"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



sabato 5 ottobre 2013

OBSOLESCENZA GIOVANILE ED ARTISTICA (Sniper series - 21)


OBSOLESCENZA GIOVANILE ED ARTISTICA (Sniper series - 21)

 

I giovani (spesso nemmeno quello) writer di Rogoredo (indico un deposito ATM) mi fanno la stessa impressione che mi facevano i “Moicani” di King’s Road all’inizio degli scorsi anni ’80: pena.
Data la loro obsolescenza generazionale sono (ed erano) alla rincorsa ciò che non potranno (e potevano) mai raggiungere, il passato.
 
Mi astengo dal commentare l’aspetto artistico degli scrittori spray attuali: sarebbe come commentare un artista che oggi dipingesse zuppe Campbell.
 
 
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venerdì 4 ottobre 2013

ORESTE DEL BUONO (SENZA DIMENTICARE PILADE)

ORESTE DEL BUONO (SENZA DIMENTICARE PILADE)

 

Destino carogna quello dei fratelli, uno dei due spesso subisce l’ombra proiettata dalla statura del germano.

 

Chi ricorda Ron Asheton rammenta anche Scott solo perché entrambi erano nella formazione “storica” de The Stooges, gruppo musicale seminale (qualcuno li reputa anche proto punk, poco importa) formatosi ad Ann Arbour (Michigan, USA) nel 1967: il primo alla chitarra, il secondo alla batteria.

I Pilade ed Oreste della mitologia greca sono cugini.

Un cantante italiano parte del Clan di Celentano chiamato Pilade (all’anagrafe Lorenzo Pilat) interpretò nel 1965 la versione italiana di “Charlie Brown” ([1]): un testacoda pop che lega in modo curioso Oreste e Pilade Del Buono.

 

Qualcuno, addirittura, si inventò “OdiBò”, contrapposto a “OdiBì”, e allora si pensò a chissà cosa.

No: Oreste Del (oppure “del”) Buono e Pilade Del Buono, fratelli, entrambi giornalisti, sono due persone distinte, appunto.

Pilade era anche il nome del nonno paterno (dilapidatore di patrimoni) e Oreste quello dello zio paterno mai conosciuto (siccome premorto ai nipoti) ([2]).

Pilade Del Buono (il minore dei due: classe 1930, suo fratello era nato nel 1923) è stato un eminente giornalista sportivo e amico di Beppe Viola, negli anni più recenti è [stato] fra i tedofori della fiamma di Gianni Brera.

 

Oreste Del Buono rimane, per molti di quelli che lo ricordano (morì il 30 settembre 2003), solamente il direttore del mensile ([3]) Linus.

Nulla di più sbagliato.

Lo avete già trovato citato qualche volta in miei post precedenti.

Secondo una recente sintesi di Pierluigi Battista egli era: “uno dei grandi cultori dei filoni letterari tenuti ai margini dagli intellettuali sussiegosi” ([4]).

Ma questo è un giudizio ex post, allora quasi un quarto di secolo fa il diretto interessato sintetizzava: “mi sono sempre occupato di cose futili, il fumetto, il fotoromanzo, il giallo, il rosa, il nero, la fantascienza” ([5]).

 

Il maggiore dei Del Buono era un uomo non tanto alto (del proprio aspetto non particolarmente attraente non ha fatto mai mistero); era uno di quegli uomini che ancora – ancora perché oggi capita davvero raramente – trovavano ovvio essere vestiti con giacca e cravatta quasi sempre; quelle giacche e quelle cravatte che non dicevano nulla ([6]).

Faceva anche parte delle persone con “l’incarnato alla milanese”: quel pallido che sembra anche leggermente grigio, sebbene egli fosse nato in Toscana e per di più al mare (vedi anche il notaio Franco Cavallone, altro personaggio di qualche mio post).

 

Scriveva, scriveva, non come quella “macchina” di Giorgio Scerbanenco a cui forse proprio lui aveva attribuito la capacità di diventare una creatura antropomeccanica, ma OdB scriveva: da giornalista, da autore (che in Italia è sinonimo di scrittore letterario) e da prefatore.

