"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



sabato 16 giugno 2012

TAMBURA, STEVE TAMBURO, OVVERO STEFANO TAMBURINI


Pubblicità per Cannibale
(scansione da originale, collezione privata)





TAMBURA, STEVE TAMBURO, OVVERO STEFANO TAMBURINI



Oggi Stefano Tamburini lo si conosce per caso. Perché bisogna (è un dato di fatto), prima, conoscere coloro che sono stati più evidenti di lui in una scena – altrimenti non può definirsi ([1]) – fumettistica esaurita, che taluno ([2]) frusta ancora come un cavallo morto.
La scena del Cannibale prima e di Frigidaire poi.



Ebbene: “sotto” Andrea Pazienza e a fianco di Tanino Liberatore per chi sa leggere si trova Tamburini.



Ci ha provato, con coraggio e quasi eroismo, più volte Michele Mordente ([3]), a spiegare e celebrare il genio della mente di Steve Tamburo, ma la sua voce si perde nel vuoto.
Tamburini non vende e poco interessa.


Poco interessa in quanto, ribadisco siamo da anni e anni al recupero di un breve periodo vecchio di un quarto di secolo, i colori sgargianti di Paz(ienza) non vengono mai associati alla sua morte per overdose e al cattivo Zanardi dai radical chic, che sono la maggioranza dei suoi “vedovi”, cosi come pochi si domandano cosa c’è dietro le matite muscolose (non muscolari) e le tinte pirotecniche piegate entrambe al volere di TL ([4]), un incrocio originale fra Burne Hogart e Philippe Druillet (volendo banalizzare con cervello e conoscenza di un allora ventenne: io).
In altre parole: il pubblico non va oltre la superficie di ristampe arbitrarie (Pazienza) e vecchie copie di albi e numeri di periodici più o meno ingialliti e più o meno preziosi (Liberatore con Tambura, ma chi se ne accorge?).



Invece questo romano – di cui non si conosce il giorno esatto della sua morte, nell’aprile del 1986 ([5]), perché trovato cadavere senza grandi indizi in un appartamento: “Oggi, 24 aprile 1986, verso mezzogiorno, è stato trovato il corpo di Stefano Tamburini, morto da più di dieci giorni, forse per un malore improvviso” ([6]) – è la mente e anche le matite (“a serramanico”) e anche le forbici e la colla e la fotocopiatrice e la macchina per scrivere che furono la spina dorsale dei due gioielli che ho evocato in apertura di quella scena disegnata che rendeva l’Italia interlocutore – alla pari e altrettanto unico – di Métal Hurlant.



A me del Tambura hanno sempre affascinato due fattori: il lato punk a meta strada fra New York e Akron – lui era un “americano” non un “inglese” – e quella cultura, emarginata più che marginale, da cui mi aspettavo sempre un guizzo imprevisto.
Tanto che se le sue storie a fumetti sono “No” come No New York, esperimenti come il personaggio di Snake Agent o le cronache (più che recensioni) di Red Vinyle si rivelano un gioco d’intelligenza con il lettore.



Tamburini ragionava con il giubbotto di pelle indosso.



Chissà cosa gli avrei chiesto se lo avessi incontrato.
Ecco, quando morì mi parve che di essere stato privato di un interlocutore che, altrimenti, avrei avuto ([7]).





Cosa ne penso io di Stefano Tamburini? È presto detto. Quello che segue era l’incipit di questo post, nemmeno letto quando ho scritto l’attuale.






QUOTE



STEFANO TAMBURINI: lo Schifano del fumetto e anche di più



Stefano Tamburini per me è un genio.
Mario Schifano forse ([8]).



Agli appassionati di fumetti è noto che la redazione di Frigidaire aveva una ammirazione incondizionata per Mario Schifano, quello degli anni ’70 e primi ’80 del ventesimo secolo.
Nella bibliografia (credo sia più corretto che chiamarla solamente fumettografia) di Tambura compare anche un servizio dedicato a Schifano ([9]).


Ma Tamburini ([10]) creava oltre il mero segno (certo non aveva il tratto di Liberatore) e il suo Snake Agent oggi probabilmente sarebbe realizzato sulla base della frammentazione audio e video di una cattiva ricezione digitale (televisione o Internet, poco importa) ([11]).
Ricordo, anche, che all’epoca la “computer grafica” era agli albori, quindi molto collage e poco software.



