"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



lunedì 22 novembre 2021

GARBO (ripensamenti berlinesi)

 

GARBO (ripensamenti berlinesi)

 

Premetto che musicalmente conosco Garbo dal suo album di esordio, e nello scorso decennio ho, come spesso mi capita per curiosità, cercato di mettere insieme una discografia che fosse se non completa almeno rappresentativa.

 

Premetto, anche, che queste righe hanno come fonte di ispirazione un mio post di molti anni fa in cui scrissi che fra Garbo ed Enrico Ruggeri il “vero berlinese” fu il secondo ([1]).

Berlino la avevo già visitata diverse volte all’epoca, tanto che ne scrissi anche separatamente, per lo meno per fissare qualche mio ricordo ([2]).

 

Ma …

Beh, gli anni sono passati e Ruggeri continua ad oscillare: a un guest vocal nella canzone degli Ianva “Canone europeo”, un omaggio a nome Decibel a David Bowie (“Lettera dal Duca” ([3])), la ricostituzione dei Decibel, appunto, si contrappongono tutte le sue scelte nazional-popolari che ormai hanno raggiunto per quel che mi riguarda uno stridio che temo non avrà fine.

Peccato.

 

Garbo, invece, forse meno sulle barricate e meno “sudato” nell’esibizione di Ruggeri, ha una linea quarantennale talmente stabile da sembrare quasi perenne (lui dice di non ambire allo status di highlander).

Eppure i riferimenti musicali di questi due artisti italiani (entrambi anche con profilo autoriale di quanto interpretano) sono molto simili. Però Renato Abate ([4]) è poco attiguo al rock and roll (il che mi fa pensare al fatto che i Velvet Underground siano l’ultimo artista non “moderno” in riferimento alla categorizzazione Des Jeunes Gents Mödernes francofona ([5])).

Ed allora, si arriva alla svolta berlinese di David Bowie il quale letteralmente chiude un capitolo ed affronta “A New Career In A New Town”.

La torre della televisione che guarda su Alexanderplatz: der Berliner Fernsehturm ([6]) è fra le immagini – tutte in bianco e nero – che Garbo ha scelto per le sue esibizioni dal vivo di fine 2021.

 

Forse la stonatura di Enrico Ruggeri è quella di non apparire mai solo nei suoi momenti migliori: lui e la band, lui nei Decibel …, mentre Garbo lo vedo sempre solo.

Ruggeri a colori, Garbo no.

 

Senza allinearli per una gara sul fronte della “decadenza” (di solito attribuita da altri, non scelta dall’artista), a Garbo si attribuisce il “Nevroromanticismo” ([7]). Chissà?

 

A questo punto mi piacerebbe un libro scritto da Garbo, anche di narrativa.

 

NOTA FINALE: mi domandavo chi “avesse messo sotto contratto” in EMI Garbo.

Pensavo a Pierluigi Raimondi Cominesi. Mi sbagliavo: fu Gianpiero Scussel ([8]) direttore artistico, persona per bene che ho conosciuto abbastanza ([9]), con cui però non è mai capitato di parlare di Garbo.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[3] Contenuta nel loro album L’Anticristo del 2018.

[4] Nato il 25 aprile 1958.

[5] Mi è noto un album di cover di canzoni dei V. U. ad opera di qualche appartenente a queste “giovani genti”.

[6] “Il” torre. “La” muro, …

[9] Morto nel gennaio 2020, il giorno 20 o 21.

mercoledì 17 novembre 2021

“ROSEBUD” E LE SUE SORELLASTRE (Tombstone series – 73)

 

“ROSEBUD” E LE SUE SORELLASTRE

(Tombstone series – 73)

 

Le toppe sul Barbour del (e indossato dal) Principe Carlo di Galles.

Ovvero: se hai più di uno “slittino” visto che continui a ricordarti “le cose che hai comprato e ti sono care”: non sei William Randolph Hearst, ma un vorrei non posso.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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lunedì 8 novembre 2021

IMMAGINI GOYANE (Tombstone series – 72)

 

IMMAGINI GOYANE

(Tombstone series – 72)

 

A causa del Covid ho ormai due immagini del viso della persona a me più cara: con e senza mascherina.

Un po’ come le “Maja” di Francisco Goya.

