"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



venerdì 6 luglio 2012

L’AVVENTURA È L’AVVENTURA? (Ovvero: è possibile fare dei bei film d’azione o apparentemente tali? Sì, in Francia)


L’AVVENTURA   È  L’AVVENTURA?
(Ovvero: è possibile fare dei bei film d’azione o apparentemente tali?
Sì, in Francia)



Jacques Brel attore brillante? Ma come, quel belga cantato anche da Scott Walker, David Bowie e Marc Almond?
Proprio lui, con Lino Ventura e Aldo Maccione nel film che, senza il punto interrogativo, intitola questo post ([1]).



Una volta esclusi i capolavori, quando fu l’ultimo vero?, quale è lo stato del cinema in Italia negli ultimi trenta e più anni? ([2])



In Francia un film all’apparenza “di plastica” apre la strada a una cinematografia (spesso) giovane, veloce, bella da vedere e rivedere, meno banale di quanto essa possa apparire, violenta ma anche talvolta esagerata in modo da disinnescare i momenti più cruenti.



Si comincia dunque nel 1980 con Diva, primo lungometraggio di Jean-Jacques Beineix ([3]), vero cult ([4]) tanto che lo vidi per la prima volta a Londra, in un cinema d’essai di Baker Street: tratto dal romanzo omonimo di un autore svizzero celantesi sotto lo pseudonimo di Delacorta ([5]) si svolge in una Parigi da cartone animato (nel senso buono del termine).



Tchao Pantin, tutt’altro che plastificato, ma tratto da un polar (o meglio noir) peculiare del 1983 (il romanzo è dell’anno precedente, scritto da Alain Page, noto, allora, appunto come scrittore di genere).
Il protagonista è un Colouche stratosferico, drammatico (lui che era “un comico”), ci sono riferimenti alla scena musicale punk della capitale (compare il locale Le Gibus).
La colonna musicale e sonora fu realizzata da CharlÉlie Couture ([6]) in stato di grazia.



La formula di Beineix fu ben compresa da Luc Besson, che dopo un lollypop movie come Subway del 1985 (ancora Parigi, questa volta sotterranea e letteralmente “metropolitana” ([7]) con due belli come Isabelle Adjani e Christophe Lambert) classificabile come un “presque cult”, realizzò nel 1994 un altro film da vedere e rivedere e del quale in effetti non credo occorra dire nulla tanto è famoso: Léon, con un Jean Reno a molti sconosciuto e una giovanissima Natalie Portman agli esordi in una New York City assolata e matrigna.



Dopodiché si fa più difficoltoso tenere il conto, dunque cito due dei “miei”: Dobermann, vero pulp al sangue realizzato (altro lungometraggio d’esordio) da Jan Kounen del 1997, con un Vincent Cassel devastante e Monica Bellucci muta, tratto dal primo di una serie di romanzi scritti in un Francese über-argotique da Joël Houssin ([8]) che è anche sceneggiatore del film. Precisazione: il Dobermann è un delinquente.



Ni pour ni contre (bien au contraire) altro noir dai toni sempre oscillanti fra commedia, dramma e messa in scena giocosa, diretto nel 2003 da Cédric Clapisch, con personaggi veri nelle apparenze (nessuna bella faccia fine a sé stessa insomma), con sogni di vita dispendiosa senza lavorare, un ultimo colpo super milionario …



Un triste verdetto: film così in Italia non mi pare ne siano mai stati realizzati ([9]).





                                                                                                                      Steg







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[1] Del 1972, diretto da Claude Lelouch, in originale L’aventure c’est l’aventure.
[2] È una licenza stilistica la mia nel citare un film francese ben più risalente.
[3] Nel 1986 questo regista si ripeté con il tragico 37°2 Le Matin, meglio noto (anche in Italia) come Betty Blue, in cui esordì Beatrice Dalle.
Incidentalmente, Betty Blue fu uno dei nomi adottati inizialmente dai Manic Street Preachers (si consideri il videoclip di “You Love Us”).
[4] La mia nozione di “culto” riferita ai film (ma vale anche per opere narrative – non vale per la musica in quanto le opere musicali difficilmente hanno quel grado di scindibilità), è per quelli di cui si ha voglia anche di rivedere singole scene, oltre all’opera cinematografica nella sua interezza.
D’altro canto, il cult “locale” è, per definizione, minore.
[5] Vero nome Danierl Robert Odier.
La serie di romanzi è di sei titoli in tutto: Nana, Diva, Luna, Lola, Vida, Alba. Tutti hanno come personaggi principali la minorenne Alba e il suo fidanzato/pigmalione/artista circa trentenne Gorodish.
[6] Il quale avrebbe forse potuto assurgere a stella post-gainsbourghiana come Alain Bashung se lo avesse voluto?
[7] Gli appassionati di fumetti cerchino Tenebrax, scritto da Lob (George Loeb) e disegnato da Georges Pichard.
[8] Gli ultimi cinque titoli furono inizialmente pubblicati con copertine di due grandi disegnatori di fumetti: Tanino Liberatore e Enki Bilal.
[9] E la serie televisiva, leggera ma ben confezionata, dell’Ispettore Coliandro (tratta dal personaggio creato da Carlo Lucarelli) è poco replicata e troppo cara da comprare nel formato DVD.

1 commento:

  1. 1) Ah, le Grand Jacques in versione brillante- clamoroso soprattutto ne ‘L’Emmerdeur’, sempre con Lino Ventura, 1973.

    2) Quando tutti noi amanti di ‘Diva’ ci troveremo a cena basterà un’utilitaria per riportarci tutti quanti a casa in un giro. Tra le altre cose l’ opera prima di Beineix è responsabile della creazione dell’atto-culto dell’ascolto rapito e perso nell’aere di arie operistiche immersi nella vasca da bagno (prima che i pust-punk-neo-goth si inventassero spottisti da Bel Canto –o meglio da Can Belto, nel loro caso). Per dirla tutta, il buon Jean-Jacques magari poteva optare per altre aria e opera (‘Wally’- Catalani, assoluto no-no, rimembranze orripilanti dell’orrenda Tebaldona in una lontana apertura alla Scala, credo fosse il 1953), e soprattutto metterci dentro un soprano meno asfittico e oscillante della sifilitica Wilhelmenia Wiggins Fernandez. Ma i gusti sono gusti, l’orecchio idem e soprattutto il budget è il budget. Perdona la digressione da loggione fuori sede et luogo.

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