"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



martedì 10 novembre 2015

PUNK E COMMERCIO (Tombstone series – 28)


PUNK E COMMERCIO

(Tombstone series – 28)

 

All’inizio di novembre 2015 in un esercizio milanese di una nota catena internazionale di negozi di cartoleria, piccoli oggetti per la casa e la persona ho visto alcune copie a prezzo di saldo del formato vinile di Never mind the bollocks here’s the Sex Pistols.

 

Nel 2016, non ci sarà molto da festeggiare per il quarantennale dell’uscita (il 26 novembre 1976) di Anarchy in the UK”.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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lunedì 9 novembre 2015

HUGO PRATT: QUALCOSA DI PERSONALE (a proposito di un piccolo libro)


HUGO PRATT: QUALCOSA DI PERSONALE
(a proposito di un piccolo libro)

 

Quando desideravo scrivere una biografia, cronologica ma non solo, su Hugo Pratt ([1]) avevo anche un titolo (che non svelo) che avrebbe dovuto far presente l’approccio non agiografico della medesima.
È andata come è andata, per ora almeno.
 
Da qualche anno, comprare tutto quello che è pubblicato di/su Hugo Pratt ha una serie di controindicazioni, si compiono delle scelte e poi si giudicano.
L’ultima acquisizione è un libro in lingua francese di non grande spessore: poco oltre le cento pagine che si riducono all’ottantina scritte, di un formato leggermente inusuale, illustrato con vignette tratte dalla storia “Y todo a media luz” (cioè “Tango”) ([2]): è Hugo Pratt: la rencontre de Buenos Aires di Michel Rime, pubblicato nel luglio 2014 da Favre.
 
Volume godibile, con alcune considerazioni sul Maestro di Malamocco non orientate e come tali critiche o anche solo descrittive e come tali non “santificanti”. Si capisce di chi sia la “farina” leggendo i ringraziamenti: Marina Pratt, Anne Frognier, ...
 
Se facessi delle citazioni vi toglierei il gusto della lettura, ed allora vi segnalo alcune pagine, partendo da righe dedicate all’inimitabile Anne: 16-17, 24-26, 44-45, 56-58, e forse qualcosa d’altro che troverò di seguito.  
 
Mi azzardo a metterlo – pur coi limiti della sua consistenza quanto a pagine – al fianco (oltre che dei “classici” libri più o meno firmati da Dominique Petitfaux) di: Un romanzo d’avventura, Le pulci penetranti ([3]), Corto come un romanzo (prima edizione) e Avevo un appuntamento.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Ne ho già fatto menzione nel blog.
[2] Dunque un po’ più che tollerato dall’ufficialità prattiana, che rimane sempre e solo Kong SA e che ne ha autorizzato la pubblicazione.
[3] Diventato Avant Corto (e in Italiano Aspettando Corto).

mercoledì 21 ottobre 2015

ANCORA CARELLA? 87° DISTRETTO E IL “GENERE” LETTERARIO (sto scrivendo dei Milanesi, anche)


ANCORA CARELLA? 87° DISTRETTO E IL “GENERE” LETTERARIO
(sto scrivendo dei Milanesi, anche)

 
Nell’Italia che non esiste più, c’era l’estate che era solamente una parte dell’anno e come tale si ripeteva ([1]).
 
Fra le azioni che si reiteravano, per chi andava in vacanza c’era anche quella delle letture e, di conseguenza, la scelta dei libri da portare come parte non irrilevante del bagaglio (avete mai provato – per qualsivoglia causa – la sensazione di vuoto, noia ed abbandono del nulla da leggere in terra straniera? Terribile).
 
Gli editori lo sapevano, pertanto erano cadenzate anche certe uscite estive.
Esistevano anche le bancarelle dei libri usati (e l’angolo di qualche edicola ([2])) dove rifornirsi. Rifornirsi soprattutto di quella roba che allora era la scala bassa dei libri, cromaticamente suddivisa anche se poi quelli con i colori erano solo le pubblicazioni di una certa editrice: gialli, fantascienza (bianchi), spionaggio (nero).
Restiamo sui gialli.
 
