"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



domenica 27 novembre 2011

BIG WEDNESDAY

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                                                                                                                                                     Steg



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PIPELINE

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THE GREAT SWELL

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D.T.K. - L.A.M.F.

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venerdì 25 novembre 2011

QUANDO UN LIBRO È BEN DOCUMENTATO, PUÒ PORTARE MOLTO LONTANO (ovvero da Serge Gainsbourg all’infinito francese)

 
QUANDO UN LIBRO È BEN DOCUMENTATO,
PUÒ PORTARE MOLTO LONTANO
(ovvero da Serge Gainsbourg all’infinito francese)
 
Mi auguro che i miei lettori (che cominciano anche a dare giudizi, per di più lusinghieri, quindi li ringrazio doppiamente) ogni tanto possano semplicemente divertirsi, al di là della mia abitudine delle note a piè pagina.
 
Però, dato che spesso mi lamento dell’Italia, pur non essendo incondizionatamente patito della Francia, ne riconosco i pregi.
 
Nel 2002 dopo essermi letto A Fistful of Gitanes, ottima biografia in Inglese su Serge Gainsbourg, cominciai ad esplorare i testi francesi, ben più abbondanti sull’argomento.
Dunque onore al merito di Sylvie Simmons la quale era riuscita a sbloccare la mia diffidenza per il cantante meno cantante, ma più idolatrato (e non esagero), di Francia.
 
Facendo un po’ di ricerche, scopro che al di là del “biografo ufficiale certificato” Gilles Verlant, comunque validissimo autore e conoscitore della materia, compare con frequenza un libro che è in qualche modo sconsigliato se non addirittura disconosciuto dai più devoti sostenitori di Monsieur Gainsbarre: si tratta di Gainsbourg sans filtre scritto da Marie-Dominique Lelièvre.
Per farla breve, decido di tentare; quindi acquisto il libro, ignaro delle sue conseguenze.
Infatti, vi compaiono riferimenti bibliografici riferiti a figure leggendarie come Alain Pacadis e Yves Adrien (con opere letterarie diametralmente opposte per stili, comunque in seguito ristampate e quindi facilmente reperibili) e anche nomi già familiari per quel che concerne le cronache punk d’Oltralpe.
Il volume della Lelièvre è molto buono, pur se non è il primo libro da leggere su Gainsbourg (del resto lei stessa cita estensivamente opere di Gilles Verlant).
 
Da quella bibliografia, brevi ricerche su Internet mi hanno condotto a L’Esprit de seventies (poi riedito nel 2013 con il titolo Alain Pacadis – Itinéraire d’un dandy punk ([1])) di Alexis Bernier e François Buot, testo indispensabile (con Pacadis sorta di protagonista “guida” nel senso dantesco) per chi sia interessato alla scena francese di quel decennio che, per quelli che lo vedono cominciare con il primo album dei Velvet Underground ([2]), ha dei contorni evidentemente non convenzionali.
Il tomo di Bernier e Buot è, quindi, un vero vaso di Pandora.
 
Così nascono gli interessi collegati l’uno all’altro che portano sempre più lontano, ad esplorare argomenti che altrimenti rimarrebbero preclusi per plurime ragioni.
Ecco perché un buon libro ([3]) è sempre una bella sorpresa.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Dichiaratamente un’edizione riveduta. Di nuovo edita nel 2018.
[2] Tesi condivisa da Jon Savage, ad esempio.
[3] Preciso che tutti i titoli qui citati sono ancora disponibili (usati o nuovi) per chi sia uso comperare tramite Internet.
 

giovedì 24 novembre 2011

ROGER NIMIER

Copia della prima edizione di Perfide nella “blanche”
con lunga comunicazione autografa di Roger Nimier al destinatario
Rara anche la riedizione nella medesima collana




ROGER NIMIER


 


Nimier: se effettuate una ricerca con questo nome utilizzando il medium internet, troverete Roger Nimier e Marie Nimier, talvolta anche viceversa.
Ma anche se cercate con nome e cognome vi apparirà, comunque, Marie fra i primi due risultati della ricerca.
Devo a Giuseppe Scaraffia ([1]) l’aver scoperto questo importante letterato (o forse sarebbe meglio definirlo intellettuale) francese trascurato anche in patria.
 
Sorprendentemente è ben conosciuta la sua morte il 28 settembre 1962, in un incidente stradale – era alla guida di una Aston Martin DB4 ([2]) – insieme ad una scrittrice (Sunsiaré de Larcône) la cui minima notorietà è essenzialmente legata a questa sua fine tragica), per contro, le sue opere letterarie sono meno conosciute. Egli scrisse molto anche come giornalista.
In Italia mentre è stato pubblicato quello che si ritiene il suo secondo miglior romanzo, ed è anche il secondo ([3]) in assoluto: Les Èpées del 1948 ([4]), non si ha traccia di quello più famoso cioè di Le Hussard bleu del 1950; comunque le traduzioni nel nostro Paese si riducono n totale a tre, per quanto ne so.
 