Poi, evidentemente, dirigeva: pubblicazioni oppure collane editoriali.

 

La sua vita rispetto ad altri del mondo delle arti credo si possa suddividere così: quelli che a lui devono (spesso molto) in vita e quelli che a lui devono di non essere dimenticati; poi c’è anche qualche eccezione ([7]).

Fra i primi, campeggiano nei fumetti Hugo Pratt ([8]) e Andrea Pazienza. Fra i secondi rammento Umberto Simonetta, Scerbanenco, un poco anche Gianni Brera.

 

Su un sito dedicato ai “nativi” illustri dell’Isola d’Elba sono riportati due articoli che mi sento di segnalare: un profilo biografico e un’intervista ([9]). Dovrebbero bastare per chi desidera qualche riferimento in più.

 

Saluto ovviamente Pilade, che non mi conosce[va] di persona ([10]), ma conosce[va] bene mio papà anche perché loro due hanno anche lavorato insieme al quotidiano Il Giorno.

Risulterebbe solamente un libro a lui attribuibile, chissà … ([11]).

Per il resto solo interventi in testi altrui, prevalentemente breriani.

 

E per concludere, l’amara ironia è una sola: Oreste del Buono rischia di essere dimenticato per un motivo davvero circolare: non c’è nessun OdB che si premura di ricordarlo ([12]).

 

 

POST SCRIPTUM

Qualche giorno dopo [anno 2013] aver ultimato il post, ho reperito, fortunatamente a un prezzo da libro usato, il volume di Del Buono intitolato Amici, amici degli amici, maestri …

Nell’elenco dei profili che lo compongono rinvengo fra gli altri: Beppe Viola, Giancarlo Fusco, Dino Buzzati, Giorgio Scerbanenco. Does it sounds familiar?

 

 

DIECI ANNI DOPO

Ho ripreso il post: inserendo fra parentesi quadre aggiornamenti puramente cronistici: anche perché Pilade è morto il 21 luglio 2019; poi qualche breve aggiunta..

 

Ci si aspettava nel 2023 qualcosa per il doppio anniversario di OdB: centenario dalla nascita, ventennale dalla morte, è arrivata pochissima cosa, e quindi per chi ha letto anni fa questo post, fui profetico.

Nel frattempo, io … beh ho recuperato qualche titolo che mi mancava, casualmente e non. Desidero ricordare qui, in ragione della curatela di un altro autore italiano negletto: Daniele Brolli, il volume La parte difficile e altri scritti ([13]); poi, magari, La talpa di città ([14]) e La debolezza di scrivere ([15]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Canzone del 1959 non collegata al personaggio creato da Charles M. Schultz, scritta da Jerome “Jerry” Leiber e Mike Stoller e interpretata innanzitutto da The Coasters.
[2] Tesei: la famiglia materna che ha dato alla marina militare un eroe come Teseo (nomen omen?). “Il vicegovernatore di Malta, sir Edward Jackson, ricordando l'episodio il 4 ottobre 1941 scrisse: «Nel luglio scorso gli italiani hanno condotto un attacco con grande decisione per penetrare nel porto, impiegando MAS e "siluri umani" armati da "squadre suicide" (…). Questa impresa ha richiesto le più alte doti di coraggio personale.»”: da Wikipedia Italia che cita il Daily Mail.
[3] Adesso la periodicità è quel che è, e anche nei contenuti i paragoni non si possono fare.
[4] La Lettura, 29 settembre 2013, p. 4.
Vorrei sapere quali sono, o furono, gli altri, in quanto l’impressione è che sia difficile raggrupparli.
[5] La vita sola, Venezia, Marsilio Editori, 1989, p. 139.
Mi vengono in mente Carlo Fruttero e Franco Lucentini.
[6] Come non hanno mai detto nulla quelle di Umberto Eco, che predilige(va?) il cosiddetto blazer all’italiana ovvero la giacca blu scuro ma senza bottoni di metallo.
[7]Scriveva anche ‘sui muri’, Beppe, per dire che le collaborazioni non mancavano. Teneva molto alla rubrica su Linus che gli aveva imposto Oreste del Buono, per lui soltanto fratello del suo amico Pilade”: così scrive Sergio Meda in “Beppe Viola, giornalista” su Panorama, nel 2012.
[8] Rammento una fumosissima sera al Hotel Napoleon di Lucca in cui, circostanza rara, HP e OdB erano persone fra loro pari.
Quando Del Buono lasciò la direzione di Linus, invece, tutta la redazione del mensile divenne una corte di ammiranti donne che pendevano dalle labbra del Maestro di Malamocco.
[9] Rispettivamente le stringhe sono: http://elbaisoladipoetienarratori.blogspot.it/2013/02/oreste-del-buono-genio-e-carattere-di.html e http://elbaisoladipoetienarratori.blogspot.it/2013/06/oreste-il-guastafeste-del-buono-lenfant.html.
[10] Come “figlio di” pensò, esattamente, di identificarmi per il mio necrologio per Ayrton Senna Da Silva nel 1994.
[11] Carnera campione del mondo, s. l., Editoriale Nuova, 1978.
[12] Ripubblicandolo al di là di quanto fatto, un poco malinconicamente, nel numero del redivivo Linus di settembre 2013. dove c’è qualche suo scritto ma davvero poco e solo tratto da un unico volume (il già citato La vita sola).
Mentre il primo Antimeridiano dedicatogli rischia di essere un monumento letterario poco visitato dai lettori e comunque incompleto a causa del suo rigore cronologico e filologico.
[13] Milano, Scheiwiller, 2003.
[14] Roma-Napoli, Theoria, 1984.
[15] Venezia, Marsilio, 1987. 


