"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



venerdì 26 giugno 2015

IN MEMORIA DI JOHN STEED


IN MEMORIA DI JOHN STEED

 

Arsène-Georges è un magister vitae alla pari e prima di John (Wickham Gascoyne Berresford) Steed-Patrick Macnee”.
Questo scrivevo nel mio post ([1]) commemorando la morte dell’attore Georges Descrieres, interprete delle serie televisive di Arsène Lupin, dove il “prima” si riferiva al fatto che il personaggio di Maurice Leblanc è nato nel 1905.
 
Il 25 giugno 2015 è morto a 93 anni ben compiuti ([2]) John Steed.
Sì, perché – inutile negarlo – per tutti Patrick Macnee è sempre stato l’agente John Steed, così come Diane Rigg sarà sempre Mrs. Emma Peel.
 
Steed e Mrs. Peel furono e sono la coppia più bella, improbabile, cool, educata, tongue-in-cheek (e così oltraggiosa) che abbia mai occupato il tubo catodico ([3]) domestico, prima in bianco e nero e poi a colori (quei colori che noi non vedevamo di certo, l’Italia degli scorsi anni sessanta era in bianco e nero, un bianco e nero destinato anche a sbiadire). Loro erano The Avengers, per noi Agente Speciale.
 
Non credete a quello che vi raccontano i miei coetanei: eravamo ragazzini che frequentavano le scuole elementari, qualcuno più grande le medie inferiori, quindi al pomeriggio dopo i compiti si andava a giocare ([4]), potendo. Certo c’erano programmi che ci piacevano, ma non facevamo i critici televisivi e quindi si vedeva quel che si vedeva e siccome programmati appunto “per ragazzi” ([5]) gli episodi arrivati in Italia di The Avengers furono pochi, trasmessi in disordine ([6]).
Per The Prisoner, con e di Patrick McGoohan, andò forse peggio ([7]).
Del resto, la qualifica di serie televisiva “supercult” per The Avengers arriva solamente nel 2001 ([8]). Mentre chi mai si preoccupava quindici anni prima di pubblicazioni come il libro Cult TV di John Javna ([9]) – nel quale quattro pagine complessive sono dedicate all’intera saga ([10]) avengersiana, in cui sempre militava Patrick Macnee nei panni di John Steed?
 
Ne The Avengers steedpeeliani c’era tutto: compreso il lento declino della moda maschile (improbabili, visti con i colori, taluni abiti di Pierre Cardin indossati da Macnee). Però, Steed era sempre lì, con bombetta e ombrello arrotolato, la antica Bentley verde a contrastare la modernità della Lotus ([11]) di Mrs. Peel ([12]).
Evidentemente, stava ai telespettatori, come poi stette e ancora sta agli spettatori (sempre di uno schermo comunque più piccolo di quello cinematografico), capire cosa sia lo stile nel vestire, non buttare via il concetto di cravatta, rendersi conto che ha un senso il bastone da passeggio, eccetera.
 
Quasi sterankiani i toni delle immagini della sigla di apertura della quinta serie mentre siamo alle ombre cinesi per quelle di chiusura ([13]), comunque eleganti e che consentono ancora una volta di vedere Mrs. Peel impegnata in qualche movenza di Tai Chi.
Sterankiani tout court i titoli in bianco e nero per l’edizione USA ([14]).
 
Lascia la serie Mrs. Peel, che ritrova il marito (militare di carriera, il pilota Peter Peel) ([15]), mentre a Steed si affianca Tara King ([16]).
 
Steed c’è sempre, anche ne The New Avengers ([17]).
 
Il tempo è così galantuomo con lui (meno con le sue compagne d’avventura), che lo si credeva immortale John Steed, o per lo meno capace di diventare centenario e restare in ottima salute ([18]), dunque ancora a tirare di scherma con il suo acuminato brolly e senza che il bowler hat cambiasse inclinazione.
 
Chiudo con un’intervista del 2000, https://www.youtube.com/watch?v=DBXgN9_2uY8, e un otto anni dopo: https://www.youtube.com/watch?v=r8OipmKFDeM.
 
