Stefano Di Marino ([1]) era,
soprattutto, una brava persona.
Tendevamo a
farci gli auguri “cumulativi” a fine dicembre.
Facevo fatica a
tener conto delle sue uscite editoriali, e a un certo punto ho lasciato perdere:
se non era disponibile a stampa nemmeno consideravo l’acquisto.
Un paio di cene.
Varie
presentazioni di libri pubblicati da editori avventurosi.
Si andò (mi pare
in autobus) a una serata bondiana in qualche modo condotta da, anche lui stanco
e peggio, Andrea G. Pinketts ([3]).
Negli ultimi
mesi era stanco: lo avevo incrociato in tram e poi vicino a dove aveva la base
Chance Renard a “Gangland” ([4]): all’angolo
di Corso Buenos Aires.
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