 

PAUL WELLER: ROBA DA MASCHI


PAUL WELLER: ROBA DA MASCHI

 
Non giro le spalle al mio post in cui mi dichiaravo welleriano.
 
Anzi, pur censurando talune recenti scelte stilistiche d'abbigliamento del Talento di Woking, lo vedo al mio fianco ogni qualvolta io lotto (sì, si lotta) nel scegliere un paio di scarpe o nel cassarmi quanto ad un abbinamento di capi: nessun modernista esce di casa vestito approssimativamente e quindi non convinto.
 
Però, se conto i figli di Paul Weller e i suoi fallimenti sentimentali non lo vedo molto lontano da un maschio Rastafariano.
La donna a casa e lui al pub con gli amici.
 
Non c’è morale, ma una preferenza comportamentale ed esistenziale: meglio restare emuli di Peter Pan e – se si è fortunati – vivere come tali con la propria Wendy (che ti ricuce l'ombra perduta non perché devota, bensì per amore – reciproco).
Non ci sono figli a Never Never Land, dove la vita non è perennemente comoda: pellerossa e Captain Hook possono tenderti una imboscata in ogni momento, e capita sempre più spesso.
 
 
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ANDAR VIA?


ANDAR VIA?

 
Con cosa si può “andar via”?
E da dove?
 
Sei a casa, è tardi, ammettiamo di non essere stanchi.
Se hai dei figli a carico (ancora a carico, di nuovo a carico?) nemmeno pensarci di andar via; però puoi pensare a come sarai fra una quindicina di anni e se avrai la forza di andar via. Oppure sei un incosciente se ciò nonostante pensi alla fuga ([1]) ma non da biasimare tout court.
 
Bene, secondo livello del gioco: al momento ci stai dentro con le spese. Certo taluni esborsi non militano a tuo favore in termini di coerenza: davvero devi avere la TV a pagamento? Già sei abbonato RAI, se vuoi altro, scartavetra la mente su You Tube (con l’aiuto di qualche buon blog).
Comunque... Puoi pensare.
 
Terzo livello (intanto si è fatta l’una di notte; prosegui un po’ a la Less Than Zero: volume annientato sullo schermo ([2]) e musica aperta (o chiusa in cuffie): cominci a pensare - millesima volta - a te giovane e con delle incazzature non “ad orologeria” burgessiana: di solito quando si sente la suoneria è finita la generazione e sei finito/a, ma ti è andata diversamente.
 