Mia madre era una lettrice globale ([3]) ed era così giovane per gli standard attuali che oggi io sarei potuto nascere quindici anni dopo, invece ero già un teen-ager e lei poco oltre i quarant’anni.
Leggeva anche gialli: per casa era passato qualche volume scritto da Micky Spillane, Maigret certo, e poi un paio di altri autori americani (con copertina proprio gialla): Richard Stark (che non sapevano/sapevamo fosse pseudonimo di Donald E. Westlake perché forse non si sapeva chi fosse Westlake) e Ed McBain.
Questi due in comune avevano un dettaglio: in Italia tutti i titoli contenevano il riferimento alla serie: Parker per il primo (Parker: un criminale, fra l’altro) e 87° Distretto per il secondo.
 
Ricordo che eravamo a New York (1975 e/o 1976), Gramercy Park: potrei addirittura aver sfogliato uno Stark e letto un McBain o letto tutti e due, comunque erano quelli di mia madre.
McBain mi rimase in testa: la moglie sordomuta del protagonista, ma lui Steve Carella è parte di un commissariato, cioè un commissariato di distretto (lo 87th Precinct), con molti altri agenti dalla personalità spiccata, violenza molta ma non troppo esasperata, ambientazione … beh che fosse New York evidentemente lo si capiva dopo poche pagine di ogni storia.
 
Anni dopo, molti, cominciai a leggere McBain, spesso d’estate: i Milanesi sono duri a morire e anche a cambiare (parafraso Giorgio Scerbanenco).
Ricordo un bel libro che forse era copia remainder, con copertina giallo limone e un volume saggistico abbinato in un cofanetto: la grafica degli Omnibus (Mondadori) era allora impeccabile ed invitante, ed un anno avevano deciso di realizzare una serie (che forse non ebbe grande successo, ecco la copia nuova, ma a prezzo ridotto che io acquistai) di uscite librarie tutte con quello stile: dunque un tipico Omnibus (cartonato bello e solido) e un volumetto a suo compendio.
Sto descrivendo Il Sordo contro l’87° Distretto.
Perché il Distretto ha il suo Professor Moriarty, il Sordo, appunto (in originale “The Deaf Man”) – e se ci pensate ha un discreto humour nero l’autore, stante la sfortunata (ma bella) Theodora “Terry” Carella – che comparirà in totale in sei romanzi.
 
È NYC ma non lo è il piano di gioco della saga: lo spiega molto bene in quel suo agile saggio George N. Dove ([4]). Insomma fidatevi. Quindi fa (anche) molto caldo d’estate e nevica d’inverno. Quindi c’è il fiume, e c’è un grandissimo parco, e …
Quindi nei personaggi di ogni romanzo c’è anche la città che non dorme mai.
 
Se vi aspettate altro da me, spiacente. Non è il mio stile.
 
Per chi è curioso offro uno spunto critico al mio punto di vista: http://www.nytimes.com/2005/07/09/books/why-readers-keep-returning-to-the-87th-precinct.html.
Per chi invece si allinea, provate a leggere anche questo altro blogger (per lui è stato il padre il gancio letterario): http://dentroisecondi.blogspot.it/2012/12/ed-mcbain-lo-scrittore-che-si-e-superato.html.
Per chi, infine, sa già di cosa sto parlando, una strizzata d’occhio: “Let’s be careful out there!”.
 