Dimenticavo: oggi hanno ancora prezzi ragionevoli le copie dell’autobiografia del 1989 di Patrick Macnee ([19]), domani non so.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[2] Così si eviteranno le tipiche frasi italiane “avrebbe compiuto”, “aveva appena compiuto” e altre idiozie del genere.
[3] Altro che schermi piatti.
[4] All’inizio degli anni settanta c’era i doppi turni: le aule scolastiche erano occupate anche il pomeriggio.
[5] La “tv per ragazzi” cominciava alle 17.30.
Andava meglio per certe programmazioni domenicali: ricordo quella di La spada Zorro e poi nel 1971 UFO.
[7] Tutto a colori, arrivò sui canali RAI soltanto nel 1974.
[8] Si cfr. L. DAMERINI e F. MARGARIA, Dizionario dei telefilm, prima edizione, Milano, Garzanti, 2001, p. 5.
[9] J. JAVNA, Cult TV – A viewer’s guide to the shows America can’t live without!!, New York, St. Martin’s Press, 1985, pp. 62-65.
[10] Sei serie in totale.
[11] Anni fa ricordo a centinaia di sterline alcuni pezzi della leggendaria confezione contenente i due modellini – le automobiline – della Corgy Toys. Adesso per un esemplare ben tenuto siamo quasi a 1.000 sterline, e aumenteranno ancora le quotazioni.
[12] Del “male appeal” di Emma Peel scriverò in altra occasione. 
Notare il passaggio dalle coppe alle flute per lo champagne.
[15] Il suo cognome da nubile è Knight.
[18] Come Ernst Jünger.
[19] Intitolato Blind in One Ear.

giovedì 25 giugno 2015

ARTISTI “COSTRUITI” (Sniper series– 29)


ARTISTI “COSTRUITI”
(Sniper series– 29)

 

Non ho nulla in contrario al fatto che taluni artisti, soprattutto in ambito musicale, siano costruiti intorno al loro talento vocale: lo hanno fatto grandi produttori (per tutti Phil Spector, produttore totale, con buona pace delle doleance di Ronnie, la quale però si tiene ben stretto il cognome dell’ex marito) e grandi manager (tutta la scuderia di Larry Parnes, fra cui spicca Billy Fury).

 

Solo, ho l’impressione che comincino a scarseggiare proprio quei grandi, di cui gli artisti hanno bisogno almeno all’inizio (sarebbe bello che ogni artista avesse un Daniel Miller ...).

 

In Italia dove è il nuovo Franco Migliacci? Chi direte voi? Beh ripassate questo - allora eravamo anche meno lontani dalle capitali artistiche dell’Impero e si tentava (con ritardo ma si tentava) altresì un po’ di sano postatomicismo stilistico: https://www.youtube.com/watch?v=Mjs-INGqIRs.

 

 

                                                                                              Top Shooter

 

 

 

© 2015 Top Shooter
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mercoledì 24 giugno 2015

PANEM ET CIRCENSES – 3 (Berlìn)


PANEM ET CIRCENSES – 3
(Berlìn)

 

Un post cui sono molto affezionato è quello a proposito di Berlìn (si pronuncia con questo accento in lingua tedesca): http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2014/05/berlin-ein-geisteszustand.html.

 

Ho l’impressione che non poche persone scrivano su questa città anche se, apparentemente, scrivono d’altro. L’autore di questo post è – per quanto mi risulta – il più autorevole commentatore delle canzoni di David Bowie. Giudicate anche voi:
https://bowiesongs.wordpress.com/2015/06/24/where-are-we-now/

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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PANEM ET CIRCENSES – 2 (Boris Vian)


PANEM ET CIRCENSES – 2
(Boris Vian)

 

Proseguo con un altro mio chiodo fisso francese (cui ho dedicato un post talmente didattico che pensavo di non aver ancora scritto su di lui nel blog).

 

Il materiale abbonda, ma questo breve filmato mi pare perfetto per compendiare a quanto ho scritto (http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/11/boris-vian-lingegnere-eclettico.html):
https://www.youtube.com/watch?v=djo3ZaOhr2g

 

Inciso: non sono “in ritardo”, ben so che ieri era l’anniversario della sua morte.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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PANEM ET CIRCENSES – 1 (Daniel Darc)


PANEM ET CIRCENSES – 1
(Daniel Darc)

 

Ignoro se io sarò ancora su Facebook in futuro, d’altro canto qualche contatto di Fb mi segue sul blog, sono quelli che in effetti mi seguivano già prima su SSC.
Ho deciso di inaugurare una nuova serie, che pur sintetica come la Tombstone Series, ha funzione informativa, o anche solo di svago: da qui il suo titolo. Benvenuti.