UNQUOTE








Cosa dovete cercare? Tutte le storie in bianco e nero di Rank Xerox ([12]), Tiamottì ([13]), Uncontrollable Urge. Un punto di partenza, se riuscite a trovarlo, è Banana Meccanica a cura di, ça va sans dire, Michele Mordente.
Ci sarebbe anche un breve documentario televisivo dal titolo Sulla carta sono tutti eroi; qui però siamo già nel difficile.








Credo di avere una piccola autorizzazione per queste due prove di Red Vinyle che Vi offro.

È seccante doverlo ammettere, ma la lucidità della n-wave americana stà perdendo colpi e qualche grosso gruppo si stà cagando in mano la precisione che aveva fino al 1979: i Pere Ubu, per esempio, cristo, chi glielo perdona un album così palloso come «The art of walking»? Esce fuori finalmente tutta la spocchia intellettuale che il ciccione aveva centellinato negli altri album, è sicuramente tutta colpa sua, smollato il chitarrista Tom Hermas, s'è tirato in famiglia Mayo Thompson, altro grasso vocalist/leader dei Red Crayola, per il quale aveva recitato una filastrocca deficiente nello stupendo «Soldier talk»: non vi aspettate però niente di simile, di tutta la trascinante paranoia dei primi tre L.P. non resta che il «rumore bianco» di Ravenstine a sottolineare diligentemente i viaggi lagnosi dei due lardosi vocalist: per il resto, seghe, seghe e un tributo a Miles Davis. Se si è grassi, è difficile rialzarsi quando si cade (ecco perché i DEVO fanno tanta ginnastica). Un altro tonfo discografico è «Wild Planet», secondo parto dei B-52's: è risaputo che, in tempi convulsi come questi, i parametri di gusto saltano e scricchiolano come siringhe sotto il tacco dei «camperos», e che la banalità ripetitiva ieri ti diverte oggi ti fa cagare, ecco, i B-52's oggi fanno cagare; dal primo L.P. è cambiato solo il colore della copertina da giallo a rosso, stesse facce di cazzo, stessi urletti, stesse basi musicali - ma chi ha ancora voglia di ballare? È irritante -. Per quanto riguarda gli sbarbi della California, posso dire che le ultime cose dei Tuxedo Moon possono andare bene come "ambient music" per una scopata, ed i Chrome non vanno bene neanche per quello: i Residents esquimesi li ho consigliati ad uno che mi stava proprio sul cazzo. Dell'ultimo di David Bowie non mi va di parlare, mi piace, non mi aspettavo niente di meno da lui (l'optimum è ascoltarlo mentre fai le valigie, pochissimo prima di partire per un viaggio), però Tom Verlaine porta sfiga e Robert Fripp pure, a parte il fatto che ormai timbra lo stesso cartellino su troppi album (tra lui e Brian Eno, grandi stronzi del rock, c'è da sperare che non rovinino la testina di David Byrne: tra l'altro è passato un anno da Fear).

La situazione ricorda il periodo di stanca del Progressive rock, quando tutti rifacevano i King Crimson, solo che oggi invece del mellotron si abusa dei nastri preregistrati e della «rhitm box» (agli Stupid Set fischieranno i sensori): mi sento una merda mentre lo dico, ma ascoltare i Faust o i Can, oggi, è ancora molto più arrapante che nel 74, e solo i Contorsions reggono lo sguardo, forse... se solo i Lounge Lizard avessero fatto un disco, eh, se mio nonno avesse le ruote...

(Red Vinyle, Frigidaire n. 1, novembre 1980)





Reduce da una lunga tournèe che mi ha visto rimbalzare tra la farmacia di Piazza Sonnino e vari appartamenti in Trastevere, vittima consenziente del mio hobby preferito, torno in redazione e cosa trovo sul mio tavolo? L’ultimo numero di una fanzine romana per baristi no-wave, chiamata «L'Espresso», aperta a bella posta su un articolo che, fin dalle prime righe, mi fa tornare impellente la voglia di riprendere immediatamente la tournèe dì cui sopra e dimenticare l'infame mondo della critica musicale italiana: il cialtrone Roberto Gatti, forte di un'improbabile licenza media, scrive che Frigidaire ha lanciato sul mercato discografico «la musica inumana», attribuendo a noi e ad altri l’invenzione, esclusivamente sua, di questa definizione pelosa e senza senso.

Senza il più minimo rispetto per eventuali intelligenze che lo stessero leggendo, questo cafone del «Jazz pop rock» accomuna Maurizio Marsico ai Liquid Liquid, Walter Carlos ai Soft Cell, Ranxerox a Maurizio Turchet, in un delirio stronzo, corredato dalle opinioni del «critico rock dell'Unità» e del «critico musicale del Giorno» (come a dire la crema della sfiga), il tutto sotto la bandiera, appunto, della «musica inumana».