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 27 ottobre 2021

CORTO È MENO “SCONTO” (note minime a margine di un libretto) (Prattiana Series)

 

CORTO È MENO “SCONTO”

(note minime a margine di un libretto) (Prattiana Series)

 

“Corte Sconta detta Arcana” è il titolo di una storia lunga di Corto Maltese, di Hugo Pratt ([1]).
La parola “sconta” significa “nascosta” in veneziano ([2]).

 

Partendo da un poco più lontano, ricordo un mio messaggio alla fine di dicembre 2019, che non ebbe risposta, via Facebook al Professor Antonino Saggio in risposta a un suo bell’articolo, trovato online, in cui si citava da un libro pubblicato privatamente da sua madre, la signora Milena Guarda ([3]).
Tema dell’articolo era la giovinezza di Hugo Pratt.

 

Ogni tanto gli algoritmi di ricerca automatica sono cortesi: ecco quindi che giorni fa mi compare un libro, circa cinquanta pagine, autore il Professor Saggio dal titolo Sopra i tetti di Venezia – Alla ricerca di Corto Maltese.
Il libro è molto godibile, con il solo difetto della qualità “da fotocopiatrice del mezzanino del metro circa 1975” delle fotografie di Leone Frollo – molte – che sono la spina dorsale del volume.
Compratevi il libro.

 

Tesi del volume, condivisibile, è che Hugo Pratt si ispirò a Gian Carlo Guarda, suo amico di gioventù, per la figura di Corto Maltese e, financo, per il nome di battesimo del massimo eroe creato dal Maestro di Malamocco. Gli elementi a conferma di questa tesi ci sono tutti.

 

L’altro connotato contenutistico del volume è che Gian Carlo Guarda era molto più alto di Pratt.
E qui mi permetto due considerazioni: la prima mi vede autocitarmi. Scrivevo, infatti – QUOTE – Quel fumettaro che avevo scoperto quando ancora non era, per fortuna, un idolo delle masse di lettori e a cui dissi, con discreta sfacciataggine incontrandolo a Lucca nel 1976: “credevo che lei fosse più alto”, dopo avergli chiesto “Scusi Lei è Hugo Pratt?” ed ottenendo come risposta “Sssi fra le tante cose sono anche Hugo Pratt”. – UNQUOTE ([4]).

 

In effetti, pare curioso che: pur citando ([5]) da Un romanzo d’avventura di Alberto Ongaro ([6]) Antonino Saggio abbia dimenticato di ricordare le pagine in cui il libro narra degli sforzi bonaerensi per diventare più alti (di Hugo e Paco, il coprotagonista e amico scomparso a Londra) ([7]).

 

Come credo di aver già scritto, poi, Hugo Pratt oltre a nascere Ugo Prat, si è anche firmato Ugo Pratt (o per lo meno “Pratt Ugo”) ai suoi esordi.

 

 

                                                                                                                      Steg


 POST SCRIPTUM (del giorno dopo)

Evidentemente non è cambiato niente: la foto che ha dato il via alla ricerca di Antonino Saggio, nel catalogo della mostra Hugo Pratt da Genova ai Mari del Sud (autunno-inverno 2021-2022) continua ad essere riprodotta (a pagina 98) con la data (il solo anno) sbagliata e anonimi sono gli “amici” di Pratt.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

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[1] Prima edizione mondiale sul numero 1 di Linus del gennaio 1974, ma si tratta di una sola tavola. Qualche purista declina “detta” con la maiuscola.
Ci vorranno oltre tre anni per vederla pubblicata per intero.
Quasi contestuale è la sua pubblicazione in Francia con il titolo “Corto Maltese en Siberie”.
Questo episodio della vita del marinaio de La Valletta ha raggiunto presto dignità storica per la comparsa fra i personaggi del Barone Roman Nicolaus von Ungern-Sternberg, in russo Roman Fëdorovič Ungern fon Šternberg.
[2] Ben comprendo perché Giovanni Arpino temesse fra le cause di morte di dialetti e lingue locali le virgolette senza scampo.
[3] Il libro è ancora disponibile – o meglio è di nuovo disponibile – su Lulu Press e si intitola Di padre in figlio, data 2018.
[5] Dalla edizione del 2008 di Piemme.
[7] Si cfr. le pagine 221-223 nella precitata, seconda, edizione.

venerdì 15 ottobre 2021

UPON REQUEST: BANSHEES IN MILANO 1991 (BANSHEEIANA - 4)

 

UPON REQUEST: BANSHEES IN MILANO 1991

(BANSHEEIANA - 4)

 

Questo non è un post, è parte del lavoro fatto per una mia biografia – in lingua inglese – dedicata a Siouxsie and the Banshees (noterete che anche le grafie nel tempo cambiano) che non ho poi “definito” (le pagine sono molte).

