"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



giovedì 26 aprile 2012

PROZAC + (ovvero: cantare in Italiano ma suonare internazionali)

PROZAC +
(ovvero: cantare in Italiano ma suonare internazionali)


Gestisco il gruppo con pugno hitleriano
(Gianmaria Accusani, dopo il concerto al Fillmore di Cortemaggiore del 26 aprile 1996)




I Prozac + (e che fatica a far mantenere quel “+” nelle loro presentazioni …) furono la dimostrazione ([1]) del fatto che è possibile essere giovani ([2]), veloci e proporre qualcosa di nuovo nella musica, anche in Italia.



Nascono dal quasi nulla (a memoria ricordo che fecero qualche concerto nell’estate del 1995), scoperti da Carlo Albertoli “della” Vox Pop di Milano.
Un’escalation dal febbraio 1996 (alzi la mano chi li ha visti il 13 gennaio di quell’anno) in avanti dapprima sul fronte dei concerti.
Travagliata gestione sotto il profilo fonografico (basta confrontare i “crediti” che si susseguono su dischi, MC7 e CD) sino ad approdare alla EMI.



Ma chi sono i Prozac +?
Gianmaria Accusani, un passato di giovanissimo batterista nell’ambito del Great Complotto, indiscusso leader del gruppo: chitarra portante (usualmente Gibson “diavoletto”) e qualche sporadico ruolo di voce solista.
Eva Poles, “la” cantante dai trascorsi ska: in grado di trasformare i testi spesso anaforici di Gianmaria in piccoli gioielli che non fanno rimpiangere coloro che cantano in Inglese (ma suonano in Italiano …).
Elisabetta (senza cognome per quasi tutti) al basso: la axe girl più affascinante dai tempi di Gaye Advert, a mio avviso.
Tutti dell’area di Pordenone.



I posti alla batteria e alla seconda chitarra sono piuttosto mobili. In questa caratteristica c’è l’ennesimo segno dei tempi (in quanto la stabilità delle formazioni e l’importanza di tutti i componenti del gruppo si fanno sempre più labili a partire dagli anni novanta del secolo scorso).



Un elemento importante è anche l’immagine di scena. 
Una sorta di ossimoro per E&E: femminili pur esibendosi di regola con pantaloni larghi e scarpe da skateboard o anfibi o stivali da biker (Elisabetta li indossa molto meglio di Sid Vicious), ma i loro tank top distraggono non poco il pubblico maschile.
Anche i ragazzi sfoggiano una sorta di derivazione dell’abbigliamento di quel punk “alla californiana” dei fratellini minori di Jello Biafra.
Qualcuno che li conosceva bene, li definì così nel 1996: “Cosa importa se Elisabetta non ‘contro penna’ e nelle studio versions non c’è? Sul palco è lì, gloriosa, boots pesanti e fiorenti tatuaggi.//Eva sommersa dal guitar sound: delicata stormtrooper e giovane dama dell’angst.//Gianmaria: regista e sceneggiatore con l’eterno paio di dungaree a celare la voglia di essere anche guitar hero della sua she-Ziggy.” ([3]).


I Prozac + suonano veloci, innanzitutto: molte canzoni sono sotto i 3 minuti di durata.
Chitarre su chitarre: le chitarre a Gianmaria non bastano mai.
La sezione ritmica fa la sezione ritmica e gli assoli non esistono, neanche per le sei corde.
Poi c’è questo cantato dove il testo non corrisponde alla musica perché questo chewing-gum punk sound tratta di tossici, esclusi, introspezioni più o meno volontarie.
Brett Easton Ellis esordiente che scrive dei centri urbani intorno ad Aviano (non di LA) e di chi li abita. La televisione a volume azzerato diventa la lampada per dormire – male – lontano dalla minaccia di certe ombre.
Ma, lo ripeto, è musica a bout de soufle: tirata dalla prima all’ultima nota anche quando si avvicina alla lentezza di una primigenia demo version (non una ballata) ([4]).



I concerti sono belli e colorati, siano essi nel fumo del Tunnel di Milano (anche due in una sera) o in un campo sportivo da qualche parte nella provincia, o sotto il tendone di un festival più o meno importante, sino al palco da bill topper del Rolling Stone (ancora Milano) sino alla posizione di supporter di grand luxe degli U2 a Reggio Emilia ([5]).
Notevole anche il merchandising: dalle magliette alle felpe sino ai cappellini con visiera.