 

Comincio (i link funzionano alla data in cui carico il post) con Daniel Darc (due miei post ex professo su di lui):
https://www.youtube.com/watch?v=Ssss5SysfnI
http://www.franceinter.fr/player/reecouter?play=1107051
http://www.ouifm.fr/speciale-daniel-darc-linterview-de-thomas-causse-87/

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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sabato 20 giugno 2015

ILLUSIONI MEDIATICHE IN LETTERATURA E IN MUSICA


ILLUSIONI MEDIATICHE IN LETTERATURA E IN MUSICA

 

L’argomento non è del tutto nuovo per il mio blog, le prospettive sono diverse.

 

In Italia (ma non solo, però della mia nazione scrivo), una volta, le persone ricche e incolte compravano metri di libri, o di copertine (ma in tal caso era facile smascherarli), per gli scaffali delle loro biblioteche.

Poi arrivarono i radical chic (termine coniato da Tom Wolfe) che esibivano i dorsi dei libri di certi editori (essenzialmente due, se proprio si doveva sceglierne uno privilegiavano quello di Via Sa Giovanni Sul Muro, a Milano).

 

Chiunque abbia senno, un certo giorno tratta ambo le categorie come idioti, perché ci sono solo mangialibri ([1]) oppure bibliofili, entrambi furiosi ([2]).

Spesso i dorsi degli scaffali delle loro biblioteche mostrano tomi poco raccomandabili come le annotate salgariane di Mario Spagnol, o i monumentali formato album di Garzanti e Casterman che custodiscono fumetti. La lotta è persa: un formato compromette tutto e poi non serve nemmeno quello, i libri si accumulano inesorabilmente.

 

Quando comparve il formato CD anche persone, fra cui amici, degni di ogni stima dopo un po’ si persero e dispersero. I dischi, si chiamavano cosi solo quelli in vinile, vennero venduti, regalati, abbandonati e con loro i giradischi, che chiamavamo tutti “piatti”.

I primi CD suonavano malino, quindi le rimasterizzazioni cominciarono ben presto, si aggiungevano tracce ai CD ([3]) e tutti a sostituire anche i sostituti con nuovi sostituti.

 

Incidentalmente, ma non troppo: credo di aver venduto una dozzina di dischi, uno lo cercai poco dopo e lo trovai ([4]). Sì perché si scoprì che non tutto era in CD.

 

Il disco in vinile è scomodo, ed è diventato costoso – rispetto a un CD (il difetto davvero “originale” di questo formato è che tutti si sentono autorizzati a riempire almeno 50 minuti) –,  mentre la musica scaricata non ha aspetto.

Chi compra oggi il disco non lo ascolta come dovrebbe: cioè senza rispetto eccessivo per l’usura ([5]) del supporto e con coscienza della decadenza inevitabile della confezione e, chiaramente magari stando in una posizione non ottimale rispetto ai diffusori sonori. Lo ascolta invece come quando sfoglia un tomo lussuoso, finge di guardare la copertina e spera che ci sia il codice per “scaricare” il disco su un apparecchio a riproduzione digitale: ma come non lo hai comprato perché suona meglio il vinile e poi alla fine ti accontenti delle compressioni industriali?

 

Chi legge un libro in digitale si pone mai il problema di non poter – al di là dell’odore della carta (o della pergamena o del cuoio o ...) – stare in piedi a cercare fra i dorsi o di sentire il peso di un volume o soprattutto di soffermarsi su un segnalibro o segnapagina o sottolineature?

Soprattutto: se non trova il formato digitale non legge?

 

Il libro di carta vincerà sempre se fabbricato con buona cellulosa e il disco in vinile prima o poi tornerà ad essere un formato, non “IL” formato, per ascoltare musica registrata.

 

In ultima analisi, chi crede alle tecnologie in sé, anche con finalità ordinatorie ([6]), è un illuso.