Mi viene “richiesto” e come tale lo pubblico, senza pretese letterarie.

 

 

October 10: Milano, City Square (originally scheduled on the 9th at Rolling Stone).

After having opened their European tour in Yugoslavia (Ljubljana), Siouxsie And The Banshees hit Italy.

 

They had no chance to enjoy a rather good (weatherwise) day in Milano, as the venue was reached only hours before the show, this becoming a no-soundcheck-albeit-it-was-necessary gig. Why? Because the concert hall is rather long, with a not very high ceiling and lacks in width: you don't have to be a sound engineer to know that the Banshees music will turn out to be quite booming without a perfect, time consuming, sound adjustment.

 

The support slot is filled by Blue Aeroplanes, not exactly my kind of desert island music, therefore I chat in the foyer with Captain Scarlet and Tony, who is in charge of the merchandising, before reaching my position at the very end of the right balcony aisle, just a few yards from the stage.

 

The show opens with Dazzle and with the most swirling Severin I've ever seen, his tailed purplish suit reminding some of the best Batman villains. Tonight the stage is shared almost equally among him, the Mad Hatter Jon Klein and Siouxsie (clad in a leotard consisting of deep burgundy tights and a black veiled top), as they move from one side to the other, almost restlessly.

The set consisted mainly of Superstition numbers: the audience showed some lack of enthusiasm about Drifter and Softly, while Kiss Them For Me was probably the most cheered new number. The band also plundered Peepshow, most notably the perennial crowd mover Peek-A-Boo and Ornaments Of Gold.

With the big clock in the background (not part of the tour scenography, but a permanent feature of City Square!) inexorably marking the passing of time, the Banshees had little time for those singles which Italians seems to prefer.

Well, I certainly did not mourn because of no Dear Prudence, as we got Obsession (those of you who attended the Dreamhouse tour nine years ago will understand me: this is an almost "lost" classic played live, as far as I know, only once or twice that year), Painted Bird (thanks again Siouxsie), and the concert closed with Monitor.

Even the encores fell victim of the sound curfew: instead of the scheduled ones, El Dia De Los Muertos, Sue's favourite b-side as she confessed to the audience, ended this seventy-five minutes gig in my hometown.

 

Notwithstanding some technical problems, S&TB managed to offer us a very good concert, the band being in a great mood and Talvin Singh being an important addition now that the Banshees are revamping some less known tracks from their always increasing repertoire. I remember some rumours about a new live album earlier this year, well I think that now is the time for it.

 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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lunedì 11 ottobre 2021

LA MORTE DEL ROMANZO GENERAZIONALE (Sniper series – 43)

 

LA MORTE DEL ROMANZO GENERAZIONALE

(Sniper series – 43)

 

Per fortuna – altrui – Pier Vittorio Tondelli è morto.

 

Oggi è arrivato “un libro”. Tutti i giornalisti vogliono scrivere un libro.

Alcuni allievi di mio padre (che oltre che cronista, fu anche scrittore di libri non ancora dimenticati) hanno scritto quel libro, inutile il succitato loro libro.

 

Il giornalismo musicale in Italia non esiste, figuriamoci un libro che non sia di contenuto musicale – scritto da un giornalista musicale, però – bensì un romanzo.

 

“Gli” Ammaniti, “i” Brizzi (“la” Ballestra, invece, forse mi ha fregato, ma le rivenderò le copie dei suoi libri autografatemi una sera al Tunnel di Milano) sono svaniti quaranta anni fa o poco meno … e il romanzo generazionale – che non è quello degli ultra cinquantenni – è dunque morto.