II bisogno intossicato di mettersi in mostra, di coniare a tutti i costi la nuova etichetta, spinge queste carogne del giornalismo musicale a rovistare in tutte le pattumiere del rock pur di mettere in bocca a musicisti indifesi spropositi che non si sono mai sognati di dire, per poterci infine polemizzare nei ristretti ma pagatissimi ambiti delle loro rubrichette del porcodio in musica.

Ma come si fa a dire che gli Orchestral Manouvres in the Dark sono inumani? E i Liquid Liquid che fanno del banalissimo funky? E’ l’Espresso che vi fa diventare così? Gatti, ci fai o ci sei?

(Red Vinyle, Frigidaire n. 15/16, febbraio/marzo 1982)







Come vedete, ancora una volta tutta roba di e per angeli dalla faccia sporca.


                                                                                                                    


                                                                                                                               Steg

 
 

 
 
POST SCRIPTUM (del luglio 2015)

Non sono uso a cortesie, ma nel caso di specie si tratta di Michele Mordente, quello che io definisco l’esecutore artistico (con Alessandra Tamburini) di Stefano Tamburini, il quale sta pubblicando e pubblicherà materiale raro di Tambura (e non solo). Ecco la pagina Fb rilevante:

 
 
                                                                                                                      Steg


© 2012-2016, 2022 Steg, Milano, Italia eccetto per: i due testi di Red Vinyle che sono © degli Eredi di Stefano Tamburini, il comunicato stampa che è  © Frigidaire, la scansione e l'originale di Stefano Tamburini che sono © dei rispettivi proprietari per l'oggetto .
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore o, nel caso di specie, degli autori.



[1] Ci hanno provato, in buona fede.
[2] Me ne assumo la responsabilità: Vincenzo Sparagna. No, non scrivo per conto di Filippo Scòzzari.
[3] Che mi chiama Stè e io lo saluto con uno Znao ipoteticamente rankxeroxiano che lo indispettisce.
[4] Cercatevi Tenere violenze.
[5] Nato il 18 agosto 1955.
[6] Questo il testo integrale – senza correzioni di sorta – del comunicato stampa del 24 aprile 1986 pubblicato da Frigidaire sul numero 66 del maggio 1986: “Oggi, 24 aprile 1986, verso mezzogiorno, è stato trovato il corpo di Stefano Tamburini, morto da più di dieci giorni, forse per un malore improvviso.
Nato nel 1955, sotto il segno del Leone, Stefano Tamburini è stato uno dei fondatori della rivista Cannibale nel 1977 e successivamente, nell’80, del mensile di fumetti e reportages Frigidaire. E’ stato anche l’ideatore, il primo disegnatore e infine lo sceneggiatore del personaggio Ranxerox, un androide quasi perfetto costruito da un immaginario studelinquente durante l’occupazione dell’Università di Roma dell’86 (una specie di ’77 fantascientifico).
Oltre a pubblicare centinaia di pagine di fumetti, testi, immagini ecc. su l’Avventurista, Cannibale, Il Male, Frigidaire e su altre riviste, Tamburini è stato un geniale grafico (sua è infatti sia la progettazione di Cannibale che quella, tanto più complessa e duratura nelle sue tipologie, di Frigidaire) e un attento scopritore e maestro di nuovi talenti nel campo del disegno. Chi più, chi meno, tutti i nuovi autori italiani ed europei di questi ultimi anni gli devono moltissimo.
Recentemente, dopo l’uscita dell’ultimo albo Muscles, in cui compaiono le storie di Snake Agent, un agente segreto le cui avventure sono disegnate con una particolare tecnica di trasformazione dell’immagine alla macchina fotocopiatrice, Stefano Tamburini aveva collaborato al mensile Frizzer, sceneggiando dei curiosi fotoromanzi satirici, e aveva inventato la grafica ed il titolo di una nuova rivista per giovani autori di fumetti: Tempi Supplementari. Sua era stata anche la progettazione grafica del trimestrale di subletteratura Vomito.
Stefano Tamburini è stato un interprete appassionato della vita quotidiana della sua generazione, un osservatore lucido, ironico e insieme disperato del suo tempo. Per anni ha inventato e realizzato progetti con l’entusiasmo di un ragazzo. Ha sempre guardato il successo editoriale (anche dopo le 18 traduzioni delle storie di Ranxerox e la gloria in Francia e negli Stati Uniti) come un aspetto complementare – in fondo secondario – della sua ricerca di vita, di amore, di libertà.
Era un giovane forte e robusto, fino a sembrare indistruttibile o invincibile. Ma anche un artista che la stessa sensibilità estrema ha reso – in certi momenti – fragile come vetro”.
[7] Curioso, mi rendo conto che mi manca anche l’opinione di Tonito su Tambura, ma questa forse è buona parte della storia che sta alle spalle dell’intero mio blog.
[8] A scanso di equivoci: io ammiro Schifano; dopo Francis Bacon, è con Piero Manzoni l’unico artista del ventesimo secolo per cui vorrei poter spendere qualche centinaio di migliaia di Euro per un’opera originale.
[9] Frigidaire, n. 21.
[10] Esattamente ricorda Scòzzari come fra loro si apostrofassero per cognome.
[11] Siete pregati di non cercare di copiare l’idea.
[12] In collaborazione con Pazienza e Liberatore.
[13] Disegni di Liberatore.