Quarto livello: fuckallianamente decidi che ormai sei arrivato al giro di boa notturno, anche questa volta domani ricorderai solo quello che ti basta a non sentirti un “ragioniere in doppio petto pieno di stress”, cioè che sei una persona libera di riflettere.
 
Hai finalmente riconquistato la lucidità di pensiero che ti manca nel corso della giornata.
E sei serenamente incazzato, con il mondo.
Solo che hai la memoria (non la saggezza) di qualche lustro in più e ti ripeti che non è successo proprio niente, se non che 10 Euro valgono meno di 10.000 Lire.
 
Sai anche che, altro che circolazione di persone e merci! (eh conosci qualcosa di Diritto comunitario), si fatica pure per trasferire un conto corrente, cioè il suo contenuto, a Bruxelles.
 
Ma comincia (o prosegue) il processo di rigetto dell’Italia.
Non serve essere un former wunder Kind per non poterne più di politici settentrionali di seguito e paragoverno (altro che “Roma ladrona”, ormai), politici untori (del loro futuro leader) di sinistra, segretari di partito tardo ribelli (loro) che continuano ad ignorare come tre condanne per diffamazione gli toglierebbero la casa con vista passeggiata a mare (modesta, non si affaccia sulla Promenade des Anglais) e altro.
 
Attenzione: Euro o altro, se l’Italia si comincia a svuotare, scarseggerà anche il danaro per pagare gli – ex – nostri rappresentanti.
Le notti sono corte, ma possono portare consiglio.
 
Ah, ovviamente l’ispirazione è “Con un deca”: scegliete voi la versione, sia essa quella originale degli 883 oppure quella de I Cani del 2012 o ancora quella quasi coeva ad essa di Max Pezzali con i Club Dogo.
E non sono Edmondo Berselli.
 
 
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[1] Curioso: è pensiero comune che il sognatore sia necessariamente un incosciente, dissento.
[2] Vedi che non ti serve la pay TV?

giovedì 3 ottobre 2013

MA COSA HANNO DA FARE? (Tombstone series – 12)


MA COSA HANNO DA FARE?
(Tombstone series – 12)

 

Sembra che i giovani del XXI secolo abbiano troppo da fare.

 

Dato che i genitori fanno le code per comprare i libri di scuola dei figli, alle segreterie scolastiche dei figli, ... Propongo: si accoppino carnalmente i genitori, per conto dei loro rispettivi figli che stanno insieme; magari ne gioveranno anche stanchi menage familiari.

 

 

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VITA SCHIFA PARTE I (Tombstone series – 11)


VITA SCHIFA PARTE I
(Tombstone series – 11)

 

Laurearsi al Politecnico, polo di Milano Bovisa: squallore dei luoghi.
Anziché l’alloro, una bella tuta come gli operai schiavi di Metropolis.

 

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PERLE MEDIATICHE 28 – RISORTI PER ALTRUI IGNORANZA


PERLE MEDIATICHE 28 – RISORTI PER ALTRUI IGNORANZA

 
Siamo ormai alla recidiva reiterata e specifica.
 
Nella rubrica quotidiana “Res Gestae”, trasmessa dal canale televisivo tematico RAI Storia, del 2 ottobre 2013, a proposito di Rock Hudson morto quel giorno del 1985: “... con la sua amica Liz Taylor con cui aveva recitato nel 1956 ne Il Gigante”.
 
Evidentemente James Dean, morto il 30 settembre 1955, terzo nello starring del film in questione era resuscitato.
Nulla di tutto questo: The Giant fu concluso il 12 ottobre 1955 ([1]).
 
Mi ripeto, mandare ai lavori socialmente utili i responsabili di questi scempi culturali, che sono pagati dal pubblico con il canone RAI.
 

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[1] Nel caso di specie non si possono accampare giustificazioni come per Plan 9 from Outer Space quanto a Bela Lugosi.
Incidentalmente, in quel film recita Maila Nurmi (con lo pseudonimo di Vampira), amica di James Dean.

mercoledì 2 ottobre 2013

PERLE MEDIATICHE 27 – “LA SORELLA DI GERSHWIN”


PERLE MEDIATICHE 27 – “LA SORELLA DI GERSHWIN”

 
Credevo si trattasse di una “leggenda mediatica”. Credevo, e invece no!
 