 

 

                                                                                                                      Top Shooter

 

 

 

© 2021 Top Shooter

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martedì 21 settembre 2021

ZONA BRERA (Steg about Steg Series - 7)

 

ZONA BRERA

(Steg about Steg Series - 7)

 

 

L’idea per queste righe nasce da un romanzo italiano, piuttosto noto ed apprezzato dalla critica: La vita agra di Luciano Bianciardi ([1]).

Quando lo lessi ricordo che incontrai alcuni riferimenti che erano stati sì mascherati, ma in modo tale che chi frequentava Milano (e Brera in particolare) in effetti potesse quasi sempre indicare “il nome giusto”.

Qualche anno fa del capolavoro personale bianciardiano è stata pubblicata un’edizione “annotata a cura di Alvaro Bertani” e con prefazione di Arnaldo Bruni ([2]) la quale consente anche ai non milanesi curiosi di conoscere i riferimenti reali dello scrittore grossetano.

 

Precisazione: la mia “zona Brera” ha confini personali, è molto lunga e poco sfrangiata, forse.

Pare che Brera derivi dal longobardo “braida” a sua volta forse derivato dal tedesco “breite” ([3]).

 

Quindi stando in Piazza della Scala, spalle al Municipio, guardando sulla sinistra la facciata dell’omonimo teatro operistico più famoso del mondo si entra in Via Verdi (mai sentito un milanese premettere “Giuseppe”) e sull’angolo di destra con Via Manzoni si trovava un bel bar-sala da te di Alemagna. Scendendo di qualche metro sullo stesso marciapiede dagli anni sessanta si incontrava la Milano Libri, libreria ed editore del mensile Linus ([4]).

L’isolato finiva con forse il primo ristorante giapponese della città ([5]).

 

Proseguendo per Via Brera, ricordo sempre sul lato destro una galleria d’arte al civico 6 (mantenendo però nella denominazione il numero “32” della sua primigenia sede) di proprietà del cognato di Aligi Sassu, Alfredo Paglione ([6]): mio padre ci comprò qualche quadro, nessun capolavoro peraltro. In qualche modo era “sulla strada”.

 

Quella di Via Fiori Chiari, infatti, è sicuramente la parte di questa zona che più mi riguarda: essa è a sinistra di Via Brera, mentre sulla destra si trova Via Fiori Oscuri (dettaglio che mi faceva sorridere quando ero scolaro).

Innanzitutto per un locale “Al soldato d’Italia” ([7]): trattoria toscana (ancora lato destro arrivando da Via Brera) dove forse ho consumato il più alto numero di pasti della mia vita, partendo dai miei tre anni di età. Gestito negli anni quasi sempre dal Signor Gino Quiriconi e dalla Signora Bianca, salvo qualche alternanza con l’altro ramo famigliare capeggiato dal Signor Attilio ([8]). Ero un po’ una mascotte per i camerieri, che ogni tanto mi proponevano “bistecca di leone” o altro per tenermi buono.

E gli stuzzicadenti a sezione “quadrata” con cui (ne servono cinque) facevo i “ponti” e poi mi venivano incendiati su una estremità per farli saltare (dagli otto in poi mi occupavo io anche dell’innesco).

I cannelloni al forno, gli spaghetti “alla pt.esca” (indicati nel menu in ciclostile), una lista dove mezzo secolo fa si trovavano anche le uova.

Il minore dei due figli divenne per me (verso i miei dieci anni) una sorta di zio scapestrato: Pietro mi fece provare da passeggero auto le più disparate, mi portò al Gran Premio di Montecarlo, mi spiegò i bottoni da slacciare dei polsi (o polsini) delle giacche, …

Con il passare degli anni era diventato un locale da 3-4 cene la settimana, in ragione del lavoro e degli orari paterni, oltre che da domenica a mezzogiorno come agli inizi.

 

Ogni tanto si cambiava locale, uno che resistette durante i miei studi accademici fu “Franco il contadino”: cena pre esame (salvo quando era di chiusura ([9])), stesso lato.

 

La via prosegue, per me, almeno sino a che non si gira a sinistra, si percorre brevemente Via Marco Formentini e si arriva alla “chiesa sconsacrata” di San Carpoforo: la ragione è semplice: lì fuori conobbi alla fine della estate 1977 Antonio “Tonito” Talatin ([10]).