Il loro successo commerciale è con il secondo album, Acido Acida.
Dal successivo in avanti (il terzo, dal titolo 3, per loro ful’equivalente del “difficile secondo”?), le idee restano, ma i gusti del pubblico cambiano.



Cosa trovate oggi disponibile sul mercato se volete scoprire questa cruciale banda? Teoricamente 5 album, di cui imprescindibili sono l’esordio di Testa Plastica e il precitato Acido Acida.
Per i singoli mettetevi l’anima in pace, ma se doveste trovare quello strano oggetto che fu il CD EP Baby compratelo anche solo come oggetto artistico, soprattutto se completo: l’etichetta del prezzo imitava quella di un taglio di carne venduto nella solita vaschetta da supermercato.



E poi?
E poi Gianmaria con Elisabetta ha creato i Sick Tamburo.
Mentre Eva, dopo tanti anni di assenza dalle luci della ribalta esordisce nel 2012 come solista.



Forse sono andato un po’ lungo, ma la Prozac + Nation ([6]) in rete non è molto rappresentata e questo è un peccato.





                                                                                                                      Steg







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[1] Rinvio al mio post “Rock-pop e Francia”. 
[2] Pietoso il recente (fine 2011) slogan di propaganda del Partito Democratico: “Eva, 19 anni: sogna di cantare in un gruppo rock”. A 19 anni o ci canti già oppure contribuisci all’invecchiamento della nazione.
[3] Purtroppo questo valente cronista della scena mi scrisse tutto ciò in una lettera, quindi altro non posso aggiungere. Chissà dove è finito?
[4] Rarissime le cover.
[5] Probabilmente i primi ad aver suonato a ciò che ora tutti chiamano “campovolo”.
[6] Parafrasando il titolo di un libro-diario (Prozac Nation) scritto da Elizabeth Wurtzel.

PROOF FOOLED

PROOF FOOLED ([1])


Da qualche anno assisto al - ma talvolta anche subisco il - fenomeno dell’istupidimento volumetrico.


Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i superalcoolici e i vini dovrebbe sapere che pasteggiare come - leggenda vuole - Alejandro De Tomaso (imprenditore italo-argentino nel settore di quelle che oggi sono chiamate super-car) con Chivas Regal ([2]) nella propria casa è meno costoso che con certe bottiglie di vino di cui non ritengo necessario citare i nomi dei relativi produttori.



Accade però che un po’ di tempo ci sia una campagna commerciale, ma dai metodi militari, tesa ad istupidire gli avventori fra le “basi” dei cocktail, massimamente vodka e gin.
Perché? La ragione è semplicissima: quanti hanno un mobile bar a casa propria ([3])? Quasi nessuno; dato che come ormai si contano per unità coloro che sanno cucinare, per quelli che sanno preparare un cocktail credo che si vada per la mano menomata di Jango Edwards per ogni centomila.
Ciò rende debole il bevitore, che non sa sperimentare da solo (ad esempio quanti fra coloro che ordinano un Martini sanno come si miscela una versione “gold”?) e beve fuori, dunque spendendo molto e in tal modo pensando di esibire la propria personalità.





Ecco allora la guerra che si consuma sul vendere una credibilità alcoolica attraverso costose, preferibilmente oscure all’inizio, “etichette” di distillati.
Meglio se dotati, i distillati di alta gamma, anche di una potenza volumetrica inusuale, per cui chi sceglie altro meno “forte” è considerato (erroneamente) un perdente.


Un barman (lui preferisce il termine bartender) che rispetto - Frog - afferma che non si può riconoscere una vodka in un cocktail.
Ma anni dopo, e non gli posso dare torto, ovviamente egli accoglie senza problema ogni richiesta di cocktail con basi che gli consentono di esigere un prezzo più elevato.



Posso, allora, darvi solo tre consigli pratici specifici: più alcoolico non è meglio; provate due volte almeno una nuova base; considerate quanto potete estrarre da una bottiglia a casa e il break even della stessa base in un locale.
Per il resto, credo che nel mio post dal titolo “Io non sbaglio mai” troverete qualche altra indicazione.