mercoledì 13 giugno 2012

UMBERTO SIMONETTA (Ovvero, un post per milanesi non troppo giovani o "non troppo regolari")

UMBERTO SIMONETTA
(Ovvero, un post per milanesi non troppo giovani o “non troppo regolari”)

Umberto Simonetta: un autore che apprezzo molto e che è poco conosciuto ([1]).
A differenza di altri non ha avuto una vita particolarmente interessante ([2]) e quindi anche la sua biografia risulta piuttosto scarna.

Persona schiva, certo sin dai suoi libri si capisce che non era uno destinato alle folle di lettori, men che meno attualmente.
È fra quelli per i quali, spesso, si trova sbagliata la data di morte, perché si indica quella del “coccodrillo” pubblicato da un quotidiano. Posso correggere quella, ma non la data di nascita: per ora scrivo: nato nel 1926 e morto il 24 agosto 1998.

Quelli bravi, prendono dei pezzettini da ciò che si trova (o meglio che trovano) in giro, poco, e ci imbastiscono su dei periodi, per cui sembra che ci siano pacchi di articoli e interviste.
Non è vero.
Anche il gusto può risentirne.

Per esempio: che Simonetta non si sentisse uno scrittore “milanese” ha senso, non lo avrebbe affermare che non fosse un grande osservatore, narratore e critico di Milano.
Chi non ama Milano solitamente snocciola aneddoti frusti (la nebbia: eppure ora se ne trova di più sulla Salerno-Reggio Calabria), chi ama Milano si arrabbia e anche “si incazza” (visto che scrivo di Simonetta) quando osserva come è ridotta Milano.
Questa affermazione mi pare significativa: domanda: “Milano, ‘made in Italy’”; risposta: “No, Milano ‘made in Europe’. Ho sempre affermato che Milano è una delle poche città italiane con dimensione europea. Per forza: vorrei vedere quali sono le altre! Solo che non bisogna esagerare...” ([3]).
O se si vuole una versione più forte: “la milanesità è, a volte, peggio della negritudine” ([4]).

Il suo romanzo più famoso è Tirar mattina ([5]) che, cronologia o no (si vorrebbe che questo fosse il primo di una trilogia ([6])), fu pubblicato per secondo nel 1963 da Einaudi ([7]).
Per dare l’idea di chi lo leggeva: io ne ho sentito parlare una sera da mio padre e da un amico di famiglia. Due che per un verso o l’altro avevano frequentato la Milano notturna in contemporanea con “l’Aldino” protagonista creato da Simonetta. Sono andato a casa dei miei e, a colpo quasi sicuro, ho trovato il libro nella “libreria di famiglia” ([8]) e mi piacque molto.
 
 
 
L’opera meritoria di Oreste Del Buono fece sì che per qualche tempo fosse a disposizione dei lettori senza troppa fatica buona parte della produzione letteraria migliore (tutta la migliore?) dell’autore, compresi i racconti raccolti in una sola sede ([9]). Non solo: il primo volume della Baldini e Castoldi si apre con il testo di quella “Ballata del Cerutti” che viene erroneamente attribuita dai distratti a Giorgio Gaber mentre il testo è di Simonetta.
Il parlato di Milano di quegli anni è riversato sulla pagina in modo esemplare e – come dovrebbe essere noto – molti comici “arrivati da Milano” negli anni ottanta del secolo scorso si rifanno al mondo di Simonetta ([10]).

I libri degli anni settanta hanno un taglio di “futuro andato male”, con qualche retrogusto di certo Dino Buzzati ([11]).

