"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



giovedì 15 settembre 2011

LA INUTILITÀ DEGLI ELENCHI

LA INUTILITÀ DEGLI ELENCHI

C’è una canzone dei Chrisma che amo molto: “Thank You” nella versione con testo: si tratta di un elenco che funge da guard rail intellettuale.

Molti sono i morti, già nel 1977 ([1]), in questo puro elenco che però assurge a lirica guida, perché la canzone apre l’album d’esordio Chinese Restaurant in versione strumentale e, appunto, lo chiude con una versione che ha un testo aggiunto che è sostanzialmente anaforico e in cui si distinguono artisti degni di essere ascoltati, ma senza alcun riferimento a qualcosa di specifico (per tutti, indico i Neu! poiché – contraddittoriamente – all’epoca o li si conosceva già oppure, pronunciati “nöi”, passavano inosservati all’ascoltatore distratto o giovane o …).
Quasi dei compiti delle vacanze, nella attesa della seconda prova di CHRIstina (Moser) e MAurizio (Arcieri).

Un guard rail ma non un corral.
Quindi se forse sono da evitare dei “fuori tema”, però non lo sono esplorazioni lungo una via infinita e senza meta ([2]).
L’album ([3]) ebbe pubblicità sul Melody Maker con lo slogan “c’me here punk”, ingenuo ma accattivante.

Ah, se volete capire un poco di più lo spirito che anima(va?) Maurizio e Christina (non solo groupie) vi rammento come la canzone che prediligo del solo ed omonimo album dei New Dada è la “Quindicesima frustata” (una dozzina di anni prima di “Whip in My Valise” di Adam and the Ants).



                                                                                                                      Steg



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[1] Dopo il 1977 si muore meno?
[2] Che poi è anche lo scopo del lato destro del blog, a meno che non si preferisca seguire il concetto di inutilità che porta a Le Désir d’ȇtre inutil (in italiano Il desiderio di essere inutile) di Hugo Pratt
[3] Pubblicato due volte in formato CD, ma non so quanto più reperibile della versione in vinile.

mercoledì 14 settembre 2011

LE “EDIZIONI ISBN”, MARCO PHILOPAT E I SEX PISTOLS (“Return to Sender” series)


LE “EDIZIONI ISBN”, MARCO PHILOPAT E I SEX PISTOLS
(“Return to Sender” series)


Inauguro qui una nuova serie, esemplificativa di come quando si scriva inviando correzioni, spesso non si abbia risposta dai destinatari (come se si fosse nella situazione esemplificata dalla canzone “Return to Sender” (di Winfield Scott e Otis Blackwell), successo di Elvis Presley del 1962, appunto).

E comincio con quanto io scrissi nel 2010 rispetto al prodotto editoriale pubblicato dalle Edizioni ISBN, curato da Marco Philopat (ho solo corretto una spaziatura e due virgolette mancanti).
Un ripasso a proposito dei Sex Pistols in sostanza.


QUOTE

Gentili Signori,
                                 vi scrivo con riferimento al Vostro titolo “The Filth and The Fury”: libro e DVD, attribuito a Julien Temple ed edito nel 2009.
Preciso che non sono esattamente un adolescente e che tutte le considerazioni da me svolte trovano ampio e univoco sostengo documentale: audio e/o audiovisivo e/o scritto.

Incomincio con il libro, poiché le osservazioni sono più numerose e significative.
Il cinematografo citato genericamente dal Signor Philopat era il “Rivoli” di Milano. Non si trattava di rassegna pomeridiana, bensì per lo meno anche serale con i vari film a rotazione nell’ordine di programmazione.
Sebbene lo scritto attenga a Julien Temple è a dir poco strano che il Signor Philopat non si ricordi di citare Punk Rock Movie di Don Letts: leggendario documentario (che vede partecipi anche i Sex Pistols), in Italia atteso per lo meno quanto The Great Rock ‘n’ Roll Swindle (rammento che i videoregistratori una qualche diffusione fra il pubblico in Italia cominciarono ad averla verso nel 1982), ed unanimemente riconosciuto ancora oggi come il miglior documentario sul tema.
Lo stupido squarcio nello schermo me lo ricordo anche io, dopo alcune proiezioni (chissà cosa si aspettavano i tardivi e ingenui e poco informati punk italiani di allora).