Dimenticavo: ho appena cominciato a leggere un romanzo di McBain, non dei Ragazzi del Distretto ma uno di quei suoi fuori serie (letteralmente): intitolato Bocche di fuoco ([5]) fu pubblicato nella collana mondadoriana Maschera Nera (anyone?) diretta da uno dei miei soliti riferimenti infallibili: Oreste del Buono, che firma anche la prefazione. Siamo a New York, è estate e fa caldo.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Cosicché i costumi da bagno anche le signore tendevano ad usarli per più di una stagione.
[2] Reiterata gratitudine al Signor Romolo, a Milano, dove (altro che book café: ci capitavano, essendo un negozio e non un chiosco, anche giornalisti, figli di giornalisti, bottegai e proletariato misto per fare due o anche sedici chiacchiere) si scartabellava di tutto.
[3] Di lei e delle testate Linus e Diabolik ho già scritto.
[4] Il volume non mi risulta edito separatamente in Italiano, in originale si intitola The Boys from Grover Avenue – Ed McBain 87th Precinct Novels.
[5] Guns in originale.

giovedì 15 ottobre 2015

CHER: LA DISINFORMAZIONE DEL PETTEGOLEZZO (Sketches series – 23)


CHER: LA DISINFORMAZIONE DEL PETTEGOLEZZO
(Sketches series – 23)

 

Posso chiedermi quanto a ogni mio post: la sua rilevanza, il livello di interesse.
Posso anche dirmi, semplicemente, che mi serve per organizzare le mie idee, in fondo non c’è obbligo di leggere quanto scrivo.

 

Innanzitutto, Cher fa parte delle persone da me “ripensate”.
I media la tratteggiavano come un incrocio fra una zombie canora e un prototipo di milf/cougar ([1]), senza possibilità di agevole smentita.
Perché, occorre ogni tanto rammentarlo, in diversi casi solo la longevità ha permesso di riportare a verità le figure artistiche e private di talune persone.

 

In questo caso più che in altri potrei usare un profilo tratto dalla WWW per ridurlo a nudo e poi prepararlo, come con quegli hot rod o quei chopper rispettivamente cari alle due decadi su cui ancora tutti fantasticano cercando un perduto che non torna.
Non lo faccio per stile e onesta intellettuale.
Il quasi sottotitolo giustifica questa lunga premessa a quello che è un “bozzetto di sketch”.

 

Cher, alla nascita nel 1946 Cherilyn Sarkisian di origini armene (padre) e irlandesi, inglesi, tedesche e cherokeesi (madre), innanzitutto “nel 1962 conosce Sonny ([2]) Bono ([3]) e fa” la corista per Phil Spector.
Già questo sposta qualche nube.

 

Poi, e non dal nulla come si è appena visto, comincia la carriera di cantante e, come sanno le bis-nonne italiane che non ascoltavano il melodico, ma semmai alla radio l’oltreoceano passato dai DJ Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, Cherilyn assurse a successo in duo con il, ormai marito, Sonny: Sonny and Cher, dunque.
Passando oltre di un tre lustri, qualche lettore (se ce ne sarà) ricorderà Ivan Cattaneo che canta “Bang Bang”, un successo originale indimenticato della bella (ancora oggi) ([4]) sangue misto.

 

La notorietà porta anche a uno show televisivo, non di breve durata se si pensa che nel 1975 Cher ospitò il plastic soul di David Bowie ([5]).

 

Nel 1979 termina il secondo matrimonio (del 1975), con Greg Allman (quello della Band con il fratello Duane, morto prematuramente nel 1971 ([6])).

 

Proseguendo per pennellate all’acquerello, nella decade successiva la sempre affascinante ex Signora Bono, recita in un drammatico gioiello diretto da Robert Altman: commedia teatrale era in origine e in una sola stanza è girata la sua versione cinematografica: Come Back To The 5 & Dime Jimmy Dean, Jimmy Dean.
Inciso: Altman per gli attenti è stato nel 1957 il vero e proprio autore di quello struggente omaggio in bianco e nero alla Cometa di Fairmount che è The James Dean Story.

 

Il cinema le regala, finalmente, soddisfazioni. Le maggiori sono i premi ricevuti per i suoi ruoli in Mask (Cannes 1985) e in Moonstruck (Academy Award nel 1988).