Poi Simonetta si sbilancia verso il teatro.
Notevole il titolo della commedia Sta per venire la rivoluzione e non ho niente da mettermi, firmata con Livia Cerini, che evidenzia un’insofferenza verso quel mondo “sciuretto di sinistra” che ha occupato tutto e che, alla fine degli scorsi anni settanta, ha indotto taluni ad abbandonare ogni schieramento politico preconcetto ([12]).

Per completezza rammento come Simonetta sia diventato critico sulle colonne de Il Giornale; altra scelta che avrà dato fastidio a diversi dei suoi amici di gioventù, perennemente a sinistra.

Tutto quello che ho trovato negli anni scritto da lui io lo ho letto, ma onestà vuole che vi consigli di fermarvi entro il “ristampato” negli anni novanta: sono sempre sei romanzi e quei racconti ([13]). 
Ristampato ma scarsamente disponibile sugli scaffali, in quanto tutto fuori catalogo; quindi occorre cercare fra l’usato, in un’edizione o nell’altra vedrete che almeno Tirar mattina salterà fuori.

                                                                         
                                                                                                           Steg

 
copertina del volume contente il testo teatrale


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[1] È già comparso in altri post.
Del resto troverete qui qualche riferimento già svolto altrove.
[2] Fra gli italiani penso ad alcuni miei favoriti: Emilio Salgari, Giancarlo Fusco e Hugo Pratt.
[3] Da un’intervista del 1984 di Silvia Palombi pubblicata nell’agenda Smemoranda. Preciso che nel testo reperito non c'è punto interrogativo a chiusura della domanda. 
[4] Che fra l’altro fa pensare a “Just because I’m white/You gonna treat me like a nigger” (Johnny Thunders: “Just Because I’m White”).
Le affermazioni paiono opposte, ma non lo sono: il milanese diventa il nuovo negro, ghettizzato (idem per il bianco di Thunders).
[5] Per i più curiosi: in Francese fu tradotto con il titolo Voir le jour; mi pare perfetto.
[6] Il fatto che i romanzi Tirar mattina, Lo sbarbato (pubblicato nel 1961) e Il giovane normale (del 1967) siano stati poi – nel 1994– riuniti in un solo volume secondo l’ordine “pensato” dall’autore da solo non li rende trilogia.
L’elemento comune ai tre è quello di riferirsi, appunto, a dei giovani. Almeno nel senso della vita che conducono.
[7] Se fosse stato pubblicato per primo, la carriera dell’autore sarebbe cambiata?
[8] Dopodiché è cominciata la mia, ben nota, febbre completista.
[9] Ecco i titoli: Le ballate dei Cerutti, Milano, 1994; Come dicevo domani, Milano, 1996; Storie non tanto regolari, Milano, 1997. Tutti editi da Baldini e Castoldi.
[10] Fra i pochi che riconoscono le grandi doti di Simonetta c’è Mauro “maurino” Di Francesco.
[11] Tanto che Ugo Tognazzi fra le poche regie cinematografiche a suo nome ne annovera una tratta da Buzzati (Il fischio al naso, dal racconto “Sette piani”) e una da Simonetta (I viaggiatori della sera, dal romanzo con lo stesso titolo), entrambe storie su toni di un futuro che sbriciola la persona.
[12] Se suona familiare, avete già letto le mie “Note sul punk”.
[13] Diventati 30 dai 10 pubblicati in volume nel 1967.

martedì 12 giugno 2012

PERLE MEDIATICHE - 7 Oppure qui siamo oltre?

PERLE MEDIATICHE - 7
Oppure qui siamo oltre?



Devo dire che la prima riflessione è stata su un dettaglio: nella propria rubrica settimanale su Sette (il “settimanale” del Corriere della Sera) intitolata “Storie (di) note” dell’8 giugno 2012, Umberto Broccoli (a pagina 28) dichiara che Giacomo Agostini avrebbe vinto campionati mondiali di motociclismo anche nella classe “250. Ma non è vero: errore tipografico o no, la cilindrata era quella delle 350 ([1]).





Il problema è un altro. Nell’articolo:
-        si citano testi di canzoni (più correttamente “opere musicali”) senza virgolettarli, così rendendo difficile la loro corretta identificazione,
-        senza indicare l’autore dei testi delle medesime canzoni. Anzi in un caso confondendo (come al solito – nel senso che Umberto Broccoli non è il solo) autore e compositore, onde Lucio Battisti “diventa” l’autore. Per l’altra canzone nulla è dato di sapere (e la canzone non è celeberrima),
-        ad essere precisi, senza indicare i rispettivi editori delle due opere musicali citate.