Nella rubrica quotidiana “Res Gestae”, trasmessa dal canale televisivo tematico RAI Storia, del 26 settembre 2013 Ira Gershwin, pronunciato “Ira”, diventa la “sorella maggiore di George” nato in quel giorno del 1898.
 
Mandare ai lavori socialmente utili i responsabili di questi scempi culturali (e linguistici), che sono pagati dal pubblico con il canone RAI.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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PERLE MEDIATICHE 26 – IL DIRITTO D’AUTORE E IL GIORNALISMO (in memoria di Sergio Endrigo)


PERLE MEDIATICHE 26 – IL DIRITTO D’AUTORE E IL GIORNALISMO 
(in memoria di Sergio Endrigo)

 
Con toni anche veementi Aldo Grasso ([1]) sul Corriere della Sera del 29 settembre 2013, in prima pagina, taglio basso, si occupa del riconoscimento – entro un accordo transattivo – da parte di Luis Bacalov della co-paternità della opera musicale facente parte della colonna musicale (e sonora) ([2]) del film “Il postino” dal medesimo titolo a Sergio Endrigo, Riccardo Del Turco e Paolo Margheri.
Farla facile è più semplice ma confusorio e di confusione ce ne è già abbastanza ([3]): fra plagio e sampling non c’è coincidenza (e mi fermo qui).
 
Ebbene: l’illustre commentatore “di televisione” e altro (ormai) dichiara che “Nei paesi anglosassoni il plagiarism è reato (lo si insegna nelle università), ma anche qualcosa di più”. Prosegue quindi qualche riga dopo: “Da noi il concetto è più blando: il plagio diventa citazione, la citazione omaggio, l’omaggio parodia” ([4]).
No, mi spiace non è così, anche perché il diritto d’autore (e i diritti connessi) ([5]) in ambito nazionale hanno una tutela antica (riveduta negli anni).
 
Basta leggere le norme rilevanti della legge n. 633 del 22 aprile 1941 nel testo vigente: l’articolo 70 per la citazione, gli articoli da 156 a 170 per le “Difese e sanzioni civili” e gli articoli da 171 a 174-quinques per le “Difese e sanzioni penali” e in particolare l’articolo 171 riguardo (anche) al plagio.
La parodia può essere, a certe condizioni, una difesa, ma da valutarsi caso per caso; ricordo come: “Nel nostro ordinamento non esiste una disposizione che menzioni esplicitamente la parodia e le riservi un regime speciale” (Tribunale Civile di Milano; ordinanza, 29 gennaio 1996 nel procedimento cautelare Susanna Tamaro e Baldini & Castoldi Srl contro Comix Srl).
 
Una delle riviste periodiche più autorevoli in Italia (e non solo): La Civiltà Cattolica, nel numero 3918 del 19 settembre 2013 pubblica un articolo dal titolo L’ordine nazionale dei giornalisti (di Francesco Occhetta) in cui si ricorda come: “tutti gli iscritti all’albo, a partire dal 2014, avranno l’obbligo e l’opportunità – aggiungiamo noi – di acquisire” una formazione permanente in varie materie (p. 517).
 
Rammento, infine, come in altre sedi giornalistiche si sia dato risalto proprio alla circostanza che il riconoscimento deriva da un accordo transattivo, non da una “resa” del Maestro Bacalov.
Ma di diritto civile dei contratti non intendo scrivere in questa sede.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Rinvio al post: “Aldo Grasso? Oggi non fa prigionieri”.
[2] Tutti scrivono di colonna sonora: se esiste un suono esiste una musica, riproducibile anche da altri.
In somma: il corpus mysticum nasce al più tardi con il corpus mechanicum (registrazione).
[3] Anche nel sito Internet dell’esperto in plagi Michele Bovi che scrive di “colonna sonora”.
L’incipit dell’articolo di Grasso parafrasa quello di Bovi, inter alia.
[4] Preciso che ho mantenuto il corsivo del corsivo originale (essendo un articolo di fondo quello che cito).
[5] Altro tema è la differenza concettuale fra Copyright Law e Droit d’auteur, pur se con gli avvicinamenti normativi dovuti a trattati internazionali e normativa europea.

martedì 1 ottobre 2013

SERGE GAINSBOURG (con post scriptum)


SERGE GAINSBOURG (con post scriptum)

 

Per me Serge Gainsbourg muore la mattina del 3 marzo 1991 in un albergo decaduto, come molti, di Venezia.

