"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



giovedì 22 maggio 2014

QUALE ORGOGLIO? (Sniper series - 24)


QUALE ORGOGLIO?
(Sniper series - 24)

 

Oggi, 22 maggio 2014, Charles Aznavour compie 90 anni.
C’è una sua canzone “Comme ils disent” (del 1972), ripresa magistralmente (e con buona aderenza testuale) da Marc Almond con il titolo “What Makes a Man a Man”, che non è così conosciuta in Italia ([1]).
È la storia di un uomo che vive con la madre e lavora come artista, travestito da donna, in un locale notturno.

 

Per chi si ricorda, e ricorda, gli omosessuali soltanto in occasione delle celebrazioni del Gay Pride.

 

 

                                                                                              Top Shooter

 

 

 

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[1] Il titolo della versione italiana è “Quel che si dice”.

mercoledì 21 maggio 2014

PERLE MEDIATICHE 32 – ORIZZONTI INCERTI


PERLE MEDIATICHE 32 – ORIZZONTI INCERTI

 

Canale televisivo tematico RAI Storia, trasmissione “Magazzini Einstein”, episodio dedicato a Jean-Michel Basquiat (visto il 20 maggio 2014, in prima serata).

 

Un buon minuto di orizzonte (quelli che non conoscono la lingua inglese lo chiamano “skyline”) verso sud di Manhattan senza i due grattacieli del World Trade Center.
Ma Basquiat è morto il 12 agosto 1988, mentre gli attentati dell’11 settembre furono nel 2001.


Per educare ([1]) e informare meglio? Poco importa se il documentario, pare di produzione francese, è stato semplicemente “licenziato” alla RAI ([2]).

 

Dedicato – con tristezza – a Francesca Alinovi, che ci sarebbe rimasta male come me, e a chi (con più di 40 anni d’età) sa chi fu Francesca Alinovi.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 


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[1]Magazzini Einstein è un programma televisivo contenitore di documentari dedicati a tematiche e personaggi dell'arte e della cultura, del passato e del presente. Prodotto da Rai Educational, è in onda su Rai 1, Rai 3 e sui canali tematici Rai Storia e Rai Scuola” (Wikipedia Italia).
[2] Considerato che esiste un film intitolato Downtown 81, fra l’altro impiegato nel documentario in questione.

lunedì 19 maggio 2014

STUFO DEL “TU”


STUFO DEL “TU”

 

Ho già scritto ([1]) della mia insofferenza per le formule di fraseologia che – per paura e/o inadeguatezza di coloro, moltissimi, che le utilizzano – sono impiegate per escludere tutto quello che è, invece, normalità: esemplifico con “tutto bene?” senza ascoltare risposta per paura di riceverne una vera e, giocoforza, sotto la soglia del “bene”, figuriamoci se uno osa rispondere “no, va piuttosto male”.

 

Ma fastidio mi causa, da molti anni, anche il “tu” ad ogni costo: una forma di apostrofazione impiegata come scialuppa di salvataggio da (e di) tutti quelli che cercano di “tocchicciare” la personalità di chi gli sta davanti per scavalcare l’invalicabile. Perché quando si arriva al tu è più difficile essere vaghi e, occorrendo, giustamente scostanti.
Ovviamente non sto descrivendo il “ciao capo” di chi vuole venderci qualcosa per strada: lì è riconosciuta la non confidenzialità insieme alla necessità di un approccio immediato. Nemmeno critico il “tu” sportivo con il compagno di doppio di tennis (o di tatami). Sono meno sicuro se un allievo e un istruttore possano sempre scavalcare il “lei”.

 

No, sono il “tuteare” a ogni costo il vicino di casa; la presentazione obbligatoria con il solo nome proprio che presuppone il “tu”, ma il “piacere” (inesistente eppure sempre detto all’atto del primo incontro) a corollario di quel tu infausto, durante una qualsiasi situazione pubblica irrilevante ([2]).
Tutti a darsi del tu, quando le stesse persone su un mezzo di trasporto pubblico nemmeno sopporterebbero il reciproco contatto, magari.

 

Io do del lei, perché non permetto e non concedo familiarità”: Aldo Busi ([3]).