Suggerisco di rileggere l’articolo 70 della legge n. 633 del 22 aprile 1941.



PS: dopo la pubblicazione di questo post il Signor Broccoli talvolta virgoletta e cita anche autori-compositori delle canzoni. “Naturalmente” non mi ha contattato.



                                                                                                                      Steg







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[1] Agostini ad inizio carriera disputò un paio di campionati in classe 250, senza grandi risultati.

sabato 9 giugno 2012

FROM BASILDON: LESSONS IN MUSICAL DANGER

FROM BASILDON: LESSONS IN MUSICAL DANGER

Front 242.
Electribe 101.
Non sono solo due palindromi numerici.


Dato il numero di loro concerti tenutisi lì, al Forum di Assago (Milano) dovrebbe esserci una stele con inciso: HoDM.


I grandi artisti si misurano, anche, dal numero di canzoni che possono permettersi di bruciare nella prima mezz’ora di concerto.


Quando Bob Dylan passò all’elettrico fu una svolta non da tutti gradita.
Quando loro cominciarono ad usare le chitarre, anche ([1]).


La canottiera come capo di tendenza? Marlon Brando e Dave Gahan.


Per chi non avesse ancora capito (non è un quiz televisivo) sto scrivendo dei Depeche Mode.


Il mio primo loro concerto risale al tour per Black Celebration.
Un hangar da qualche parte nella periferia di Zurigo. Fra le canzoni del sottofondo musicale, a ingannare la nostra attesa che li precedeva, verso le cinque di pomeriggio di una domenica, “Der Mussolini” dei DAF.


Credo di aver assistito, in tutto, ad almeno una mezza dozzina di concerti del gruppo di Basildon.
Ho sempre trovato in essi una valenza di pericolosità, di unicità, di eccezionalità, di individualità (ai loro concerti i cori sono una somma di voci pensanti e non una poltiglia di indulgenti cervelli bruciati) che mi ha sempre accompagnato a casa come mi accadeva con i concerti punk: orecchie che fischiano, coscienza del pericolo e scelta di non accettare la musica consolatoria ma di ascoltare solo quelle note che mi sono affini.

 
I Dep hanno tanti caratteri distintivi, fra essi quello di aver percorso una strada quasi contraria alla regola, diventando meno accessibili con il passare del tempo.
Al proposito illuminante rimane, sempre, quel 101, film diretto da, quasi immancabile si direbbe nel firmare storici documenti dell’ottava arte, D. A. Pennbaker.

 
Apprezzo molto anche la loro capacità` di non cercare il consenso a tutti i costi: intitolare un album Music For The Masses o una canzone “Personal Jesus” non aiuta molto.
Monumentale, poi, l’ossimoro di “Enjoy The Silence” che diventa un coro da stadio di tutti i bedsitter boys and girls che affollano i loro ([2]) concerti.


Fait accompli che Anton Corbijn si diverta più lavorando con loro che con gli U2.


Se manca un elemento per chi vuole dissentire totalmente con me, lo aggiungo ora: “Walking In My Shoes” è “Behind Blue Eyes” circa un quarto di secolo dopo. Del resto Martin Gore non deve temere un paragone con Pete Townshend: due grandi autori e compositori in epoche diverse, al di là dei valori assoluti in gioco.
Gli è che io non discrimino fra queste due canzoni. Appunto.


Certo, vi devo un’ultima spiegazione: sia i F242 sia gli E101 hanno aperto per i DM.


Ne avete “abbastanza”?


                                                                                                                      Steg



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[1] Eppure i fan de The Human League prima del 1981 non erano masse.
[2] Con un discreto crossover per i Placebo, credo, almeno per i più giovani seguaci.

mercoledì 6 giugno 2012

UMBERTO ECO (fumetti e il Martini)


UMBERTO ECO
(fumetti e il Martini)



Credo di “convivere” intellettualmente con Umberto Eco da quando avevo circa sette anni di età.
Non perché io fossi un prodigio, ma perché avevo cominciato allora (con immane fatica data dai nomi che non sapevo pronunciare) a leggere le strisce e le tavole dei Peanuts sul mensile Linus.



Nel 1967 non c’erano molti intellettuali, anche giovani, disposti a seguire (vado molto per approssimazioni) la linea di un Roland Barthes che in Francia studiava appunto fenomeni e prodotti della cultura di massa, ma su Linus si trovano “cose” che altrove erano inimmaginabili ([1]).