 

Cher non riposa sugli allori, e quindi si esibisce dal vivo (e si sa cosa può rendere Las Vegas ([7]), dove nel corso dei lustri ha tenuto diverse residency).
Affari suoi, e probabilmente del giornalismo di solo pettegolezzo (italiano e non), se lei per un certo tempo si esibì mostrando glutei marmorei e ragazzi-giocattolo (come suoi boyfriend, appunto) invece di ritirarsi al tempo dai palchi e godersi un viale del tramonto lastricato d’oro.

 

Andiamo per salti: “Walking In Memphis” è una canzone americana nel miglior senso del termine, e fa rima con Elvis, correttamente. Si tratta di una cover (1995) dell’opera musicale del cantautore Marc Cohn che Cher ha potuto declinare al femminile nel testo, ma optando per un doppio personaggio nel videoclip in bianco e nero (che strizza forse l’occhio a Jim Jarmusch).

 

Dovreste dunque poter decidere da soli quanto vale Cher, senza essere vittime della disinformazione da parrucchiere che ancora resiste.
E magari fare un paio di ragionamenti anche rispetto a suo figlio, che nacque figlia, Chaz Bono.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Così ante litteram che le due espressioni non esistevano ancora.
[2] Salvatore Philip Bono, classe 1935.
[3] “Needles and Pins” non è un originale dei Ramones, bensì una canzone scritta da Bono e Jack Nitzsche (vero cognome), quest’ultimo braccio destro di Spector e produttore artistico in ambito musicale di grande vaglia.
[4] Non andrò nel pozzo dei serpenti della chirurgia plastica a sparlare.
[5] Al The Cher Show del 23 novembre 1975: duettarono “Young Americans” (con molti altri frammenti al suo interno) e “Can You Hear Me”.
[6] Fuor d’argomento: cercate il loro doppio (mi astengo dal cofanetto di 6 CD del 2104) album dal vivo At Fillmore East.
[7] Ma se non lo sapete considerate che il patrimonio della Signora si calcola in centinaia di milioni di Dollari USA.

martedì 29 settembre 2015

RAMONES: CREPUSCOLO DI UNA GLORIA PUNK


RAMONES: CREPUSCOLO DI UNA GLORIA PUNK


 

Al museo dedicato ai Ramones a Berlino spiccano due dettagli per i più attenti.
A luglio 2015 Tommy Ramone è ancora dato per vivo.
In un numero del luglio (quello datato 26, mi pare) 1976 del Melody Maker è pubblicata la lettera di (Stephen) Morrissey il quale critica in toni irrevocabili i Ramones: sopra quella pagina, in bacheca, è appoggiata la copertina del singolo del 2009 (“Something Is Squeezing My Skull”) in cui Morrissey abbraccia la statua di Johnny Ramone, risibili le giustificazioni del mancuniano del 2012.

 

I Ramones sono finiti con End Of The Century ([1]).
Successivamente essi sono divenuti la tribute band di sé medesimi, dopo essere stati una gang con una divisa divenuta tanto inconfondibile da risultare quasi un loro secondo marchio.

 

Il primo marchio è, naturalmente, quel sigillo in cui i nomi contornano una variazione de “The Great Seal of the President of the United States” ([2]).
Ma i nomi non sono irrilevanti: il marchio “vero ed originale” è uno solo: quello dove si leggono i nomi di Johnny, Joey, Dee Dee e Tommy, pur se Marky (all’anagrafe Marc Bell e già nei Voidoids) è stato certamente importante e Tommy per qualche tempo dopo aver lasciato lo sgabello di batterista fu – comunque - un Ramone, seppure invisibile.

 

E oggi? Qualche notizia.