Peggio è, però, inquadrare “God Save The Queen” (inizialmente intitolata “No Future”) come del 1977 e per di più accreditarla al solo John Lydon (Rotten): essa è nel repertorio della band sin dagli ultimi mesi del 1976 (dunque per tutto lo Anarchy In The UK tour) e gli autori sono more solito “Cook/Jones/Matlock/Rotten” (si consulti qualsiasi fonogramma che ne contenga una sua registrazione).

Inconcludente appare, poi, l’apparato di discografia: date improbabili, riferimenti ai produttori di fonogrammi (le dette volgarmente etichette) approssimativi, almeno un fonogramma importante non citato. Per praticità indico i titoli con le virgolette.
“Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols” non è pubblicato da Warner Bros. (licenziataria statunitense), ma da Virgin.
Nessuno dei singoli elencati ha indicato il produttore di fonogrammi (che sarebbe stato gradito almeno per i primi quattro, considerati gli unici fondamentali poiché riferiti all’esistenza del gruppo con John Lydon/Rotten come cantante). Comunque, “My Way” è il lato b di “No One Is Innocent” (nel formato 12 pollici intitolato “The Biggest Blow”) e non viceversa.
“Never Mind The Bollocks/Spunk” pubblicato nel 1996 (basta consultare il CD) è indicato come del 1977 (il che fra l’altro avrebbe significato una sua edizione certo non in CD per ovvii impedimenti tecnologici) e senza specificazione alcuna della sua consistenza: “Spunk-This Is Crap”, il secondo CD (invece sembra che “This Is Crap” sia il titolo alternativo per entrambi i CD), contiene registrazioni demo del 1977 e poi le “Chris Spedding Sessions” del 1976 (già uscite in forma di bootleg, originariamente vinile sette pollici con copertina)..
“The Great Rock ‘n’ Roll Swindle” fu pubblicato nel 1979 (non nel 1980), e da Virgin (non da Warner Bros.). Inizialmente circolavano due versioni di questo album doppio (sempre riferimento al vinile).
Nessuna indicazione del contenuto di “Kiss This”, soprattutto nella versione digitale (sucì anche come doppio LP in vinile) con un CD aggiuntivo dal vivo; comunque pubblicato da Virgin (e non anche da EMI che poi acquisì il catalogo della prima, almeno inizialmente).
“Filthy Lucre Live” è pubblicato da Virgin (e non da Caroline).
Sarebbe stato utile spiegare che “Jubilee” è una sorta di condensato del cofanetto (triplo) dello stesso anno e privo di un titolo effettivo.
Incomprensibilmente non citato è “Spunk”: pubblicato in diverse configurazioni come “No Future UK” (questo perché il bootleg uscì in vinile con questo titolo in copertina e tre registrazioni in più: due “take” differenti di canzoni già presenti in “Spunk” e una versione di “No Fun”; mentre come “Spunk” almeno inizialmente la copertina era bianca e senza titolo oppure con il titolo realizzato a vernice con stencil) è stato oggetto di pubblicazione ufficiale nel 2006 (Castle/Sanctuary) con le tre canzoni che lo facevano divenire “No Future UK”. “Spunk” di cui scrivo quindi non è identico allo “Spunk” commentato in precedenza
Poteva non essere sgradito citare anche “The Mini Album”, sebbene superato da successive uscite compilatorie.

Non comprendo la funzione dell’elenco, parziale, dei DVD che fra l’altro sconta il fatto che la pubblicazione in questo formato non rispetta le originarie date di pubblicazione (nemmeno in formato home video) per tutto quanto precede la tecnologia digital versatile disc.
Ancora una volta il riferimento sembra alle pubblicazioni statunitensi, non compare il fondamentale pre citato Punk Rock Movie e, davvero, eccetera.