Cosi fra Batman e Mike Bongiorno, questo signore, pressoché immutabile nei decenni (quante giacche blazer di colore blu ha nell’armadio? Più delle giacchette da marinaretto di Paperino?) cominciò a farmi capire che non ero poi così solo a leggere i fumetti (pur essendo io stato criticato per tutti gli ultimi tre anni delle elementari dal mio maestro per questo).



Naturalmente, quando circa un decennio dopo tutti correvano al carro dei nuovi vincitori e i fumetti andavano bene (dov’erano quando Hugo Pratt dovette, quasi, “riparare in Francia”?), Umberto Eco non era più una voce isolata.



Non ho letto Il nome della Rosa (e nemmeno ho visto il film).
Qualche anno dopo comprai però, e mi servì molto, Come fare una tesi di laurea.



Il pendolo di Foucault lo acquistai molti anni dopo su suggerimento di una persona di cui mi fidavo; del resto, cominciava il mio furore di avere libri e Eco giustamente professa il principio per cui si comprano libri per poterne disporre quando si vogliono leggere o anche solo consultare.
Questa la ragione per cui oggi ho potuto aprire la mia copia, una prima edizione del 1988 ancora quasi “da scaffale”, dopo 14 anni dalla sua pubblicazione: semplicemente per verificare la pagina in cui si trova il passo citato da Eco ([2]) nella sua introduzione a Ed è subito Martini di Lowell Edmunds ([3]).

Io e il semiologo più famoso d’Italia dissentiamo quasi su tutto rispetto al Martini, tranne per due cose, fondamentali: anch’io sogno di poter entrare in un bar, in qualsiasi città del mondo ed ordinare un solito o, addirittura, aspettare che mi venga servito automaticamente; e, più importante, il fatto che “è ovvio che il Martini migliore è quello che ti fai da te, a casa” ([4]).





                                                                                                                      Steg







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[1] Notevole fu anche che Dino Buzzati scrivesse una prefazione a Vita e dollari di Paperon de Paperoni. Era il 1968.
[2] Pagina 136 per l’edizione rilegata; oppure cercate il capitolo 36.
[3] In originale, questa nuova edizione del 1998 – tradotta nel 2000 e pubblicata per i tipi di Archinto – si intitola Martini Straight Up.
[4] Dove i bicchieri possono stare in freezer, cosicché anche Umberto Eco non avrebbe bisogno del ghiaccio che annacqua tragicamente il Martini.
 

martedì 5 giugno 2012

LA MOVIDA



LA MOVIDA

L’uso erroneo delle parole nella migliore delle ipotesi è segno di una approssimazione che – gravemente – è causa dell’altrui (successivo) uso ignorante del medesimo termine ([1]).
Qualche volta, però, mi chiedo a che livello comincia l’ignoranza, perché se un uso scorretto è fatto da un giornalista, non vedo scusanti.

Nel mio tentativo, periodico ma saltuario, di riordinare i miei libri sono arrivato alla movida (più propriamente Movida) ([2]).
Mi è tornata subito la pelle d’oca nel confrontare l’essenza del fenomeno e l’uso proprio della parola che lo sintetizza rispetto a quanto si legge sulla stampa italiana. Perciò mi è parso un buon momento per tentare di limitare la proliferazione dell’impiego – sbagliato – del termine.

Ignoro quale sia lo stato delle pagine cittadine di giornali quotidiani e di altra editoria periodica in città diverse da Milano, ma nella mia città l’espressione “la movida milanese” è abusata; il problema sta nel fatto che l’espressione non può concettualmente essere abusata poiché non è mai esistito un suo uso corretto.
Per essere ancora più chiari, un problema di territorialità espressiva sussisterebbe già se scrivessi della movida di Barcellona (a parte le rivalità fra la città catalana e la capitale spagnola), ma facciamo finta di niente e concentriamoci sull’Italia.

Nella prosa “simpatica” di giornalisti e simili, la movida consiste in gruppi di persone sorridenti e scanzonate che tirano tardi con consumi più o meno ortodossi di alcoolici in quartieri ovviamente “alla moda” ([3]) nel capoluogo di regione lombardo.
Ma questa non è movida, questo è “ir de copas” ([4])! Sarebbe “ir de copas por las calles Madrid” se fossimo là.
Sì d’accordo, e allora?
Il fatto è che sostenere che frequentazioni serali di locali pubblici, con o senza tavoli all’aperto, sia praticare la movida non è molto distante dal sostenere che futuristico sia sinonimo di futuribile o che quantizzare sia sinonimo di quantificare, eccetera.

Eppure basterebbe poco, ogni volta che si legge o si ascolta una parola non conosciuta ci si informa, esistono ancora dizionari, vocabolari, enciclopedie.
Dimenticavo: troppo faticoso.