Le magliette sono indossate rispettivamente da persone della generazione dei Ramones che non li hanno mai visti e ascoltati dal vivo, totalmente disinteressati quanto ai nomi presenti sulle magliette (sufficientemente spartane per essere sempre state facile preda di chi nulla paga in corrispettivo per la loro produzione e vendita), e da gente di ogni età che – invece – non avrebbe potuto vedere i quattro di Forest Hills (e “sostituti”) se non con la macchina del tempo.

 

Contemporaneamente in Spagna: si trovano magliette che storpiano il nome e il sigillo in “Raciones” (al posto dei nomi dei tipici cibi iberici, e posate nelle zampe dell’aquila del “sigillo”) e in “Ladrones” (nomi di enti internazionali “dediti” ad impoverirci).
Ancora a Madrid, un locale ha un angolo/cantina arredato con loro manifesti e altro (hot dog nel menu); il locale è creato da un cuoco di fama, ma si risolve in un take-away di pollo arrosto.

 

In quarta di sovracoperta dell’autobiografia di Marky Ramone pubblicata da qualche mese ([3]) una frase di Tommy Hilfiger di “apprezzamento”.

 

Con Joey, Dee Dee, Johnny e Tommy morti fra il 2001 e il 2014, per di più con i Ramones comunque sciolti anche come autotributo già nel 1996, la banalizzazione è evidente.

 

Sic transit gloria mundi.

 

 

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[1] Non a caso – ex post – prodotto da Phil Spector.
[2] Creato dall’artista Aturo Vega.
[3] Intitolato Punk Rock Blitzkrieg - My Life As a Ramone. Così dentro ci sta anche il nome della sua attuale band. Non quello della sua salsa (cfr. Paul Newman).

martedì 22 settembre 2015

PASSIONE ITALIANA: MAL COMUNE MEZZO GAUDIO (Tombstone series – 27)


PASSIONE ITALIANA: MAL COMUNE MEZZO GAUDIO
(Tombstone series – 27)
 
Il 21 settembre 2015 si è assistito a un ulteriore esempio del gusto tutto nazionale per il mal comune mezzo gaudio.
 
Che anche i rappresentanti dei mass media dichiarassero più o meno a mezza voce la propria soddisfazione per lo scandalo delle automobili Volkswagen mi è parso tipico ma, purtroppo, assurdo.
 
Il livellamento verso il basso dell’efficienza e della correttezza d’impresa non è certo materia di cui rallegrarsi.
Andate a raccontarlo ai metalmeccanici e alle loro famiglie, poi.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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lunedì 21 settembre 2015

MULINO NERO (riflessioni sull’ottimismo ad ogni costo)


MULINO NERO
(riflessioni sull’ottimismo ad ogni costo)


Come forse (oggettivamente e soggettivamente) ricorda qualche lettore con più di 40 anni di età, “Mulino Bianco” è un marchio ideato da Francesco Alberoni, sociologo che per lustri aveva ogni lunedì una rubrica ([1]), in taglio basso del Corriere della sera.


Quando decisi di aprire il mio blog, fra i possibili titoli (o sottotitoli) c’erano anche “Cassandra” e “Grillo parlante”. Li esclusi per diverse ragioni, ma la sostanza non cambia come ben sanno i lettori di più di uno dei miei scritti.


Altri – ma nessuno ricorda un nome, quindi essi furono inefficaci nel lungo periodo – hanno criticato la “filosofia del Mulino Bianco” (che è anche quella di altri marchi, evidentemente), fra l’altro il destro per un’esegesi “a contrario” anche letteraria sarebbe agevole se non fosse che pochissimi chez nous hanno letto Don Chisciotte ([2]) che, con banalizzazione estrema, sta alla Spagna come la Divina commedia sta all’Italia.


Non scrivo nulla di nuovo se affermo (e già lo ho rilevato in questa sede), che viviamo in un ottimismo forzoso che rispetto a quello di certe dittature ([3]) e/o periodi difficili (leggi stato di guerra) è ormai permanente ed irreversibile.
La causa di questo ottimismo ineludibile è prevalentemente una società dove si deve consumare sempre, dove è bello comprare oggi ma quello che si comprerà domani per sostituire l’oggetto acquistato oggi sarà ancora meglio.