In Francia non ha – ancora? – avuto la dignità de La Pléiade, negli scaffali delle librerie si fa fatica a trovare la sua produzione narrativa nelle edizioni economiche, figuriamoci le edizioni nella celeberrima “blanche” di Gallimard.
È più semplice reperire l’opera che gli ha dedicato la figlia Marie: La Reine du silence ([5]).
Le biografie non sono pochissime, ma anch’esse difficili da rinvenire (seppure non necessariamente costose); la più importante è quella che gli ha dedicato oltre venti anni fa il suo massimo studioso ed “esecutore letterario” Marc Dambre: Roger Nimier, hussard du demi-siècle ([6]) però non sono da trascurare gli studi di Pol Vandromme ([7]), il quale era notoriamente un poco scomodo in quanto, come del resto Nimier, schierato a destra.
 
Roger Nimier è perciò un personaggio, in particolare nelle pagine della figlia, larger than life.
Sentimentalmente infedele, evidentemente amante delle belle cose (da lì la patente di dandy attribuitagli da Scaraffia?), appassionato di rugby, fra i pochi a non “abbandonare” Louis-Ferdinand Celine, ma soprattutto considerato il capofila di quella corrente letteraria di destra dei cosiddetti “ussari” (appunto) così battezzata nel 1952 da Bernard Frank.
 
In conclusione i livelli per conoscere Roger Nimier sono due e piuttosto divergenti: quello edonistico e quello squisitamente letterario. A voi decidere se affrontarne uno.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Gli ultimi dandies, Palermo, Sellerio, 2002.
Di questo autore non riesco mai a fidarmi senza mie successive verifiche per una ragione seria ed un motivo frivolo: la prima è che in un altro suo precedente libro inserì in bibliografia dei testi (a memoria cito La Recherche di Proust forse addirittura indicata solo in una versione italiana) riferendosi a delle edizioni contemporanee e non innanzitutto alle prime, come avrebbe fatto un laureando nella propria tesi; il secondo è il suo uso dei calzini rossi (che “fanno molto architetto” ed eccentrico, non dandy).
[2] Per gli amanti delle spigolature, James Bond guida una DB5 nella versione cinematografica di Missione Goldfinger.
Qualcuno forse rammenta che Françoise Sagan ebbe nel 1957 un incidente stradale con un’altra Aston Martin e che Albert Camus morì anch’egli in un incidente automobilistico. 
[3] Accade però che il primo sia stato pubblicato postumo, a cura di Paul MORAND: L’Étrangère, préf. Paul Morand, Paris, Gallimard, 1968. Quindi nell’ordine di scrittura troviamo, appunto, L’Étrangère, Les Èpees, Le Hussard bleu.
[4] Ormai fuori catalogo, uscì per i tipi di Meridiano Zero, editore padovano.
Da taluni è considerato come un’opera letteraria nello stile di Les Enfants terribles di Jean Cocteau.
[5] Paris, Gallimard, 2004.
[6] Paris, Flammarion, 1989.
[7] Credo che il più semplice da trovare sia Roger Nimier: le grand d’Espagne, Marseille, Vagabonde, 2002.


MANIC STREET PREACHERS: National Treasures – part 6b

MANIC STREET PREACHERS: National Treasures – part 6b

And here’s the accompanying release sheet "as I found it".

Enjoy.





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MANIC STREET PREACHERS: National Treasures – part 6

MANIC STREET PREACHERS: National Treasures – part 6

This is something quite rare as well: Motown Junk 12” true test pressing (not just a white label).

Enjoy.




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martedì 22 novembre 2011

MANIC STREET PREACHERS: National Treasures – part 5c

MANIC STREET PREACHERS: National Treasures – part 5c

The press release (the second page is a photocopy of press cuttings).

Enjoy.




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MANIC STREET PREACHERS: National Treasures – part 5b

MANIC STREET PREACHERS: National Treasures – part 5b


Copy n. 3.

Enjoy.




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MANIC STREET PREACHERS: National Treasures – part 5

MANIC STREET PREACHERS: National Treasures – part 5

You may notice that, contrary to what is usually described in the discographies, the quote is “Not made in Wales”.
Unfortunately the print is not very clear (see next post), but this is copy n. 3.

Enjoy.