Chi ama davvero il fine (letteratura e musica) soffre – anche se magari lo giustifica – il mezzo, non lo idolatra ([7]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Parafraso il titolo di una rubrica della rivista francese Métal Hurlant.
[2] Cito l’abate Gaetano Volpi, https://it.wikipedia.org/wiki/Gaetano_Volpi, semplicemente perché il titolo di questa sua opera mi fu evocato in una conferenza cui partecipò il prefatore di un’edizione dello scorso secolo: Gainfranco Dioguardi.
[3] Del resto quando poco tempo prima i nastri magnetici in formato MC7 avrebbero dovuto – non accadde – soppiantare i dischi si era fatto lo stesso.
[4] Il secondo album dei Ludus.
[5] Doppia copia sino all’avvento del CD e forse un po’ oltre per tutti i dischi di Siouxsie and the Banshees della mia collezione, e si veda infra.
[6] Tutto quanto era, da voi, in nastro magnetico su cassetta formato VHS ora è in formato DVD blue ray? Non ci credo.
[7] Nota di servizio: nel 2015 avrei fatto volentieri a meno della ristampa in vinile con copertina alternativa e canzone aggiunta dell’album Join Hands di Siouxsie and the Banhsees e del singolo formato 7 pollici di Marc Almond abbinato al volume pubblicato da First Third Books. E avrei volentieri comprato i soli apparati cartacei dell’edizione in vinile dello scorso anno dell’album Dirk Wears White Sox di Adam and the Ants.

BRET EASTON ELLIS SI CAPOT-A? (Tombstone series – 20)


BRET EASTON ELLIS SI CAPOT-A?
(Tombstone series – 20)

 

Un noto produttore di occhiali da sole si avvale di Bret Easton Ellis come testimonial.

La foto scelta (almeno per la stampa italiana), in bianco e nero, purtroppo svela una verità nascosta o solo un dato di fatto: Ellis assomiglia a Truman Capote, assomiglia.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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SOTTOTERRA: UNA RIVISTA “NATA PER PERDERE”?


SOTTOTERRA: UNA RIVISTA “NATA PER PERDERE”? ([1])

 

Da un paio di mesi ([2]) circola (molto per corrispondenza, qualche copia in qualche negozio) una fanzine travestita da rivista: il titolo della testata è Sottoterra.

 

Il direttore è Luca Frazzi, uno dei giovani che non c’era ancora nel 1977 ma che ce la mette tutta, anche se ogni tanto gli è capitato qualche svarione ([3]).
La sostanza del suo editoriale è inutile che ve la riassuma io, leggetevela.

 

Meritevole la scelta frazziana ([4]) di elencare una serie di artisti italiani – individualmente o in blocco – onde inimicarsi meglio l’establishment del settore: rinvengo Francesco De Gregori, Dente, Vasco Brondi, il “concertone del primo maggio in piazza San Giovanni”, gli Afterhours.

 

La prima uscita vanta una lunghissima, lesterbangsiana (è un complimento) dunque, intervista a uno dei pochi che sono rimasti e che può raccontare a ragion veduta di John Anthony Genzale, Jr. ([5]); inevitabile che sia la storia di copertina. Vale il prezzo e, per assurdo, lo vale ancor di più per chi abbia (o avrà) una copia del libro dell’intervistato, Philippe “Flipper” Marcadé: Au delà de l’Avenue D.

 

Non so quanto durerà questa autentica avventura editoriale, anche perché non sempre si può avere una pepita d’oro per numero.

 

D’altra parte, per un decennio Johnny Thunders aveva un pubblico in cui molti aspettavano che morisse sul palco, non fu così.

 

Dunque lunga vita a Sottoterra, sebbene molti potrebbero pensare che – parafrasando il titolo della canzone più famosa di (The) Heartbreakers, ovvero “Born To Lose” – sia nata per perdere.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Nota musicale: post scritto ascoltando le registrazioni in sala prove di The Actress, ovvero quasi le New York Dolls, il 10 ottobre del 1971.
Post senza overdub e tutto dal vivo: buona la prima stesura, come sempre D.T.K., L.A.M.F.
[2] La copertina del numero 1 recita aprile 2015.
[3] Mi riferisco al suo volume di commento ai testi di The Clash.
[4] Che rischia di essere “fracchiana”, visto che lui nel colophon fa dei riferimenti all’altro personaggio celebre di Paolo Villaggio: Ugo Fantozzi.

sabato 13 giugno 2015

I PREMI ALLA CARRIERA: INUTILI (Tombstone series – 19)


I PREMI ALLA CARRIERA: INUTILI
(Tombstone series – 19)

 

I premi assegnati “alla carriera” sono come gli orologi da polso in falso oro massiccio regalati ai lavoratori pensionandi: inutili.
Ma con i premi non si può nemmeno costruire un timer.

(post ispirato da certe considerazioni amare di Dino Risi)

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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