Una bibliografia essenziale sarebbe stata gradita, a partire da “England’s Dreaming” di Jon (senza”h”) Savage, aggiungendoci almeno il “Sex Pistols File” di Ray Stevenson e il libro di Fred e Judy Vermorel “Sex Pistols”.

Rispetto al DVD, le approssimazioni nei sottotitoli raggiungono notevoli bassi quando “A&M Records” diviene “A&R Records”; il fatto che il traduttore non sappia che A&R significa “Artists and Repertoire” ovvero il dipartimento che si occupa entro una impresa di produzione fonografica della ricerca di artisti e successivamente alla loro scrittura (“messa sotto contratto”) di assisterli non è una scusante. Del resto, nel film “A&M Records” compare più volte: bastava dunque rivedere il film per accorgersene.

“God Save The Queen” diviene almeno una volta “Gos Save The Queen”: l’adiacenza su una tastiera delle lettere “d” ed “s” non giustifica l’errore.


Cordiali saluti.

UNQUOTE

Dunque: l’essenza di questo blog “where were you?” e approssimazione da correggere.
Perché anche per “frustare un cavallo morto” (Flogging a Dead Horse, anyone?) occorre saper montare a cavallo.



                                                                                                                      Steg



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martedì 13 settembre 2011

“IO NON SBAGLIO MAI” (barman e cocktail)

Conto per quattro Bellini e due sandwich, circa metà anni '80 
(collezione privata)

“IO NON SBAGLIO MAI”
(barman e cocktail)

La frase è di Claudio Ponzio – Claudio quando è dietro il banco – storico e leggendario ma ancora attivissimo (per fortuna!) barman del Harry’s Bar di Venezia.

La battuta è stata provocata dall’improvvida richiesta di un Negroni Sbagliato (cocktail nato al Bar Basso di Milano ormai decenni fa). Richiesta non esaudita.

Storie di veri “bar”, comunque di veri cocktail (e loro varianti) e di grandissimi barman.
Perché i cocktail sono una cosa seria e come tali vanno trattati.

Chi non è astemio non va considerato come una botte da riempire e un portafogli da svuotare, bensì va consigliato e indotto a riflettere quando esagera nei “giri” di drink.

Al solito, prima si imparano le regole, poi si può fare qualche eccezione; ma nemmeno i cocktail, quelli autentici, sono infiniti.
In conclusione, le discussioni più divertenti sono quelle sul Martini perfetto, che ovviamente non esiste.


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lunedì 12 settembre 2011

A PROPOSITO DI “EXPANDED EDITION” DI ALBUM PIÙ O MENO FONDAMENTALI

A PROPOSITO DI “EXPANDED EDITION”
DI ALBUM PIÙ O MENO FONDAMENTALI

Completismo o insicurezza? Queste sono le due tendenze motivazionali che si possono facilmente riferire agli appassionati di musica come loro ragioni prevalenti degli acquisti di nuove edizioni, più o meno ampliate, di album ([1]) che sono reputati degni di una sorta di edizione critica.

Due assidui lettori di questo blog (nomi omessi more solito per proteggere gli innocenti) sono contrari alle operazioni di ripubblicazione del genere.
Io tendo al completismo, però non nascondo disappunto e delusione per talune iniziative dove di interessante c’è poco e si tende ad equiparare quanto è registrato in studio con quanto registrato dal vivo (come se fossimo sempre in presenza dei Grateful Dead nella formazione storica), cui volendo può anche aggiungersi il fatto che la edizione originale per anni divenga irreperibile ([2]).