 

Quindi se avete la possibilità di parlare per primi, date del lei, altrimenti cercate di capire al più presto se chi vi ha dato del tu è nella patologica norma e, dunque, degno di oblio entro i successivi 5 minuti ([4]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] A partire dal post, dal titolo e sottotitolo chilometrici: “Il ‘pantalone’ e il ‘Caipiroska alla fragola’:” il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose”.
[2] A parte la maleducazione del dire “piacere”.
[3] Dalla intervista rilasciata a Bonsai TV: https://www.youtube.com/watch?v=QrMyvgLQQH8.
[4] Se lo/la reincontrerete userete il “lei” ovviamente.

giovedì 8 maggio 2014

VIVA VIV (ALBERTINE)! (con un obiter dictum sul punk a Milano)


Viv, Keith e Mick pre-punk
(fuori dallo squat in Davis Road)

 
VIVA VIV (ALBERTINE)!
(con un obiter dictum sul punk a Milano)

 

Una delle cose più tristi del punk in Italia era questo suo “bynumberismo” ([1]): “facciamo come in Inghilterra” ([2]).
Ecco quindi che nascono le Clito (sicuramente sarò smentito) ([3]) ovvero “le Slits italiane” ([4]) ([5]): compaiono al “solito” Sabatok Folle milanese del 9 dicembre 1978 e non lasciano grandi tracce ([6]).
 
Invece, The Slits sono the real thing.
Il loro pedigree è impressionante ([7]), e poi non sapevano suonare davvero. O no?: la solita storia del punk: è stata una scena di eroi, quella vera.
 
Ebbi la fortuna di vedere e ascoltare questo “bunch of really naughty girls” ([8]) nell’agosto 1978 al Music Machine, aprivano per qualcun altro: ero in prima fila ([9]). Dopo il concerto incrociai Tessa: scortesemente si firmò Jimi Hendrix, mentre Palmolive si firmò Paloma, mi pare con un lezioso svolazzo. Era come aver partecipato a una campagna militare, in quanto fino ad allora a parte un generoso feature in 1988-The New Wave Punk Rock Explosion di Caroline Coon non si sapeva quasi nulla di loro, a meno di essere riusciti a intercettare le due sessioni (per noi italiani appunto quasi degli stealth) di John Peel ([10]).
Come noto, Palmolive lasciò poco dopo e subentrò alla batteria Budgie (pre-Banshees): le/li vidi due sere consecutive ad aprire per The Clash al London Lyceum, il 28 e 29 dicembre di quell’anno. Salda alla chitarra sempre la bionda Viv Albertine.
 
Quando The Slits si sciolsero nel 1981, era ormai diventato più chic parlare delle Raincoats, noi ce la tiravamo di più con i New Age Steppers.
Ma un occhio aperto e un orecchio teso si sono sempre tenuti, per tutte e quattro le ragazze.
Con Viv per diverso tempo dedicatasi alle arti audiovisive, lei che era ed è ancora fra coloro che parlano bene di Sid Vicious avendoci vissuto insieme (e suonato nel 1976), lei che aveva imparato a suonare la chitarra con l’amico d’infanzia Keith Levene, lei che arriva ne The Slits già esistenti (dopo il loro primo concerto) e le pettina “come le New York Dolls”, lei che nel 1978 stava con Mick Jones.
 
Si riuniscono The Slits nel 2005 sans Viv et sans Palmolive; muore Ari Up improvvisamente nel 2010.
 
Intanto, Viv dopo venticinque anni riprende a suonare nel 2009 – preferibilmente una Fender Telecaster ([11]) vissuta (che lei porta anche molto bene, ma lei sembra ancora una ragazzina, mentre ormai è una ragazza ([12])) e un amplificatore Marshall, ed eccola riapparire nel 2010 con un EP autoprodotto più che dignitoso: Flesh.
Ci sorprende di più, e in meglio, con l’album The Vermillion Border alla fine del 2012 ([13]).
Ormai tutti millantano incondizionata passione e valore per le Fessure londinesi seventy-seven, ma noi ovviamente sappiamo che non è vero: ad ascoltarle siamo sempre i soliti.
 