In sé nulla di male, però gli effetti sono anche: la progressiva incapacità di valutare fra alternative non solo di consumo ma anche di vita. Per esempio: il bello è sempre il gruppo; la famiglia è comunque e sempre bella (ecco il Mulino Bianco); non devono esistere momenti sgradevoli; in particolare si annullano le differenze (gli animali domestici sono trattati da umani, anche emotivamente), diventa bella anche la patologia (ah che bella vita anche per il malato di tumore ([4]), e anche la persona che lo ha superato! Come se non si morisse mai ([5])), tutto deve – deve – essere normale e non si deve notare alcun problema ([6]).


Di conseguenza, chi si schiera contro la filosofia del Mulino Bianco è additato come un rompiscatole (soprattutto nei cosiddetti social network dove non guasterebbe qualche augurio di una giornata normale perché quelle buone scarseggiano e quelle che risulteranno sotto la sufficienza sono la maggioranza).



Soltanto a qualche comico (penso a Natalino Balasso) è concesso cantare stonato, ma devono essere eccezioni e trattate come mero svago.
Del resto non mi sembra che molti siano (siamo) gli estimatori di “November Spawned a Monster” di Morrissey ([7]).


Chiudo con un “buona giornata se credenti”, io ci credo poco ([8]).



                                                                                                                      Steg




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[1] Intitolata “Pubblico e privato”.
[2] Don Quijote de la Mancha.
[3] Non a caso uno dei refrain in 1984 di George Orwell.
[4] Vedi “Braccialetti rossi”, serie televisiva (ormai “formato”: nasce in Spagna) che rischia di vendere un ottimismo eccessivo, evidentemente.
[5] Grotteschi i ringraziamenti ai medici rivolti dagli eredi del defunto nei necrologi.
[6] Trionfano nella pubblicità pannoloni, adesivi per dentiere, varianti motorizzate delle sedie a rotelle, etc.
Ma del medesimo artista potrei anche citare “Everyday Is Like Sunday” oppure, per non fare torti “Happy When It Rains de The Jesus and Mary Chain.
[8] E penso che anche qualche cieco sia stufo di essere chiamato “non vedente”, come se questo gli rendesse la vita più semplice.

venerdì 28 agosto 2015

CHIESE: MADRID BATTE ROMA 1 A 0 (Tombstone series – 26)


CHIESE: MADRID BATTE ROMA 1 A 0
(Tombstone series – 26)

 

Soggiornando nella capitale spagnola, lo stesso pomeriggio acquisisco due informazioni.

 

Roma: chiesa Don Bosco: funerali di Vittorio Casamonica.

 

Madrid: chiesa di Calle Hortaleza 63 (padre: Angel): aperta 24 ore al giorno, servizi igienici, zona per cambiare i bambini, acqua potabile, caffè, wi-fi, accessibile ad animali domestici. Tutto gratis.

 

 

                                                                                                                        Steg

 

 

 

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MINISTRO FACCIA QUALCOSA DI SPAGNOLO (Tombstone series – 25)


MINISTRO FACCIA QUALCOSA DI SPAGNOLO
(Tombstone series – 25)

 

Ministro (della cultura, formalmente per i “Beni e le attività culturali”) Franceschini, forse con l’accesso gratuito ai musei la prima domenica del mese è stato fatto “qualcosa di sinistra”, infatti quelle file di gente interminabili ricordano molto quelle negli stati dell’Europa orientale ai tempi del Patto di Varsavia.

 

Allora, faccia “qualcosa di spagnolo”: i musei si aprano gratuitamente, per qualche ora, almeno un giorno la settimana. Sarà anche qualcosa di più culturale.
Grazie.

 


                                                                                                                        Steg

 

 

 

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