “Io non sbaglio mai” (barman e cocktail)
9)            What’s My Name: The Clash
10)        I Meridiani Mondadori: una miope politica editoriale
11)        Note sul punk in Italia e a Milano
12)        Dino Buzzati: riflessioni su troppe celebrazioni e commemorazioni
13)        Il vero “berlinese” fu Enrico Ruggeri
14)        La crisi economica è cominciata quando hanno iniziato a chiudere i negozi di giocattoli?
15)        Tambura, Steve Tamburo, ovvero Stefano Tamburini
16)        Il sapore anche amaro dei Guns ‘n’ Roses
17)        La mostra “Da Beacon ai Beatles” è modesta
18)        Todd Rundgren (sicuramente un mago e, per chi ha una certa sensibilità musicale, una stella)
19)         Manic Street Preachers: National Treasures – one more
20)  EX AEQUO: Carlo Fruttero (senza dimenticare Franco Lucentini) e Perle mediatiche 3 – RAI5 colpisce ancora.
Qualcuno di essi è stato oggetto di minime correzioni, ove necessario, dopo la prima pubblicazione.

 

Grazie a tutti.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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ONE YEAR OF SPEAKER’S CORNER: THANK YOU
 

Maybe not even my small gang of registered readers (bar one or two: I don’t even know if there are foreigners among them) will be interested by these lines. So I have no illusions about who finds the blog by means of a specific research. Oh, well …
 
The birth of Speaker’s Corner comes from two factors: one negative and the other positive. The first one was that it seemed impossible to enter the web without a proper webmaster helping the site owner. The second an Italian blog which I discovered by means of a post about Manic Street Preachers: I got in touch with its owner and asked him how he did it (the blog).
Thus, in the morning of August 23rd, 2011, having being illuminated at the dawning about the blog name, I put everything together: title, subtitle, cover illustration, etcetera, including the very first post.
 
Accesses in this first year have been well in excess of 6.000, therefore an average of 500 per month.
Considering that almost all the posts (bar a few in English, including number 6 in the ranking below) are in Italian, I must be glad of the results.
I do not think I will make use of the automatic translator device offered by Google, unless required, for a simple reason: my translations are not literal ones, they are English versions.
 
In decreasing order, here are the most successful posts of these twelve months (maybe you missed something?):
1)      L’Uomo Ragno, gli 883 e l’ennesima rivincita dei critici stagionati
2)     Gonzo Journalism”: le vite non parallele di Hunter S. Thompson, Jeffrey Bernard e qualcun   altro
3)      A proposito di Jumpers e di 198X
4)      Hugo Pratt (diradando le nebbie del mito)
5)      Carmelo Bene: necessariamente note molto marginali
6)      Notes about punk music in Italy (from Milano as a standpoint)
7)      Ripresa Van Pelt dei Peanuts
8)      “Io non sbaglio mai” (barman e cocktail)
9)      What’s My Name: The Clash
10)  I Meridiani Mondadori: una miope politica editoriale
11)  Note sul punk in Italia e a Milano
12)  Dino Buzzati: riflessioni su troppe celebrazioni e commemorazioni
13)  Il vero “berlinese” fu Enrico Ruggeri
14)  La crisi economica è cominciata quando hanno iniziato a chiudere i negozi di giocattoli?
15)  Tambura, Steve Tamburo, ovvero Stefano Tamburini
16)  Il sapore anche amaro dei Guns ‘n’ Roses
17)  La mostra “Da Beacon ai Beatles” è modesta
18)  Todd Rundgren (sicuramente un mago e, per chi ha una certa sensibilità musicale, una stella)
19)   Manic Street Preachers: National Treasures – one more
20)  EX AEQUO: Carlo Fruttero (senza dimenticare Franco Lucentini) e Perle mediatiche 3 – RAI5 colpisce ancora.
Some of them have been – when necessary – very slightly amended after the first publication.

 

Thanks to you all.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

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lunedì 20 agosto 2012

NOEL GALLAGHER (Piccole riflessioni su musica, stile e vita)


NOEL GALLAGHER
(Piccole riflessioni su musica, stile e vita)




C’è un artista che parla bene di altri artisti, in particolare parla bene di Paul Weller e di Morrissey.
Certo con il fratello ...

Io non credo in Dio, e nemmeno ne The Beatles: parafraso John Lennon (poveretto, senza Paul McCartney sarebbe stato davvero grande. Seriamente) e al 50% Nietzsche (in cui credo).
Però mi inchino a Noel Gallagher. Nonostante, appunto, la sua reverenza per i Fab Four e il fatto che un capolavoro come “The Masterplan”, creato in seno agli Oasis ([1]), abbia una ispirazione cristiana.