Andando per massima sintesi, la Movida (dunque con dignità di maiuscola) è stata un movimento artistico e sociale, giovanile, nato e sviluppatosi a Madrid, con una sorta di incubazione oscillante fra la morte del dittatore Franco nel novembre 1975 e il 1979.
Se non fosse che i Kaka De Luxe (sorta di London SS spagnoli, in ambito musicale) esistevano già nel 1977.
Sicuramente il 1981 e il 1982 furono cruciali, specialmente per la musica; tanto che già nel 1983 un programma televisivo nazionale ([5]) come La Edad de Oro nella sua prima puntata (effettivamente trasmessa) poteva fregiarsi di aver riunito i Kaka De Luxe e con rammarico della presentatrice esso trasmetteva poi due canzoni eseguite dai Parálisis Permanente tratte dalla puntata pilota, perché il loro leader Eduardo Benavente era morto nel frattempo ([6]).

Se non fosse che un volume monumentale (782 pagine) a mo’ di catalogo di una mostra tenutasi qualche anno fa a Madrid è suddiviso in: artes plasticas, fotografìa, musica, diseño grafico, arquitectura y diseño industrial, moda, letras (ad includere anche i fumetti), cine ([7])

Se non fosse che nella Movida c’è una componente di libertà nelle tendenze sessuali di molti personaggi che talvolta è insopportabile, come certe tavole di Rosario (famoso ([8]) per il character del detective transessuale Anarcoma ([9])) fumettista gay dichiarato.

Qualche affinità con il tempo libero trascorso nei locali pubblici? Nessuna ([10]).

Purtroppo, il panorama del “disponibile” è intermittente, sia quanto a fonogrammi sia quanto a letteratura ([11]).
Comunque, siccome terminologicamente gli artisti non sono individualmente targati movida, per la parte musicale suggerisco, in modo incompleto e in ordine alfabetico, i seguenti ponendovi come data ultima il 1985: Alaska (essenzialmente con i Pegamoides, eventualmente con i Dinarama), Gabinete Caligari, Kaka De Luxe, Loquillo y Los Trogloditas (ma c’è anche un collettaneo del leader con Sabino), Parálisis Permanente, Radio Futura ([12]).
Per chi riuscisse a recuperarlo, il cofanetto quintuplo (esiste anche una versione di 15 CD separati che però risulta troppo varia) di La Edad de Oro del Pop Español è un ottimo inizio.


                                                                                                                      Steg



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[1] Per chi ha letto quel post, evidentemente queste righe si pongono almeno in parte nella stessa categoria de “‘Il pantalone’ e il ‘Caipiroska alla fragola’” e per altro in quella, della mia serie “Perle mediatiche”.
[2] quando ascolto musica spagnola del periodo non penso molto alla parola movida, considero quello che ho voglia di ascoltare.
[3] In Italia tutto è alla moda per decenni, bell’ossimoro.
I VIP locali non sono persone molto importanti, ma sono solitamente tipi e tipe cui è stato cucito addosso per esigenze commerciali il costume di famosi per un minuto e mezzo (e già il 10% della quota warholiana mi pare eccessivo).
[4] O “irse de copas”.
[5] È da questo momento storico sì che si può parlare in senso lato di “movidas” extra madrilene.
[6] Il 14 maggio 1983, in un incidente d’auto.
Esiste un cofanetto DVD quadruplo intitolato come il programma, per chi fosse interessato.
[7] Il volume collettaneo a cura della Consejera de Cultura y Deportes, Comunidad de Madrid è La Movida, Madrid, 2007 (ISBN 978-84-451-3005-6).
[8] Forse non tutti sanno che Lou Reed si rese colpevole di plagio utilizzando senza autorizzazione un disegno di Rosario per la copertina dell’album dal vivo Take No Prisoners.
[9] Cui Marc Almond ha dedicato una canzone dal medesimo titolo: si trova come secondo b-side nella versione 12” del singolo “Ruby Red” del 1986 o, più agevolmente, nel Volume 2 della eccellente compilation di “canzoni sparse” A Virgin’s Tale.
[10] Evidentemente siamo oltre le “perle mediatiche” (una serie di miei post piuttosto graditi dai lettori del blog).
[11] Cinematograficamente è ben rappresentato Pedro Almodovar, il quale però è divenuto popolare dopo la metà degli scorsi anni ottanta.
[12] Interessanti sono certi riferimenti, evidenti, ad artisti britannici come Siouxsie and the Banshees, The Cure, Bauhaus.