| Catalogo della mostra di Parigi al Gran Palais (1971-72) |
FRANCIS
BACON
(o
dell’umanità scuoiata)
Quando scrivo di
persone celebri, più che in altri casi posso solo cercare di offrire un punto
di vista degno di considerazione, non necessariamente e totalmente alto ([1])
e di certo frammentario.
D’altra parte,
il fra parentesi del titolo di questo post
arriva anni dopo ([2])
la canonizzazione di Francis Bacon come “mio” secondo artista contemporaneo ([3]),
l’altro artista è Piero Manzoni.
Dichiaro anche,
e subito, che i due quadri di Jenny Saville scelti come copertine di The Holy Bible e Journal For Plague Lovers dei Manic Street Preachers ([4]),
con evidenza devono molto a questo Maestro del ventesimo secolo, un altro (come
Oscar Wilde) nato a Dublino ma poi vissuto a Londra ([5]).
Il fatto che egli
sia uno degli artisti le cui opere sono fra le più quotate al mondo (e parliamo
di decine e decine di milioni di Euro per un suo quadro) non rende Bacon di per
sé grande.
Inoltre, non credo
sia possibile identificare solo pochissimi quadri come suoi capolavori, data
anche una sua nota abitudine a riprendere certi temi più volte: quali la serie
di dipinti su cardinali e papi e le sue crocefissioni (era ateo); ben
conosciuta agli appassionati quella, formale più che stilistica, di aver
dipinto numerosi trittici e dittici (oltre a una certa ripetitività dei
soggetti).
Nemmeno la sua
dichiarata omosessualità ([6]) può essere una
caratteristica da valutare positivamente ad ogni costo, cioè senza altro
aggiungere ([7]).
E neanche la sua
frequentazione di Soho e la sua amicizia con Jeffrey Bernard ([8]).
Amava la corrida
(nei titoli dei quadri “bullfight”),
cui dedicò diversi suoi “studi”.
Ma nella sua
produzione, anche quantitativamente non avara (pur se distrusse molto di quanto
creato agli inizi della sua arte), ciò che si nota è questo rendere le persone
non solo come spesso distorte nei visi, ma quasi come se i loro corpi fossero a
vivo, cioè appunto scuoiati.
Forse quel che
più affascina di questo pittore fuori dalla sua opera è l’uso molto accentuato
delle fotografie e di materiali stampati in genere, suoi veri strumenti di
lavoro (tanto che dei suoi modelli spesso utilizzò fotografie, anche
commissionate ad hoc), inclusa la
loro degenerazione materiale.
Per vedere un
ampio spettro di tutto ciò occorre, anche, conoscere il suo studio di pittore.
Sembrerebbe impossibile, se non fosse che il 7 di Reece Mews, a South
Kensington, non è solo l’indirizzo di un edificio che anticamente ospitava
delle scuderie, ma una sorta di sancta
sanctorum (fu anche casa sua dal 1961 al 1992 ([9])) che, anni dopo la
morte di Bacon ([10]),
è stato trasferito pezzo per pezzo quanto a contenuti presso la Hugh Lane
Municipal Gallery della natia Dublin ed è oggetto anche di monografie.
Dunque un
artista urbano, carnale, e paradossale: dalla sua generosità per tutti in vita
(e da qui la scelta di avere un solo erede, il suo ultimo amore, l’analfabeta John
Edwards ([11]))
alla sua “pubblicità” in quanto esistono molte sue interviste.
“When
I’m dead, put me in a plastic bag and throw me in the gutter” ([12])
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