Noel Gallagher è un apparente ossimoro: formalmente sembra nulla; sostanzialmente è monumentale (eppure con umiltà ammette di essere sulle spalle dei giganti).



Da vero signore, oggi riconosce l’onore delle armi ai Blur, che in retrospettiva non furono né i nuovi The Kinks, né i nuovi The Small Faces ...



Sornione ([2]), ma non troppo perché con la scusa dell’acustico divenne una sorta di Brian Wilson mancuniano entro gli Oasis in perenne turbolenza di formazioni.



Mi piace la faccia di Noel Gallagher: quel naso un po’ aquilino ([3]) un taglio di capelli da neanche dieci sterline, gli occhi vivaci.



Poi c’è l’abbigliamento: il casual da posti “popolari” allo stadio è il fratello Liam.
Lui in realtà dichiara di sapere esattamente come potrebbe vestirsi ma non lo fa. È un professionista del virtual facing, che è il modism estremo (Paul Weller non ci riesce sempre e cade nel ridicolo; a David Bowie si perdonano debolezze; Keith Richards è l’unico che può permettersi di indossare una maglietta con il proprio volto; John Cale ([4]) e Lou Reed, templari sonici, indossano la regola che loro stessi hanno professato) ([5]).



Davvero un bel tipo Noel Gallagher. Perché ancora ci si domanda cosa saprà scrivere e interpretare.



Cercate le sue apparizioni come ospite (una serie di interventi con Paul Weller, i due con chitarre acustiche strappano la pelle, massimamente. Fate dunque un poco di trainspotting) e anche le cover (un album molto bello pubblicato solo in Giappone anni fa di tributo a The Jam intitolato Fire & Skill per me merita la spesa sino a una trentina di sterline per la bellezza delle versioni ivi raccolte, fratelli Gallagher inclusi ([6])).


E siccome comunque una screziatura di refined laddism scorre anche nelle mie vene, se proprio l’umore gira male i primi due album degli Oasis sono un ottimo anestetico.
Do you know what I mean?


                                                                                                                      Steg

 
 
POST SCRIPTUM
 
Nella pletora di documentari che si possono rinvenire, segnalo, senza alcuna pretesa di definitività, la recente (2012) e articolata (quasi un’ora) intervista rilasciata a Mark Lawson della BBC: https://www.youtube.com/watch?v=LDF9pe_uFoA (“Mark Lawson talks to Noel Gallagher”) e la più breve ma altrettanto illuminante conversazione con Gary Byrne: https://www.youtube.com/watch?v=4ODcuQirKs0 (nella serie “The Meaning of Life”).
 
 
                                                                                                                      Steg

Noel Gallagher con la fascia regalatagli dal capitano "Vinnie"
dopo la vittoria del titolo 2014 di Premier League da parte del Manchester City
(11 maggio 2014)

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[1] Seguirà un post su di loro.
[2] Chi non sa che l’autore-compositore è quello che guadagna, difficilmente diverrà ricco in ambito musicale.
[3] Avete notato la carenza di nasi maschili significativi negli ultimi decenni? Dopo Fausto Coppi mi viene in mente solo Jean Reno.
[4] Altro “bel” naso.
[5] Non potevo mettere in nota questo fra parentesi, suvvia.
[6] Sebbene parrebbe che il CD sia tratto da una copia molto ben conservata del vinile.

IL FASCINO DELL’INCIDENTE STRADALE: I BANALIZZATORI DI MARILYN MONROE E JAMES DEAN


IL FASCINO DELL’INCIDENTE STRADALE:
I BANALIZZATORI DI MARILYN MONROE E JAMES DEAN






Premessa: mia madre è una appassionata di Marilyn Monroe, ma la sua collezione è costituita da ciò che io le ho regalato nel corso, ormai, di sei lustri e più. Quindi di riflesso, qualcosa della carriera e della vita di Norma Jeane Mortenson (o Baker o Gifford) conosco.


Io, invece, ebbi l’illuminazione ([1]) con la visione di una copia sgangherata di Gioventù bruciata (ovvero Rebel Without A Cause) al Salone Pierlombardo (un teatro) di Milano intorno al 1975: non è difficile fare una rassegna su James Byron ([2]) Dean, solo tre film da protagonista.


Ma bastava: quel tipo con l’ala del colletto della camicia sollevata al commissariato, quel tipo che contro ogni aspettativa aveva vinto la “chicken run” ([3]), quel tipo che riesce a mettersi con Judy (Natalie Wood) ([4]), e quel tipo che – lui, Jim Stark nel film, outsider – tiene sotto la sua ala protettiva, vana, l’ancora più outsider Plato (Sal Mineo). Entrano tutti e tutto dentro questi tre personaggi, ma soprattutto si staglia “Jimmy” Dean.