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lunedì 21 novembre 2011

MANIC STREET PREACHERS: National Treasures – It was more than seventeen years ago

MANIC STREET PREACHERS: National Treasures 
It was more than seventeen years ago






 
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domenica 20 novembre 2011

WHAT’S MY NAME: The Clash



Copia promozionale di White Riot"
(il retro di copertina riproduce due ritagli dal libro Generation X)




WHAT’S MY NAME: The Clash





È faticoso scrivere delle tre band che hanno scolpito, letteralmente, la mia vita: The Clash, Siouxsie and the Banshees e Manic Street Preachers.
Le ragioni sono plurime: maggior difficoltà nell’avere una visione imparziale, coscienza di una conoscenza ([1]) assolutamente fuori dalla media del resto (e spesso il resto non è poco anche solo per il numero di fonogrammi che stanno negli scaffali nei formati più disparati e poi c’è la bibliografia), conseguente timore di un ovvio che anche se fosse solo personale sarebbe comunque imperdonabile, per S&TB una frequentazione amicale che rende quasi idiota lo scriverne.
Però ci provo, in ordine cronologico.


Nel 1977 la copertina di The Clash, l’album, poteva non essere decisiva, ma forse lo era il suo retro.
In Italia nel 1977 era più difficile invece guardare alla copertina di “White Riot”, il singolo, in quanto quella non era arrivata, bensì ci si doveva accontentare solamente della custom sleeve della CBS. Certo poi i volenterosi avrebbero rimediato alla pecca (l’edizione nazionale è rara perché… ha la copertina di “Complete Control”: una idiozia davvero enorme in quanto – come chi legge questo blog sa – la sleeve originale può essere anche materia da tesi di laurea, dati i riferimenti che contiene ([2])).


Dubito che ci sia qualcuno che preferisce la versione dell’album di “White Riot”, la quale manca di immediatezza e sirena.
Ma l’esordio di The Clash, con il cantato di Joe Strummer che è caratterizzato da una pronuncia che la speed ha forgiato letteralmente sgretolando la sua dentatura e due chitarre le quali non indulgono in nulla, una sezione ritmica già sicura (poi invincibile con Topper Headon) si attesta fra i capisaldi di una stagione indimenticabile ed irripetibile anche se io fossi morto l’anno precedente.
Incidentalmente: la mia canzone preferita “come da album” è “Garageland” che lo chiude, però le mie assolute sono ben altre e trascendono quei trenta centimetri di vinile nero.


Give ‘em Enough Rope è un grande album se ci si concentra su ciò che canta Mick Jones.
Del resto l’immensità dell’epoca è data dai singoli non contenuti negli album, quindi i ritardatari dovranno aspettare qualche tempo per deliziarsi con “(White Man) In Hammersmith Palais”, ma anche con “Clash City Rockers”.
Comunque ciò che la gang (last in town) ha perso in studio lo recupera dal vivo, con un act irresistibile ed ancora incontaminato da certa slabbrature strummeriane che possono, ed infatti hanno, solamente entusiasmare lo spettatore medio dei festival de L’Unità et similia ([3]) avulso da una dimensione anche eroica e esteticamente contrapposta rispetto al comune pensare: Pashion is a fashion”: anyone?
Quindi la voce certo meno emblematica di per sé della prima chitarra regala delle autentiche perle, fra le quali – anche senza conoscere il significato delle liriche che la rendono ancor più struggente – devo preferire “Stay Free”.


Poi, tutto il resto è in discesa, non tanto perché la qualità cali irrimediabilmente: London Calling è un bell’album se si ascoltano le canzoni singolarmente, bensì perché mancano le sensazioni di esclusività, di freschezza, di “nostro” contro di voi, di domani non ci saremo più … insomma dalla fine del 1979 in poi solo i vecchi si sentiranno giovani con The Clash, i suoni sono altri e già evocati anche in precedenti mie righe.
Per i più avventurosi, si consiglia l’edizione doppia di Combat Rock, ovvero Rat Patrol From Fort Bragg.


This is Joe Public speaking!



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[1] Scusate la cacofonia.
[2] Furono poi ristampati con copertina, i primi singoli, ma le differenze si vedono, se si vuole: dal cambio del copyright nelle etichette, a certe piccole varianti nella sagomatura delle copertine: attenzione quindi a non millantarsi seguaci della prima ora, perché vi scopriremo come al solito e vi metteremo all’indice.
[3] C’è da chiedersi da cosa derivasse quella schizofrenia che alla fine sarà elemento di rottura fra un Joe sempre alla ricerca di una credibility quasi sindacale ed un Mick invece fedele (o semplicemente più conscio della medesima) all’immagine di artista che deve in qualche modo anche educare stilisticamente chi sta sotto il palco.