 

Poi, di nuovo scendendo lungo Via Brera, c’è il bar Giamaica ([11]), citato da Bianciardi nel suo romanzo ma con altro nome ([12]), che è probabilmente il locale di Milano più noto quanto a scena artistica (il vicoletto che congiunge Via Brera a Via Fatebenefratelli è ora intitolato a Piero Manzoni che abitava al civico 16 di Via Fiori Chiari ([13])): rimando a Pino Corrias ([14]).

 

Taglia la strada Via Pontaccio, per me essenzialmente nota siccome sul suo pavé provai con Pietro la sua dune buggy color nero con motore Porsche … (e all’angolo con Brera “batteva” la Paola, che era Paolo, qualche anno prima, verso il 1968. Avete già un lato selvaggio).

Se invece prendete a destra e poi subito a sinistra attraversate il sagrato della Basilica di San Marco e sulla destra nella omonima via trovavate il vero “Tumbun de San Marc”, dove avevano la birra Guinness ([15]) e quindi era quasi un pub.

Evitando la deviazione a sinistra arrivate in Via Fatebenefratelli e quindi alla sede della Questura (la mia memoria è dell’ufficio passaporti. Giorgio Scerbanenco e Renato Olivieri sarebbero arrivati anni dopo, molti).

 

Se invece non girate, andando subito dopo via Pontaccio la via diventa Solferino e subito sul lato sinistro c’era la boutique – non si chiamavano più negozi – di proprietà de L’Equipe 84.

“Dovete” superare Largo Treves, attraversare e a destra trovate il palazzo dove aveva sede tutto quanto era “Corriere”: della sera, d’informazione, La Domenica del, Corrierino dei piccoli, … tutto il giornalismo italiano che contava, Mino Milani, Hugo Pratt, …

Per un annetto scarso (nel 1972 direi) mio padre fu capo redattore del Corriere d’informazione.

 

La mia “zona Brera” finisce territorialmente con un ricordo sgradevole, ma non traumatico: in fondo a Via Solferino abitava il mio maestro di III, IV e V elementare: un toscano molto pignolo (classe 1922), scapolo, che piaceva tanto alle mamme dei suoi scolari.

Gli è che chiacchierando a casa nostra con un mio di nuovo compagno di classe (di cui ben ricordo il cognome), sono ora alle medie inferiori, mio padre menziona il maestro F. P. e il mio compagno dice senza giri di parole che il maestro era un pederasta.

In effetti, … ma eravamo svegli e quindi non sarebbe accaduto nulla di che; o almeno a noi che lo frequentavamo solo in pubblico – a scuola – non è accaduto nulla.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

 

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[1] Prima edizione: Milano, Rizzoli, 1962.
[2] Milano, ExCogita Editore, 2013.
[3] Idem, p. 33 nelle note.
[5] Si contendeva il primato con uno sito fra Via Fabio Filzi – ove il primo ristorante cinese di Milano (ora chiuso) –   e Via Vittor Pisani.
[8] I due erano fratelli, totalmente diversi.
[9] Si optò per Il Penny di Viale Bligny 42: funzionava anche quello.
[11] Questa la grafia corretta e storica. Jamaica è una piuttosto recente storpiatura che sa di provinciale.
[12] Ancora l’edizione ExCogita, p. 43, nota 41.
[14] Vita agra di un anarchico: Bianciardi a Milano, pp. 95-96 nella edizione Feltrinelli, ma pubblicato nel 1993 a Milano da Baldini e Castoldi.
[15] È diventato “Tombon” (sinonimo), chissà perché, non ha più la Guinness e mentre scrivo è chiuso.
D’altronde sono anche morti Umberto Eco, Giovanni Gandini, Oreste Del Buono, etc.
Comunque, grafie a parte la parola significa bastione.

venerdì 17 settembre 2021

KATE MOSS (a half sketch)

 

KATE MOSS

(a half sketch)

 

 

Per favore, seriamente, possiamo riavere Kate Moss?

Se anche una sola persona trarrà ispirazione (uguale o contraria, poco importa. È il punk bellezza!) l’umanità rifletterà e magari nascerà una idea.

 

Kate Moss, Caterina Muschio, ma anche la partner per il rifacimento di Blow-Up con David Bowie nella parte di David Hemmings (Moss-Veruschka), la modella che ha ucciso la stampa-feccia che voleva ucciderla, la testimonial gratuita degli Hunter sottobraccio al tossico libertino e babyshamble-oso Peter Doherty.