Comunque, ricordate ancora una volta che trovare il drink perfetto (aperitivo, altra cosa è il digestivo) non è facile, ma è divertente.
I miei gusti non sono i vostri, quindi è inutile ogni elenco.


                                                                                                                      Steg







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[1] Il gioco di parole è fra “a prova di stupido” (fool proof) e istupidito dal grado (alcoolico) volumetrico (proof fooled, appunto).
[2] Oggi bisognerebbe pasteggiare con il Royal Salute, sempre Chivas, se non fosse che il blended è reputato eresia in un mondo di pecore che professa la religione del qualsiasi, purtroppo, single malt. Colpa del Glenlivet.
[3] Non sto scrivendo di angolo bar.

martedì 24 aprile 2012

STEPHEN GUNN

STEPHEN GUNN

Ho conosciuto letterariamente Stephen Gunn ([1]) in un’antologia dedicata, come dichiara contraddittoriamente il suo titolo, ai finti “stranieri” che occupano (soprattutto) le pagine di quella testata di genere che è Segretissimo ([2]).
Perché Gunn in realtà si chiama Stefano Di Marino.

L’autore è noto soprattutto per il suo personaggio del Professionista, ovvero Chance Renard. Le cui avventure pubblicate su Segretissimo sono le più lette dopo quelle di SAS.

Di Marino è un salgariano di Milano.
Salgariano - con orgoglio (tanto che di persona lo ho incontrato, solo recentemente, alla presentazione di un volume dedicato all’autore veronese) - nello stile; nella sua passione per ambientazioni esotiche, nel suo amare certe descrizioni “di viaggio” pur in un’epoca in cui il mondo lo si può vedere con facilita grazie alla rete delle reti; nella sua produzione che e`ingente; nei generi in cui si cimenta che sono più vari di quanto il lettore della sola saga del Professionista possa pensare.
I suoi riferimenti al “padre degli eroi” sono più o meno espliciti: ad esempio in Sopravvivere alla notte (del 1992) la citazione del Corsaro Nero è sfumata, ma chiara a chi subisce il fascino della parola Ventimiglia.

Milano compare più spesso nelle storie firmate Gunn da quando Chance Renard ha una base in questa città ([3]) e le sue avventure hanno anche squarci mediolaniensi, appunto.
Soprattutto, a Milano è ambientato già Per il sangue versato (del 1990 e suo primo romanzo) che contiene diversi spunti che Gunn/Di Marino poi svilupperà.

Un grande pregio dell’Autore è la sua onesta letteraria: egli non ha problemi a classificare pulp la propria opera ([4]).

Se vi ho incuriosito, sappiate che da maggio 2012 quale supplemento di Segretissimo avrà inizio una ristampa ragionata (e con inediti) delle avventure del Professionista.
Per il resto dovete mettervi in caccia.


                                                                                                                      Steg



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[1] Come anche Alan Altieri, questa evidentemente è un’altra storia, pur con qualche tangenzialità letteraria con quella che qui narro.
[2] Legion, Supersegretissimo (Estate Spia) n. 36 del 2008. Il racconto è “Contratto veneziano”.
[3] Quella parigina è durata poco, ma in futuro, chissà?
[4] In questo forse con asiatica abilità da praticante di arti marziali sfrutta l’altrui vanità: lasciate che siano gli altri a dichiarare scrittori e basta Dashiell Hammett o Raymond Chandler.

lunedì 23 aprile 2012

ALL, OR NOTHING? (ancora soffrendo per le expanded edition)

ALL, OR NOTHING? ([1])
(ancora soffrendo per le expanded edition)


Sono sempre più perplesso.
 

Nel 1995 uscì un cofanetto di 4 CD contenente tutto il repertorio registrato dalle Small Faces per la Immediate di Andrew Loog Oldham.
Un lavoro ben fatto, quando ancora la confezione interna di un boxed set era piuttosto rudimentale, i CD erano ritenuti eterni e si ragionava in termini di “due dischi uguale un compact disc”.
Quello pareva un buon modello di riferimento da seguire, e tutti felici e contenti.
No, invece.