E adesso? E adesso, a parte un altro album che pare scomparso nel nulla (forse in quanto è crowdfunded e quindi prima finanzia, poi registra, poi pubblica?), arriva con un film in cui è coprotagonista ([14]) e con le sue memorie scritte dal titolo tongue in cheek: Clothes Clothes Clothes Boys Boys Boys Music Music Music.
 

Ripeto: Viva Viv!

 

 

                                                                                                                      Steg

 
POST SCRIPTUM
 
Un paio di bonus:

 

 

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Viv, 17 years old at art school.
Biba tights, Terry de Havilland boots, home-made top
(dal suo sito ufficiale)




[1] “By numbers”: come quei quadri in cui si riempiono gli spazi secondo i colori.
C’è un album di The Who: The Who by Numbers, appunto, nel quale la copertina è da completare sia con colori sia con tratti.
Per anni non avevo mai pensato a questo modo di dire finché un giorno il mio amico Fred Ventura lo usò per definire qualcuno.
[2] Pessima abitudine di confondere l’uno con il tutto: e la Scozia, e il Galles …?
[3] Rinvio al libro di Claudio Pescetelli, Lo Stivale è marcio (Roma, 2013), pagg. 173 e ss.  per la versione ufficiale , cioè quella di chi probabilmente è ancora vivo.
[4] Sono invece la creatura di Anna Rosso Veleno secondo la versione di Elettro & Glezos: Punk alla carbonara – rhinestone nubile edition (Milano, 2012), pag. 82.
[5] Perché non “le Runaways de noantri”? Probabilmente in quanto il quintetto californiano non era abbastanza punk per essere imitato e poi sapevano suonare.
[6] O meglio: a detta di Claudio Pescetelli una certa Coletti Giovanna cerca di parteciparvi e poi fonda le Kandeggina Gang: cioè le ispirate dalle Clito (non le Raincoats italiane).
[7] Per chi non ama le scorciatoie, ma è giovane: http://www.punk77.co.uk/groups/slits.htm.
[8] Parola di Viv, Viviane Katrina Louise.
[9] Dei ragazzi svedesi conosciuti qualche sera prima furono così gentili da inviarmi anche una foto in cui, con buona volontà, mi identifico.
[10] Curiosamente, siccome i bootleg si facevano ancora e anche usando quel che capitava, il bootleg di Siouxsie and the Banshees intitolato Metal Shadows (Impossible Recordworks) contiene - per errore - anche una canzone di The Slits.
[11] Il suo sito ci ricorda che: “Bought Les Paul Junior with £200 my grandmother left me”. Dunque non trascura le Gibson.
[12] Certo lei vezzosa ha intitolato una sua canzone “Confessions of a MILF”, così magari finite anche su siti internet imbarazzanti, ma sappiamo che lei è una delle poche che bara dichiarando più anni di quelli che ha.
[13] Peccato esso non contenga anche la canzone “Needles” (peraltro del 2010), sorta di brevissima epica londinese 1975-1976 in cui siamo anche informati che Viv non andò mai oltre le anfetamine.
Ne esiste, fra l’altro, una versione eseguita al Meltdown Festival nel giugno (almeno la sera del 17) 2013: lei apriva con il suo gruppo per Siouxsie. Phew!
[14] Exhibition di Joanna Hogg.

martedì 6 maggio 2014

MARIO E NUCCIA FATTORI: JUST LIKE A PICTURE (la Milano che si doveva salvare)



MARIO E NUCCIA FATTORI: JUST LIKE A PICTURE
(la Milano che si doveva salvare)
 
Milano: ne scrivo, talvolta ex professo e talvolta incidentalmente.
Magari scrivendo di persone.
 
Ogni tanto ci sono delle fiammate, casuali, e riparto.
Cosi mi ritrovo, ancora, a dannarmi su quelle note, dieci secondi, del “Carosello” del chewing gum “Brooklin” interpretato da Carla Gravina ([1]).
 
Ed ecco dunque comparire Mario Fattori, una “bella faccia” (cioè interessante, come si dice a Milano): https://www.youtube.com/watch?v=KNblOgo7bkc&list=PLA22C2C189CA4ECF5 ([2]).
Questo è uno che a New York ci andava spesso quando ancora non si volava da Milano con i 747 Boeing (tanto per dire).
 