Poi c’è la autentica ignobile farsa delle rimasterizzazioni; quella dell’autunno 2011 per The Smiths è la prova suprema, perché essa è proposta in cofanetto indivisibile che include anche le antologie (salvo poi fra qualche mese procedere a vendita separata dei vari album?) senza che esso abbia un plus che possa invogliare all’acquisto ([3]).
La gestione del catalogo di questi ultimi artisti e di quello di Morrissey solista ha davvero dell’incredibile (o peggio), di ciò evidentemente ne sono responsabili anche i diretti interessati, in un modo o nell’altro.

Però gli esempi si sprecano e il ridicolo di alcune iniziative lo si comprende nella necessità per chi crea e commercializza questi puri “prodotti” di enfatizzare il concetto di deluxe edition: cercate la “über” di Achtung Baby se volete un esempio calzante.

A peggiorare il tutto, certi impacchettamenti abbinati di CD e vinile (perché non necessariamente si desiderano entrambi, e in certi casi già si possiede il vinile originale oltre magari alla precedente versione in CD) e l’immancabile download più o meno esclusivo e/o gratuito di qualche registrazione.

In sintesi prezzi anche esorbitanti, materiale in eccesso, talvolta aggiunte ridondanti e – dato più importante – disinteresse (di venditori e compratori, nessuno è innocente) per come effettivamente si ascolterà ciò che si è comprato.
Perché le compressioni effettuate dai software spesso sono radicali, l’ascolto in cuffia si svolge in ambienti ostili, eccetera.

Prima di ogni acquisto pensateci quattro volte, anche se non vi state orientando per l’edizione con tavola da surf vera di Smile dei Beach Boys.

Del resto, come mi disse una volta un bravo A&R italiano: le belle canzoni suonano bene su un nastro magnetico normale inserito in una mediocre autoradio.


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[1] Evidentemente sto scrivendo di musica e di fonogrammi.
[2] Piuttosto noto il caso di Raw Power di Iggy and the Stooges, che rimase per oltre due lustri indisponibile nella versione, originale, mixata da David Bowie a causa della commercializzazione della versione mixata da Iggy Pop. Risultato: provate oggi a vedere quante versioni potete trovare di questo fondamentale disco.
[3] Il contrario di Direction, Creation, Reaction di The Jam.
Ma restando in “casa Warner” con i Joy Division fu tentato qualche cosa di meglio per lo meno aggiungendo delle registrazioni dal vivo che potevano anche interessare.

lunedì 5 settembre 2011

NORTHERN SOUL: UNA POSA PER MOLTI?

NORTHERN SOUL: UNA POSA PER MOLTI?

Reputo il concerto dei Dexy’s Midnight Runners visto e sentito nell’agosto del 1980 al Hurrah’s a Manhattan uno dei 10 più importanti della mia vita.
Pagherei non poco per un patch d’epoca del Wigan Casino.

Ciò non toglie che il Northern Soul rischi di essere un cliché.
Il motivo è di una banalità assoluta: un floor filler indiscutibile e senza tempo non è necessariamente un capolavoro.

Perciò occorre diffidare di certe playlist di matrice pseudo-northern oppure para-mod.
L’intento è evidente: elitismo ad ogni prezzo.

Ricordo che sulla scia del successo dei Soft Cell uscì  un 12” in vinile trasparente con la versione originale di “Tainted Love”cantata da Gloria Jones (fidanzata di Marc Bolan) accompagnata da una decina di altri “classici”: dopo un ascolto tornai a Marc Almond e Dave Ball.

Ovvero: anche nella musica non va confuso lo stile con l’eccentricità.


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sabato 3 settembre 2011

RAMONES: NEW YORK FASTEST




RAMONES: NEW YORK FASTEST ([1])



Probabilmente fino ad ora traspare uno sbilanciamento verso il Regno Unito, per ciò che concerne gli argomenti musicali trattati.
Non è un dato oggettivo, ma un elemento accidentale, a tacer del fatto che la geografia ha una rilevanza solo parziale o forse, meglio, a contrario (ecco perché non è da trascurare il versante tedesco, come già ho scritto).