Infatti, dopo un certo tempo per ciò che era stato registrato negli anni sessanta (allora senza specificazioni di secolo) cominciò a presentarsi il dilemma monofonico/stereofonico e successivamente emerse anche il tema, non-rock, delle versioni alternative.
 

Ed eccoci dunque ad attendere, anche nervosamente, non più antologie in belle confezioni che ci ponevano alla mercé del curatore (di cui ci fidavamo) e delle sue selezioni per quanto generose.
No, ora sono album, originariamente in formato LP di 35/40 minuti, rieditati in doppi CD che ci impongono circa 150 ([2]) minuti di ascolto ([3]).


Occorrerebbe trarre le conclusioni, se le aberrazioni non si moltiplicassero.
The Kinks come esempio: nel 2011 dopo i doppi CD con versioni monofoniche e stereofoniche e registrazioni radiofoniche di contorno, ecco un cofanetto “mono” dopo qualche mese e a breve; nel 2012, mezza dozzina di CD compilanti le sessioni BBC.
Ma allora cosa me ne faccio del cofanetto (6 CD) che ha preceduto il tutto?
 

Delle condizioni in cui si ascoltano queste edizioni apparentemente critiche, in realtà ipertrofiche e spesso avare di differenze significative ([4]), ho già scritto ([5]).
 

Qui mi preme osservare come: da un lato, la preoccupazione del completismo confligga con quella dello spazio dell’ascoltatore, per cui si vorrebbe poter - magari - fare a meno di alcuni fonogrammi non originali della propria collezione.
Dall’altro, lo horror vacui non mollerà la presa: davvero questa volta c’è tutto? Certo che no.
Dall’altro, ancora, le note di copertina sono soddisfacenti? Chissà ([6]). Quelle note che in certi casi sono una scusa per pubblicizzare l’opera letteraria dell’autore delle medesime ([7]).





                                                                                              Steg







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[1] Ho lavorato sul titolo di una delle canzoni più celebri delle Small Faces aggiungendovi una virgola e un punto interrogativo.
[2] Salva la – per me – assurda trovata di alcune riedizioni in cui il primo CD contiene solo l’album originale (che però spesso non è originale neanche nel formato, quello del CD) con spreco di spazio e lasciando su un altro CD i bonus.
Ma se voglio l’album originale me lo creo da solo selezionando appunto solo le registrazioni che lo costituiscono.
[3] O quei mostri di edizioni dal vivo, la colpa è dei Pearl Jam?, da decine (letteralmente) di compact disc; sorta di fasulle credenziali per tour di cui mai si è stati partecipe pubblico.
[4] Per assurdo e per contro, la riedizione del quarantennale del primo album dei Pink Floyd, The Piper at the Gates of Dawn, è modesta per difetto di versioni: in quel caso sì che avrei voluto tutte le edizioni di “Interstellar Overdrive”.
[5] Nel post intitolato “A proposito di expanded edition.
[6] Wikipedia corregge certe monografie pubblicate! Mi riferisco alla data di morte di Steve Marriott in uno (o due) libri scritti da Paolo Hewitt.
[7] Come accade nelle riedizioni degli album di Todd Rundgren.
Anche in questo caso ovviamente ognuno è libero di pensarla come meglio crede: ma mentre per Todd Rundgren essendo tratte da un’opera già pubblicata le note servono poco sia all’appassionato (che magari già possiede il libro) sia all’ascoltatore meno curioso, magari quelle di Kevin Cann (nome che ricorre spesso in questo blog) mesi e mesi prima dell’uscita di un suo atteso volume su David Bowie possono essere più appassionanti.

venerdì 13 aprile 2012

GIOVENTÙ: BRUCIATA, DA SPRECARE, INUTILE

GIOVENTÙ: BRUCIATA, DA SPRECARE, INUTILE



La gioventù è un bene in senso giuridico? In caso di risposta affermativa, esso è insuscettibile di essere oggetto di interferenze da parte di chiunque diverso dal suo titolare?

L’opposizione fra una visione individualistica (di chi è non credente in una religione o un’ideologia?) e una collettivistica (all’opposto chi è credente) fornisce la risposta che ognuno vuole.
Reputo, però, che siano molto pochi i giovani disposti a che altri dettino regole quanto al vivere e consumare quegli anni ([1]).