Cercando una pseudo partenza, opto per la moglie Nuccia Fattori: https://www.youtube.com/watch?v=48RdL6iOFvg, il jazz, Jerry Mulligan.
 
Vi piace la musica anni sessanta, allora si parte con quanto racconta uno come Oliviero Toscani: https://www.youtube.com/watch?v=AAAYhj0ub6c.
Jimi Hendrix a casa di Fattori, mica male, no? Uno statunitense andato a cercare fama in Gran Bretagna, che suona a Milano perché allora a Milano c’erano (ancora) gli artisti internazionali che venivano non per carità.
 
Volete altra New York? Eccola secondo Carlo Orsi, fotografo (fotografo anche “di Milano”): https://www.youtube.com/watch?v=CckJNjZWp38&list=PLA22C2C189CA4ECF5 .
 
D’accordo, già un poco di retrogusto lo avete, ecco Fattori era uno “non tanto regolare” ([3]) https://www.youtube.com/watch?v=2dCcKTZXWO4&list=PLA22C2C189CA4ECF5, come ricorda l’architetto Enrico Baleri, ma il name dropping del milieu manhattanita di Fattori è devastante.
 
La Signora Fattori, però, non era da meno.
Per le fashion victim ([4]) riporto dal Corriere della Sera: “L’ intera via Spiga vantava due cartolerie, una panetteria, una polleria, una salumeria, una merceria, la «Drogheria Centrale». Non ha mollato solo la salumeria. Ma sarebbe un’operazione di basso crepuscolarismo rimpiangere quel che è stato sconvolto dalla moda, con grossi vantaggi per la città. Pioniera fu Nuccia Fattori. Aprì una boutique quasi all’ angolo con corso Venezia. La chiamò «Cose». Era il 1963, anno chiave nella moda e nel costume, l’ anno della minigonna a Londra, di Mary Quant, dei Beatles. Leggo sul «Dizionario della moda», che anni fa curai per la Baldini & Castoldi: «Nuccia Fattori accostò ai suoi abiti e alla sua maglieria, i capi di Biba, Zandra Rhodes, i golf di Sonia Rykiel, quelli ricamati di Emmanuelle Khanh, le femminilissime avanguardie di Chloé e persino la marziale aggressività di Rabanne. Ma, nello stesso tempo, Nuccia era attenta a valorizzare il talento di Walter Albini e l’ estro eversivo e giocoso di Cinzia Ruggeri»” ([5]).
Mi pare abbia chiuso da tempo anche la salumeria. È anche morto Guido Vergani.
Per il resto, rimando a quanto già scritto, anche da me ([6]).
 
Devo questo splendido tuffo nella mia Milano a “Storieminime”: una sorta di portale su You Tube che ha il solo difetto di farci capire che il fantastico documentario su Mario Fattori non è disponibile. Forse non è mai stato completato?
Non sono nemmeno riuscito a trovare uno straccio di profilo completo di Mario Fattori (e la General Film oggi che fine ha fatto quanto a archivio?).
 
A chiudere: “New York: just like a picture!”: Stevie Wonder, “Living for the City”.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
POST SCRIPTUM
 