Pensare che volevo scrivere un post su entrambi, dunque con ugual peso, ma: “Peter Pan lives again in Rebel” dichiara Stewart Stern (lo sceneggiatore) in un bel documentario dedicato appunto a quel film. Ed ecco che diviene difficile essere quantitativamente equi nelle parole ([5]).


Solo i fan, dell’una o dell’altro, sanno che Marilyn Monroe fu “mascherina” ad una prima di beneficenza di East Of Eden nel marzo del 1955.
Ma non si piacevano per nulla, o almeno così si dice secondo le fonti più accreditate ([6]).
Nessuno dei due ottenne, vivo o morto, un Academy Award.


Leggenda vuole che un Elvis Presley giovane facesse ascoltare al telefono un demo di “Hound Dog” a James Dean.


Marilyn “ovviamente” vive da qualche parte con Elvis: del resto lui scelse di sparire proprio 15 anni dopo di lei. Altro che morti!


Marilyn Monroe ha avuto una carriera articolata, superficialmente parrebbe aver avuto, come ha, un’attenzione maggiore e più costante – libri su di lei si trovano anche dopo qualche anno dalla loro pubblicazione – di James Dean, il quale invece sembra ben più oscuro.


Ma è proprio cosi? Non credo. Grato se un serio estimatore di Marilyn Monroe vorrà smentirmi: apprenderò qualcosa.


Per entrambi, Dean e Monroe, vige “la regola dell’incidente stradale”: molti li adorano per quel malsano fascino che sul pubblico hanno il sangue e le membra ferite di un incidente stradale: tutti a guardare i corpi o “almeno” le macchie di sangue o i profili di gesso sull’asfalto, tanto loro, il pubblico dei curiosi, tornano a casa intatti ([7]).


In banalizzazione estrema, Marilyn Monroe e James Dean diventano dei casi clinici. Loro e non i rispettivi estimatori sono i malati.
Evidentemente non solo detta conclusione è sbagliata, ma nemmeno essa aiuta a combattere le proprie patologie. Certo meglio cullarsi con questa illusione in cui lo squallore umano è riversato su idoli enormi che possono anche in mortem reggere ciò che la persona media sembra non poter fare.


Ecco, per questo tipo di morbosa – peraltro superficiale e temporanea – fascinazione collettiva provo un serio fastidio, ogni volta che è buttato in pasto al pubblico uno di questi due grandi attori.
Il tutto è aggravato da quel senno di poi fatto di “se”, in cui si vedono gli invecchiamenti grotteschi, a colpi di grafica elettronica e niente altro, di certe fotografie di scena che nulla dicono, anche, sul reale aspetto del soggetto ritrattato all’epoca della posa.
Ciò perché nessuno si preoccupa di approfondire.


Ed allora, non solo nessuno riflette sul caso che conduce la mente nel casting dei film ([8]), onde delle rispettive carriere “possibili” è inutile fantasticare. Ma soprattutto perché non pensare a Marilyn Monroe in età matura autrice di libri e a James Dean quarantenne regista (per esempio di quella riduzione cinematografica de Le Petit Prince di Antoine de Saint-Exupéry, su cui Orson Welles arrivò a scrivere una sceneggiatura)?






                                                                                                                      Steg








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[1] Mi sarebbe piaciuto usare il termine epifania, ma è abusato.
[2] Io credo, perché mi piace pensarlo, che sua madre davvero scelse il secondo nome in omaggio al poeta, politico e avventuriero inglese George Gordon Byron.
[3] In Italiano diviene la corsa del coniglio.
[4] Nella realtà lei aveva – dopo essere stata scelta – una relazione con il regista, ed era minorenne, sebbene essendo legata sentimentalmente a Dennis Hopper.
[5] Pur non dedicandomi solo a Dean.
[6] Se James Dean: fu innamorato della mora ma dolce Anna Maria Pierangeli, egli ebbe un flirt con una androgina e giovanissima Ursula Andress, probabilmente fu molto vicino alla gotica Maila Nurmi (aka Vampira), che la Monroe non fosse, comunque, il suo tipo di donna è più che verosimile.
[7] Qualcuno ha definito la morte di James Dean suicidio “da distrazione”, ritenendo dunque che tre su quattro (gli altri due sono Montgomery Clift e Marlon Brando, solo l’ultimo non morto prematuramente) dei migliori allievi dell’Actors’ Studio si siano tolti la vita.
[8] Andò male il provino di Marlon Brando, diversi anni prima, per il ruolo di Jim Stark; andò male anche a Paul Newman indicato fra i possibili interpreti di Cal ne East Of Eden (Newman poi “sostituì” il defunto Dean in Somebody Up There Likes Me, ironia della sorte con la Pierangeli, intanto sposata nel 1954 – spezzando il cuore a Jimmy? – ad un italoamericano, al suo fianco).