Mi sono posto spesso gli interrogativi di apertura anche in quanto trovo stupido il luogo comune per cui i giovani sono il futuro (addirittura anche di altri): semmai il futuro lo sono i prossimi ex giovani.
I giovani sono il presente, il loro.



Luogo comune ancor più odioso è caratterizzare la gioventù di spensieratezza.
Pertanto, ciò conferma che della gioventù non può disporre che chi la sta vivendo.



In conclusione: ognuno dopo la seconda guerra mondiale ([2]) è (o è stato) posto nella possibilità di fare ciò che voleva della propria gioventù.
L’ideale è averne bruciata un po’ (dunque con velocità), dilapidata un po’ e con la coscienza del fatto che essa può anche essere stata inutile.



Le fonti del titolo di questo post sono ([3]), in ordine:
- il forse oggi non più celeberrimo film di Nicholas Ray che consacrò James Dean (Gioventù bruciata ([4]));
- una canzone, non la più famosa, dei DAF che ha dato anche il titolo ad un libro (tradotto in Francese) (“Verschwende deine Jugend”);
- il tatuaggio di Richey Edwards (recitante “useless generation” ([5])) utilizzato (con modifica) per la copertina dell’album Generation Terrorists dei Manic Street Preachers e ripreso nel testo di una loro canzone (“Repeat (UK)”).





                                                                                                          Steg







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[1] Da qui l’assurdità di considerare giovani persone oltre i trent’anni. La gioventù cessa quando si pensa anche ad altri?
[2] Come data approssimativa per la nascita del teen-ager come categoria sociale.
[3] Mi scuso con chi già li conosce.
[4] Raro caso di efficace traduzione del titolo originale: Rebel without a Cause.
[5] Mi arrogo la licenza di far equivalere una generazione alla sua gioventù.

mercoledì 11 aprile 2012

LA SINDROME DEL DANDY (Qualche pensiero a proposito di Giuseppe Scaraffia)

LA SINDROME DEL DANDY
(Qualche pensiero a proposito di Giuseppe Scaraffia)




Gianni Brera non si è mai dichiarato tecnicamente alla pari dell’Abatino, di Bonimba o di Rombo di tuono ([1]).
Eppure, egli è stato il più grande giornalista sportivo italiano. A partire dai suoi scritti sul calcio.





I calzini rossi sono molto popolari fra gli architetti ([2]). Giuseppe Scaraffia – quasi louboutinianamente – li indossa assiduamente pur essendo laureato in ben altro. Ma non è questo il problema.
Giuseppe Scaraffia ha da anni una docenza universitaria (come ricercatore di letteratura francese) ma, soprattutto, egli si è creato negli anni una sorta di “specializzazione” sui dandy ([3]).





Il mio cruccio è che questo critico letterario fa quasi di ogni autore di cui scrive un dandy e anch’egli si considera stilisticamente tale.
Il risultato in ambito strettamente culturale è, a mio avviso, una perdita di credibilità di Scaraffia nei confronti dei lettori attenti.



Per lo stile, dissento in ragione di un concetto fondamentale, che già ho espresso.


Vedo delle affinità stilistiche di Scaraffia con Roberto Gervaso e Giordano Bruno Guerri. Tutti e tre convinti che l’eccentricità sia sinonimo di eleganza e quindi consenta loro stravaganze che non hanno a che fare con l’eleganza ([4]), men che meno con quella innovativa ([5]). Essere notati platealmente non è conseguenza della propria capacità di eligere come vestirsi.
Il fatto del ben noto precedente di Giovanni Agnelli, detto “avvocato”, non giustifica nessuno.





Forse occorrerebbe meditare di più sull’etimologia di eleganza, etc.
Se volete, potete partire da uno scritto di Ugo Volli del 1998 ([6]) rispetto al quale mi trovo molto d’accordo, anche se la sua equazione “l’eleganza richiede ricchezza” non reputo sia corretta (penso a un non ricco Baudelaire).