 

Con una spazzata di mano sul bancone, Kate Moss (Cowboy Kate, mi pare si intitoli un libro a lei dedicato) ha messo in dubbio tutta la genia delle Versace-girls senza "cojones", e non è poco.
Di questi tempi abbiamo scarsità sostanziale e onirica. Kate Moss ci renderebbe meno poveri.
Ribadisco: seriamente.

 

Dimenticavo: Kate Moss sarebbe una eccezionale protagonista se qualcuno osasse un nuovo film dedicato a Peter Pan. Come scrisse Richey Edwards, del resto: "rock ‘n’ roll is homosexual", e la letteratura per l’infanzia è un campo minato e senza scampo per chi non sa come riconoscere il lupo cattivo.

 

Un autore letterario ottiene rispetto dall’editore quando il secondo gli concede pagine bianche di separazione fra eventuali parti del libro o, addirittura, per consentirgli di avere l’inizio di ogni capitolo sempre in pagina dispari.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 27 agosto 2021

CREDULITÀ (mentre io trovo saggezza presso un chiosco)

 

CREDULITÀ

(mentre io trovo saggezza presso un chiosco)

 

Il titolo di questo post: esisteva una condotta sanzionata come reato e rubricata nel Codice Penale all’articolo 661: “Abuso della credulità popolare”.

Per ragioni di tecnica giuridica, il reato doveva però consistere in una condotta che guardava al “pubblico”, quindi richiedeva un certo “impegno” per così dire; la pena era solo pecuniaria.

Come si vedrà, di credulità abusabile (anche se individuale) ve ne è molta.

 

Il sottotitolo: l’ispirazione per queste righe mi è venuta ieri mattina. Su una questione personale, a mo’ di chiacchiera, ho avuto un pensiero saggio, sebbene di mera conferma, dalla edicolante peruviana titolare della rivendita di giornali e periodici.

Saggezza gratuita.

 

Ed ora alcuni esempi di quello che “non va”: il mobiliere brianzolo che “comprava” il titolo di licenza media superiore, i premi qualità a pagamento (anni settanta) ben incorniciati sui muri delle trattorie.

Pratiche quasi innocue: entrambi le parti sapevano “cosa” si compravendeva.

 

Ma poi sono cominciate le diete miracolose e le cure altrettanto prodigiose per la ricrescita dei capelli. Ed allora ecco che la gente comincia a “comprare” i propri desideri, che però non si realizzeranno.

 

La situazione nel tempo peggiora ancora: le persone prendono a non sapere o volere più imparare in modo tradizionale.

Il corpo non si tonifica più con fatica e sudore, ma comprando attrezzi “magici”.  

Per superare (si badi superare e basta) un esame universitario è normale, non credo lo sia, doversi avvalere di un “tutor”.

In àmbiti più leziosi: si fa massiccio impiego “tutorial” (ancora la stessa radice) per miscelare un cocktail o cucinare un uovo.

E l’ego si culla iscrivendosi alle scuole di scrittura.

 

I problemi nascono (come nascevano) quando si paga per una prestazione (in senso giuridico) che non ha le caratteristiche promesse oppure per “qualcosa” che è disponibile di norma gratuitamente.  

Magari con l’aggiunta del classico: “‘io’ non vendo panzane, a differenza degli altri che ‘sembrano’ assomigliarmi”.

 

Mi fermo qui, e nel caso faccio due chiacchiere con la signora dell’edicola.

Per i consigli finanziari basta leggere i capitoli giusti de Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi (il romanzo, non la sua riduzione a fumetti).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 6 agosto 2021

SCERIFFISMI (Tombstone series – 71)

 

SCERIFFISMI

(Tombstone series – 71)

 

Reputo molto più pericolosi – se non addirittura i soli pericolosi – gli “sceriffismi di sinistra” rispetto agli “sceriffismi di destra”.

 

La ragione è semplice: i primi sono dichiaratamente parlamentari e “democratici”, mentre i secondi sono ormai e al più (o al meno?), per i massimamente blandi fra i censori, “sovranisti”.

 

Per gli esegeti: https://www.youtube.com/watch?v=Q8R4eSBEV-s

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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