In realtà egli era morto il giorno prima, a Parigi, intorno alle 15.30 ([1]).

Si rimarca che avrebbe dimenticato di assumere la sua “pillola per il cuore”; proprio come era accaduto a Boris Vian, in parte suo mentore, il giorno del suo decesso (nel 1959).

 

Serge Gainsbourg (altrove ho preso spunto da questo artista per un post che non ha avuto molti lettori ([2]); credo egli si meriti qualche pensiero in più) ha avuto diritto, a tutto il 2013, a tre cofanetti qualificati come “integrali” ([3]), il primo e il secondo, fra l’altro, in due edizioni ([4]).

Scontenti della seconda, i fan più appassionati si sono lamentati anche della terza, constante di 20 CD ([5]).

Il suo, reputato, album capolavoro: Histoire de Melody Nelson, è stato ripubblicato in un’edizione in doppio CD (cum DVD) nel 2011, ovviamente con qualche registrazione inedita rispetto alla terza integrale ([6]).

E così via.

 

La maggioranza dei, pochi, italiani che sanno chi fu Serge Gainsbourg di solito hanno in mente soltanto la canzone “Je t’aime, mois non plus” in duetto con Jane Birkin: “roba scollacciata”.

Incidentalmente, Jane Birkin, probabilmente la “più donna della sua vita” è una sorta di Dennis Hopper al femminile in termini di vita artistica e non ([7]).

Belle donne: se Giovanni “Gianni” Agnelli parlava “con le donne” (e non “di donne”), gli altri parlano delle donne di Gainsbourg: anche una non bella come Brigitte Bardot è meglio di Jacqueline Bouvier Kennedy, ma sulla giovane Catherine Deneuve non si discute, e mi fermo qui.

 

La sua traiettoria artistica è spesso riassunta nell’ultima parola del titolo della prima integrale, che egli aveva definito il suo sarcofago: venuto meno Serge, quel cognome Ginsburg (che già aveva modificato moltissimi anni prima ([8])), diventa uno pseudonimo roco, come la sua voce.

 

Se, come dottamente osserva Jeremy Reed ([9]) a proposito di chi se la comprò prima fra i giovani di successo d’Albione, anche nella decade successiva l’acquisto di una Rolls-Royce è quasi obbligatorio ([10]), dunque non stupisce più di tanto se anche Gainsbourg ne compra una nel 1970, ma lui non ha la patente e non sa guidare.

 

Gainsbourg è un esteta anche se non si direbbe.

Ecco perché le fotografie (soprattutto degli interni) della sua casa, non grandissima, in cui trascorse oltre vent’anni – 5bis Rue de Verneuil, Paris 7e Arrondissment (dunque Rive Gauche) – finalmente mi disvelano finalmente una familiarità stilistica che non riuscivo a spiegare.

Quelle stanze, cariche ed ingombre di oggetti sono un clin d’œil di un’altra, ben più grande per dimensioni e fortemente voluta, fortress of solitude ([11]): il Vittoriale dannunziano.

 

Maitre de la provoc, evidentemente, ma non solo per “ragioni motoristiche”.

Lui ebreo, si inventa un album dal titolo Rock around the bunker ([12]) prima delle croix gammée del punk ([13]).

 

Grande autore ([14]) anche per altri artisti, rammento (Alain) Bashung di Play blessures, fino alla fine dei suoi giorni.

C’è anche chi dice che il suo vero successo fu dovuto a dei jeune fiston della banlieu: i Bijou nel 1978 ([15]).

Certo è che da allora questo apparente ometto (ben più alto di quanto sembri) diventa poco a poco un gigante, cui si consente quasi tutto: catch him alive while you can?