                                                                                                                      Steg


















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[1] Tre suoi soprannomi per altrettanti giocatori del passato.
[2] Di quelli di interni mio nonno paterno diffidava massimamente. 
[3] Gli “devo” la voce su Roger Nimier nel volume Gli ultimi dandies. 
[4] Come i calzini rossi; per Gervaso una profusione di tinte campagnole; per Guerri le scarpe Converse All Stars come fosse ancora un ragazzo.
[5] Ché questo potrebbe essere in effetti il segno del dandy: fornire un apporto innovativo rispetto ad un canone preesistente.
[6] Intitolato “Moda Chic e shock”. Tratto dal supplemento D de La Repubblica: http://d.repubblica.it/dmemory/1998/10/13/attualita/dalmondo/057chi12157.html.

giovedì 5 aprile 2012

VORREI SCRIVERE DI KIRK BRANDON

VORREI SCRIVERE DI KIRK BRANDON
 
Mi piacerebbe molto scrivere – rivolgendomi a dei lettori e non solo a me stesso (già lo ho fatto) – di Kirk Brandon, leader dei Theatre Of Hate dopo quella prova generale che furono The Pack e poi degli Spear Of Destiny, e delle sue (senza eufemismi) band (ricordo anche di aver vista una sua formazione “intermedia” denominata Elephant Daze esibirsi al Limelight di Manhattan negli scorsi anni ottanta).
 
Ma come potrei?
Finché si chiosa sul non controverso è facile, ma avete presente cosa si trova sul retro di copertina del “meglio” dei SOD?
Del resto Longino, appunto, non rientra fra l’iconografia destinata alla provocazione della dopolavoristica musicale italiana (quel gusto “finto The Clash” che piace tanto da queste parti, dove i rischi veri non si assumono quasi mai).
Ci provo ([1]).
 
Esistono plurime ristampe del primo album dei TOH: la sua copertina iniziale è molto bella però risente del periodo (e forse del suo pluridecorato produttore artistico: Mick Jones) nei suoi echi sovietici.
Meglio quella di Westworld (senza The) quale ristampa con numero di catalogo BRR 010CD (esiste anche l’edizione in vinile con 7” allegato, volendo) dove si (intra)vede l’insegna “airborne” sul trenchcoat di Brandon ([2]).
 
C’è questo continuo corteggiamento, fine a se stesso oppure no?, fra Brandon e una certa mistica militare (vedi “Legion”) anche cavalleresca (cfr. “King of Kings”).
Mistica schierata solo con il guerriero e non con la idea, se prima della Scheggia si rinviene l’album dal vivo He Who Dares Wins.
 
Kirk Brandon è un curioso personaggio, con un sito internet che vende soprattutto CDR prevalentemente contenenti versioni acustiche di suoi successi incise nei Paesi Bassi, successi che ormai datano di qualche lustro orsono; DVD e album dal vivo ancora costruiti su quelle stesse canzoni (inni?); biglietti per i suoi annuali concerti-raduni dove ci si aspetta e si ottiene quello stesso repertorio.
 
Eppure, Brandon con gli anni è un personaggio di cui si deve apprezzare l’integrità artistica e umana, ad ogni costo ([3]).
Qualche problema di salute tutt’altro che leggero lo ha afflitto anche recentemente, nel 2011, ma una grande voglia, sempre, di andare avanti: veterano e non reduce ([4]).
 
Nella grande tavola sinottica della musica che nessuno vuole redigere – per pietà nei confronti di certi artisti oppure per vergogna dei propri gusti musicali? – si troverà sempre almeno l’album di esordio del Teatro Dell’Odio, registrato nel 1981 sebbene pubblicato l’anno successivo.
 
Ma mi renderei impersonale se non ricordassi almeno altre due canzoni che sono ben più di meri extra: “Rebel Without A Brain” summa giovanile totale.
Dal repertorio di The Pack, poi, ecco “Thalidomide”. Ben prima di quel fumetto con il giovane skinhead storpiato negli arti, appunto, dal talidomide (altro che “mother’s little helper”!).
 
Adesso alla domanda, usuale e inutile, potete avere risposta: sì, anche i Theatre Of Hate sono (veri) punk.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Questo post ha alcuni mesi, rifinendo quello intitolato “Out in clubland having fun” mi è tornato in mente.
[2] Cinque canzoni bonus, pagato 26.000 lire.
[3] Mi riferisco ad alcune sue battaglie legali.
[4] Questo è un altro post, forse.