Sin dall’asse Iggy Pop/David Bowie ([2]) si conferma come il titolo di un libro fondamentale, From the Velvets to the Voidoids ([3]), fissi l’ideale punto di partenza di una innovazione musicale non solo basata su aspetti tecnici nelle persone dei Velvet Underground (in cui non vedo come sia prescindibile Nico, sol che si consideri non solo ciò che cantò, ma anche certa sua produzione da solista con John Cale quale “collaboratore” imprescindibile).



Purtroppo, almeno nel 1977 e 1978 soprattutto in Italia (ancora!) è esistita una chiara e documentata tendenza a sminuire gli artisti più legati agli stilemi del rock e del pop, per favorire invece figure più rassicuranti perché più “artistici” come Talking Heads, Television e Patti Smith ([4]).
Ecco allora le leggende sulle incapacità musicali di Richard Hell, dei Dead Boys e, liquidandoli come bubble-gum (rammento certi riferimenti davvero imbecilli ai Monkees), dei Ramones. Sulle New York Dolls si era già sputato qualche tempo prima e bastava per affossare The Heartbreakers di Johnny Thunders.



“We’re really just one link in the chain. We did something new, but we were just trying to keep something alive, and we did. It goes on” dichiarò Joey Ramone ([5]).
Ed infatti occorre leggere tutti gli anelli della “catena” per capire cosa stesse succedendo a New York.



Ciò non toglie che – giova rammentarlo – i Ramones abbiano avuto un significato particolare per quel che riguarda la scena britannica; dal loro album di esordio (significativamente citato in una “top ten e più” da Siouxsie Sioux a fianco di più prevedibili artisti da lei preferiti come Marc Bolan) al leggendario concerto londinese del 4 luglio 1976 alla Roundhouse (cui non assistettero i Sex Pistols ([6])).


In una sorta di testa-coda, gli USA tornavano importanti, davano anche una chiave di stile (quella della copertina dell’eponimo Ramones), addirittura aprivano le porte londinesi a Johnny Thunders dopo che egli con le Bambole aveva influenzato attraverso una sola apparizione televisiva ([7]) più di un futuro artista-chiave britannico.

Dunque non solo velocità di esecuzione e brevità delle loro canzoni per i quattro di Forest Hills, peraltro nei concerti più felici un vero muro di suono che rendeva difficile credere che non fossero il doppio per rovesciare quel volume di note sul pubblico.


La ragione per queste righe? Un bel museo sui Ramones a Berlino.


                                                                                                                   

                                                                                               Steg







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[1] A NYC i poliziotti sono soprannominati “NY finest”, i pompieri “NY bravest”, ergo…
[2] Si consideri la biografia Iggy Pop: Open Up and Bleed di Paul Trynka rispetto all’impatto di The Stooges e soprattutto del loro frontman rispetto all’artista forse più significativo di tutti gli anni ’70.
[3] Di Clinton Heylin.
[4] Eppure Richard Hell svolse un ruolo di trait d’union importante proprio fra queste due apparentemente contrapposte fazioni.
Più divertenti sono le distinzioni fra “artisti CBGB’s” e “artisti Max’s Kansas City”; per una storia più pettegola si rinvia a Please Kill Me: The Oral Uncensored History of Punk di Legs McNeil e Gillian McCain.
[5] Joey Ramone intervistato da per Mojo da Ben Edmonds nel 1996; corsivo in originale.
[6] Diverse fonti, più affidabili fra l’altro di Joe Strummer (R.I.P.), evidenziano come fu il concerto della sera successiva al Dingwall’s (sempre nella capitale britannica) quello dell’incontro: il giorno prima i Sex Pistols erano fuori Londra per un proprio concerto.
[7] All’Old Grey Whistle Test.
Da profano della tecnica musicale, affido all’album Hurt Me (purtroppo non di facile reperibilità) la testimonianza delle straordinarie doti di chitarrista di John Anthony Genzale al di fuori della mera dimensione prettamente elettrica.

venerdì 2 settembre 2011

“SONG OF THE STREETS” (apres Sham 69)

“SONG OF THE STREETS”
(apres Sham 69) ([1])

Ricordo DMs “14-hole” (buchi e non buche di golf), oxblood necessariamente, scalarmi per arrivare sulle assi del palco del London Lyceum: ero in prima fila ([2]) e gli Angelic Upstarts aprivano per Adam and the Ants ([3]).
Queste sono righe a proposito di street credibility.