 

Chissà cosa avrebbero bevuto e fumato insieme Serge e Carmelo (Bene) se si fossero incontrati diciamo prima del 1985.

La dieta gainsbarriana era di Gitanes e alcool, con il Pastis 51 diventato 102 per i dosaggi prescelti, quella pro die del genio pugliese anch’essa tabagistica (si dice una stecca) innaffiata con due bottiglie di scotch Ballantine’s.

 

 

POST SCRIPTUM DEL TRENTENNALE

 

Secondo i numeri 111 e 112 ([16]) del mensile musicale - britannico - Shindig! per decenni la copertina di quello che è considerato lalbum capolavoro di Serge Gainsbourg (e Jane Birkin?) Histoire de Melody Nelson [17] ha avuto i crediti riferiti ai partecipanti alle registrazioni in parte sbagliati.
Solamente la redazione e pubblicazione de Le Gainsbook nel 2019 ([18]) avrebbe rimediato a ciò.
Il che significa dover emendare non pochi libri nella parte in cui si occupano di HMN.

 

Quest’anno cade il cinquantesimo anniversario di quellalbum, quindi, ma soprattutto il trentennale della morte di Gainsbourg.

Al momento pare tutto piuttosto tiepido in Francia, a parte uno speciale della rivista Les Inrockuptibles.

 

Giusto per: riordinare le idee, mettere qualche puntino sulle “i” e riflettere per l’ennesima volta sulla caducità della fama.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] La notizia mi arrivò dalla radio nella mia camera (non c’era televisione): alla fine di un GR RAI mattutino.

[2] Vedi “Quando un libro è ben documentato, può portare molto lontano (ovvero da Serge Gainsbourg all’infinito francese)”. Ivi anche qualche riferimento bibliografico.

[3] In Francia quando si ottiene la intégrale è una consacrazione.

[4] Quella del 1989, intitolata De Gainsbourg a Gainsbarre, passata nel tempo da 9 a 11 CD (vennero aggiunti due CD costituenti semplicemente gli ultimi due album di studio dell’artista); la successiva del 2008, Gainsbourg … Forever, comprendente inizialmente 17 CD più uno di inediti (poi eliminato).

[5] Sono ormai tutte rarità, compresa l’ultima che viaggia sui 200 Euro e oltre (un 25% in più del prezzo originario).

[6] Dello stesso anno ed eponima al suo contenuto.

[7] Primo matrimonio con John Barry, ovvero il compositore delle colonne musicali e sonore più celebri della saga cinematografica di James Bond.

Una piccola parte nel film Blow-up di Michelangelo Antonioni.

Sorella maggiore di Andrew Birkin, cui si deve una splendida opera letteraria (del 1979) dedicata a James Matthew Barrie con riferimento a Peter Pan (contestuale ad una sua versione televisiva (per BBC) molto bella e una meno suggestiva più recente versione cinematografica): J.M.  Barrie and the Lost Boys.

[8] E pretendeva di avere come nome di famiglia Ginzburg per vezzo.

[9] Nel libro The King Of Carnaby Street.

[10]I drive a Rolls-Royce/’cause it’s good for my voice” canta Marc Bolan in “Children of the Revolution”.

[11] Per una volta Superman è meglio di Batman: nel nome del suo rifugio.

[12] Uno dei pochi francesi non ridicolo quando canta in Inglese.

[13] Thelonious Monk nel 1968 con Underground si era permesso una bandiera nazista in copertina, ma l’alto ufficiale delle SS ivi riprodotto era legato.

[14] Come spesso scrivo, la vera ricchezza patrimoniale è ad appannaggio delle opere musicali e non delle registrazioni delle medesime.

[15] Rinvio al bel dossier contenuto nel numero 6 di Schnock del marzo 2013.

[16] Gennaio e febbraio 2021, rispettivamente.

[17] 1971: “HMN”. Rinvio per il resto al volume citato di seguito.

[18] S. MERLET (sous la direction de), Le Gainsbook – En studio avec Serge Gainsbourg, Paris, Editions Seghers, 2019.