Ore dopo aver caricato il post, sempre non avendo reperito quanto cercavo, sono incappato in un passo che riporto anche se mi pare, sinceramente, eccessivo nei contenuti e nello stile. Giudicate voi. E una discreta contraddizione: il rock è tutto “made in the UK”, sebbene sia poi ampiamente esportato negli Stati Uniti.
Il punto più alto di rappresentazione percettiva ed evocativa dello stile pop viene raggiunto tra il 1967 e il 1970 con l’esemplare spot della “Gomma del Ponte”. Già il fatto che un dolcificio lombardo (Perfetti) sia riuscito nell’impresa di americanizzare un suo prodotto, convincendo i consumatori a inserirlo coerentemente nel loro sistema iconico alla voce “made in USA”, è un elemento supremamente pop. Per la prima volta una colonna sonora (fantastica) all’altezza delle immagini (modernissime). Girato interamente a New York da uno dei più raffinati pubblicitari italiani, Mario Fattori (che ne è anche il produttore), è un’allucinazione retinica, un videoclip in anticipo sui tempi. Una giovane (l’attrice Carla Gravina) senza alcun motivo plausibile corre sul ponte di Brooklyn. Frame velocissimi e sovrapposti – ritmo martellante scandito da un’armonica a stantuffo blues – giochi ottici luce/ombra creati dai raggi di sole che filtrano tra i piloni del ponte (effetto dream machine). Wow!!! Nello spot c’è tutto: la lezione del new american cinema, l’underground, l’arte cinetica programmata, i light show, gli effetti stroboscopici , il rock (“Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, Hendrix? Cream?) il docu-drama hip (Cheeta? Fillmore? Greenwich Village?) e c’è persino il messaggio (il gap generazionale che nemmeno il ponte di Brooklyn riesce a colmare… provate a prendermi!). Uno shock culturale per chi era cresciuto a baffi, bonazze e mandolini. Un brillante saggio antropologico dal lontano pianeta America che la Rai Radiotelevisione Italiana fingeva ancora di non aver scoperto’ (Matteo Guarnaccia, “La ragazza di Venus”, tratto da Dreams: i sogni degli Italiani in 50 anni di pubblicità televisiva (a cura di Gianni Canova), Milano, La Triennale di Milano - Bruno Mondadori, 2004, pagg. 213-215).
 
 
 
 
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[1] È citato in due post, (cercate con l’etichetta Carla Gravina) nel secondo ho anche dato la stringa: http://www.youtube.com/watch?v=xDX38F3YkUM.
Non sono certo della datazione, ma poiché si parla di “Woodstock” dovrebbe essere successivo all’agosto del 1969.
[2] Dissento totalmente dalla scelta di Carla Gravina. Totalmente.
[3] Per scriverla alla Umberto Simonetta.
[4] Invitate a cambiare blog, ce ne sono tanti: quelli dove leggete di “pantalone”, “taggare”, eccetera.
[5] Il passo è tratto dalla rubrica “Il Milanese” di Guido Vergani, “Via Spiga, così è nato il salotto della moda”: http://archiviostorico.corriere.it/2003/maggio/04/Via_Spiga_cosi_nato_salotto_co_7_030504038.shtml
[6] Il post ‘“SALVIAMO MILANO”. NO TROPPO TARDI! (più che nostalgia, rabbia)’.


lunedì 5 maggio 2014

PERLE MEDIATICHE 31 – LIBRI E PALLACANESTRO


PERLE MEDIATICHE 31 – LIBRI E PALLACANESTRO

 

Filmato (“spot”) per promuovere il “Maggio dei libri” 2014 e la lettura da parte dei giovani.
Si vedono dei ragazzi che si passano (via via) dei libri (et similia) alla fine uno lancia e “fa canestro”.
Lo trovate nella sezione “gallery” de http://www.ilmaggiodeilibri.it/Home.html.
Il messaggio è: “leggi segna un punto a tuo favore” (sottolineatura e grassetto aggiunti).

 

Spiace notare come: “Nella pallacanestro, il tiro libero è la sanzione prevista nel caso in cui la difesa commetta un fallo nel momento in cui un avversario tira, in seguito ad un fallo tecnico, antisportivo o da espulsione o per ogni fallo commesso dopo il bonus” (da Wikipedia).
Queste le regole del punteggio: “Il conteggio dei punti viene effettuato assegnando ad ogni canestro un punteggio a seconda del luogo in cui si trovava chi ha tirato la palla e del tipo di tiro effettuato: […] 1 punto: viene assegnato per ogni canestro fatto eseguendo un tiro libero”, per gli altri tiri i punti sono 2 (due) o 3 (tre) (idem).
Ovvero: il riferimento del messaggio è a una situazione fallosa, punita, non a un’azione della squadra come dovrebbe essere secondo il filmato.

 

Cito testualmente: “La campagna, promossa dal Centro per il Libro e la Lettura del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica e in collaborazione con l’Associazione Italiana Editori”.
Forse sarebbe stato il caso di coinvolgere anche un giocatore di pallacanestro?

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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