Chi arrivò prima? I Cock Sparrer o gli Sham 69 ([4])? E quanti possono vantare uno pseudonimo come Infa Riot?
One chord wonders? Two chords wonders?
Bovver boot arditi, falangi aggro, satellite ([5]) militia?

Tutto l’Italian hard-core punk impallidisce sino a farsi polvere di fronte a questi kid di cui Gary Bushell divenne sorta di bardo.
In Italia ovviamente si disquisiva: era stato troppo faticoso partorire l’accettazione di The ([6]) Clash per poter affrontare con profitto ponderose sfide quali la determinazione della correttezza politica o meno della band di Mensi o della contaminazione da parte di skin di destra ([7]) di Jimmy Pursey e sodali.
Risultato: perenne ritardo e giovani invecchiati.

Perché c’è fra gli altri questo preciso dato di fatto: se ascolti una canzone da giovane essa suonerà sempre fedele e sempre a volume non accettabile per gli adulti; finita la gioventù tutto sarà eccessivo, non comprensibile e, toh!, giovanilistico.

La morale non c’è, e nemmeno una playlist perché o la si ha già oppure essa sarà roba per ragazzi e rozza, dunque inutile.

“We are the the people you don’t wanna know/Who come from places you don’t wanna go/[…]/Kids like me and you” (Sham 69: “Angels With Dirty Faces”).


                                                                                                                      Steg



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[1] Anche per Tony Fisher, che allo Sham 69 Last Stand c’era (io no).
[2] Per tenere la front row non bisogna mai pensare alla cubatura umana alle proprie spalle.
[3] 5 agosto 1979: un ossimoro e un testacoda raro come concerto.
[4] Domanda eristica date le carriere assolutamente diverse dei due gruppi, ma rivolta allo scopo di riflettere.
[5] Ricordate il b-side di “Holidays In The Sun”?
[6] The Clash, ma non The Sex Pistols, come ricorda un aneddoto che proviene non certo da uno sprovveduto (Ray Stevenson) eppure McLaren lo corresse.
[7] Pleonastico quasi precisarlo, ma sull’argomento ho speso altrove qualche riga: si veda Where were you in 1977 (and in 1979 too)?.
Aggiungo in questa sede che reputo difficile spostare dalle naturali preferenze politiche certi gruppi, quindi quella degli arditi di sinistra dopo la fine della prima guerra mondiale mi suona un po’ come gli skinhead anche loro analogamente schierati politicamente. Più probabile è che ci sia uno sviluppo che porta i più verso la destra estrema, e chi invece è più vicino alle origini per automatismo è classificato a sinistra in molti movimenti.

A MARGINE DI “VI PRESENTO IL MIO NEMICO” (da Il Foglio)

A MARGINE DI “VI PRESENTO IL MIO NEMICO” (da Il Foglio)

Questa estate Il Foglio ha una rubrica intitolata “Vi presento il mio nemico”: una pagina monotematica dedicata appunto al nemico dell’autore dell’articolo. Iniziativa interessante perché l’Italia è una nazione fondata, anche, sul principio del “meglio non parlare male di alcuno perché potrebbe sempre servire”: sarà la matrice cattolica la principale causa di questo atteggiamento?
Del resto, per chi ha delle conoscenze di diritto, se non fosse come ho appena scritto perché mai nessuno utilizza seriamente la pubblicità comparativa, che pure è ammessa nell’ordinamento giuridico nazionale?

Al di là delle citazioni dotte (talune rinvenibili proprio nel manuale che il quotidiano fornisce per scrivere a proposito del proprio nemico ([1])) ce n’è una divertente da I Pinguini di Madagascar: “l’amico è un nemico che ancora non ha attaccato” (come sempre, “cute and cuddly” unicamente per convenienza, appunto).
È anche vero che i rivali di gioventù, proprio perché erano gomito a gomito con noi, magari non saranno mai amici, però siamo membri dello stesso club.

Poiché il mio maggior nemico è l’approssimazione, e quindi colui o colei che di volta in volta la impersonifica, questa è la ragione per la quale non è né sarà infrequente trovare in questo blog critiche da parte mia con nomi e cognomi: senza accanimento, il fatto è che l’approssimazione uccide.
Ad esempio la lingua italiana: dalla dipartita pressoché certa del congiuntivo, ai superlativi assoluti anabolizzati, all’Inglese ad ogni costo (ho i conati sola pensarci) ([2]).

Ecco, nemici ed amici o meglio alfieri del nemico e dell’amico credo siano ora facilmente distinguibili.


                                                                                                                      Steg



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[1] Nel numero del 31 agosto 2011, il nemico è Mario Luzzatto Fegiz, e dato il contenuto prevalente di questo blog, evidentemente il vaso di Pandora è ufficialmente aperto.
[2] Siccome non ho undici anni, evidentemente conosco il mio stile di scrittura.
L’uso di sinonimi o di termini stranieri solitamente ha funzione di gusto (o ambientazione) e qualche volta di sinonimo; le note a piè pagina dovrebbero servire a quello cui sempre servono; so di usare spesso parentesi (come incisi in un discorso parlato); un “:” cui segue altro “:” è anche un omaggio stilistico a Umberto Simonetta; i periodi brevi e spesso andando a capo sono tipici miei, ma ho scoperto servono anche per mantenere l’attenzione del lettore (o per lo meno sono preferibili a periodi eccessivamente lunghi).

giovedì 1 settembre 2011

MEMORIE IN BIANCO E NERO (the right side of my blog series)

MEMORIE IN BIANCO E NERO
(the right side of my blog series)

Ho indicato due volte Les Enfants terribles (fra libri e film), formalmente anche If.... (in grafica con la “i” minuscola) richiederebbe duplice citazione.
Le due pellicole sono legate dal bianco e nero più o meno naturale e dal fatto di parlare di giovani (quelli veri).

Scoprii Les Enfants terribles attraverso il film in b/n di Jean-Pierre Melville trasmesso in tv: impatto massimo su un diciannovenne.
Di difficile reperibilità il libro in traduzione italiana; persiste 30 anni e oltre dopo, ma internet oggi aiuta.

Un paio di anni dopo sempre il piccolo televisore portatile snocciola If.... di Lindsay Anderson su un canale tv privato con il plus di una sua replica reiterata.
Quasi un marchio a fuoco sulla pelle.

Entrambe le opere sono veloci (il formato della trasposizione filmica giova a Jean Cocteau in quanto non si perde niente del testo letterario fra il racconto lungo e il romanzo breve).

Melville gira in b/n perché è naturale per l’epoca, Anderson gira qualcosa in b/n anche per contingenze.

Come tutte le passioni, gli approfondimenti possono divenire strumenti eccezionali.
Cocteau è un gigante e qualsiasi citazione sarebbe riduttiva.
Il British cinema degli anni sessanta conduce quasi ovunque (ad Antonioni con Blow Up oppure a Get Carter, peraltro del 1971, tanto per dire) e si capisce anche perché Stanley Kubrick scelse McDowell per A Clockwork Orange (altro caso di doppia citazione formalmente richiesta date le differenze fra film e libro).

Infine un dato pratico buffo: trenta anni fa non esistevano neanche i videoregistratori per la massa e quindi si può discutere sulla democrazia della fruizione dei film di allora, ma si può anche a contrario e con buone ragioni sostenere che fosse più facile vedere opere che meritavano, considerato che entrambi i film solo da pochi anni sono facilmente reperibili in formato DVD.


                                                                                                                      Steg



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