"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



domenica 10 maggio 2015

MORRISSEY “THE WILDE ONE”? NON CREDO


MORRISSEY “THE WILDE ONE”? NON CREDO

 

In una vignetta di oltre 35 anni fa pubblicata sul New Musical Express, Ray Lowry ([1]) disegna la scena in un locale in cui fa l’ingresso un personaggio stilizzato dei suoi usuali e dichiara: “I am Oscar Wilde and these are the Wilde Ones”.
 
Il giorno 8 maggio 2015, a Milano, ho seguito un convegno intitolato “Il ritratto di Oscar Wilde”.
La maggioranza delle relazioni è stata interessante, ma quella del relatore che presiedeva il consesso mi ha deluso, a parte il fatto che mi è parso di leggere negli altri relatori, tranne uno, un discreto smarrimento per il tema trattato (mia impressione?).
 
La relazione è quella del professor Alex Roger Falzon (Università di Siena), intitolata suggestivamente “*Wilde!*Pop!*& Morrissey!*”, ma in realtà dedicata per la quasi totalità a tratteggiare Morrissey come, quasi, l’erede di Oscar Wilde.
Ebbene dissento e vi spiego perché ([2]).
Precisazione preliminare: nulla quaestio sui riferimenti specifici a Mozzer, ma assolutamente  decontestualizzati rispetto a tutto il resto e portati a conclusioni che reputo eccessive.
 
1) A fronte di alcune citazioni di Ian Chambers (da Urban Rhythms – volume che forse, siccome edito in Italia, risulta molto evocato soprattutto da coloro che scrivono “di punk”) da parte del relatore, nemmeno una citazione di Dick Hebdige, cui si deve – per lo meno – un’attenzione per le sottoculture anteriore a quella di Chambers, come ben noto per lo meno agli studiosi e appassionati della materia delle sottoculture giovanili.
 
2) Mi ha poi stupito il fatto che né il professor Falzon, e nemmeno il professor Fabio Cleto (Università di Bergamo, autore di una interessante relazione e esperto del fenomeno “camp” ma anche della scena musicale britannica dagli anni settanta in poi), abbia citato il videoclip (del 1979, regia di David Mallet) della canzone “Look Back In Anger” di David Bowie, considerato che: da un lato, l’opera musicale richiama gli “angry young men” di John Osborne (citato nella relazione qui in commento), dall’altro, il video, appunto, è in parte basato proprio su The Picture Of Dorian Gray.
 
3) Michael Bracewell, come si presume noto al relatore che lo ha evocato, è il marito di Linda Mulvey, in arte Linder Sterling (Ludus e non solo), ovvero la miglior amica di Stephen Patrick Morrissey. Ben conosco England Is Mine citato.
Dunque le considerazioni di Bracewell (di cui ho letto molto, inclusa la sua “non-biografia” sui Roxy Music) sono spesso “biased” pro-Morrissey.
 
4) Quanto al cd. genere “kitchen sink drama”, ancora citato dal relatore, un ottimo contendente (e certamente caleidoscopico artista nella sua carriera) è Marc Almond, fra l’altro molto più londinese (seppur non nato nella capitale del Regno Unito) di Morrissey.
Nemmeno una parola su di lui nell’intervento qui commentato.
 
5) Di origini irlandesi è anche John Lydon. Lydon, che come Johnny Rotten nella primavera/estate 1977 fu aggredito a motivo di “God Save The Queen” da lui cantata come front-man dei Sex Pistols.
Prima autobiografia di John Lydon: titolo No Irish, No Blacks, No Dogs.
Conseguentemente, Morrissey non può essere in alcun modo considerato un unicum per l’album di The Smiths The Queen Is Dead oppure per “Margaret On The Guillottine” (dal suo album solista Viva Hate).
 
6) Si consideri, poi, il “poor dressing style” di Morrissey.
Occhiali NHS e gladioli nella tasca posteriore dei blue-jeans risalgono a lustri fa, quanto a note in argomento.
E la camicia dorata (epoca del Your Arsenal Tour e già nella data, sempre del 1992, al Finsbury Park di Londra) dirà qualcuno? Beh quella la indossava già – con cerniera lampo centrale (o era un windbreaker sul petto nudo, poco importa) – Mick Ronson nel video (tratto dall’Old Grey Whistle Test, della BBC, del 1972) di “Oh! You Pretty Things” di, ancora, David Bowie.
Anche a ritenere Oscar Wilde un recuperatore di stili d’abbigliamento anteriori, dunque un dandy di ritorno?, non c’è possibilità di sostenere che Morrissey possa essere epigono del primo in questo ambito.
 
In conclusione, ritengo che Morrissey sia un ottimo sostenitore di Oscar Wilde (ma anche delle New York Dolls, di James Dean – posseggo i due pamphlet morrisseyani loro rispettivamente dedicati –, etc.).
Egli, però, non è certo quell’unicum wildeiano che il professor Falzon vorrebbe tratteggiare.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Qualcuno forse lo conosce per, o anche per, i suoi lavori per The Clash.
http://en.wikipedia.org/wiki/Ray_Lowry
[2] I punti che seguono sono, essenzialmente, stati inviati anche al professor Falzon. Posto che è stato cancellato lo spazio di discussione sugli interventi.

lunedì 4 maggio 2015

IDOLATRIA (meglio un crepuscolo tempestivo)


IDOLATRIA
(meglio un crepuscolo tempestivo)

 

Scrivo queste righe – che sicuramente richiederebbero studio – quasi d’istinto, ma non di mero impulso.
 
Mi sovvengono due gruppi di riferimenti: “uccidi i tuoi idoli” ([1]) e Il crepuscolo degli dei/Il crepuscolo degli idoli ([2]). L’uno forse un poco profano e l’altro sicuramente colto e anche fonte di un terzo richiamo: La caduta degli dei ([3]).
 
Ultimamente vedo la corda (o se preferite la trama ruvida del tappeto che prima mi appariva in tutto il suo splendore) anche in coloro che mi parevano incrollabili.
Non servono nomi.
 
Certo la durata della vita non aiuta.
Certo la comunicazione continua, senza “possibilità” di riflettere ex ante, è un altro ostacolo: che sciocchezze si leggono, e quelle delle persone che si stimano danno più fastidio.
Ma insomma, l’integrità non dovrebbe essere merce deperibile.
 
Per quanto mi riguarda, superate le iniziali perplessità e sorpresa mi chiedo solamente se, alternativamente, avevo come al solito chiesto troppo a certe persone, oppure se (al contrario) avessi eccezionalmente dato indulgenza. Conoscendomi, ormai, credo che la prima ipotesi sia quella più vicina alla realtà, ma forse ho anche patito un’ottimistica miopia.
 
Concludo con un’altra doppia citazione: “gli dei se ne vanno”. Doppia in quanto esiste la versione Gli dei se ne vanno, d’Annunzio resta (in originale Les Dieux s’en vont, d’Annunzio reste) e quella, di 70 anni dopo, 1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano! ([4]).
A questo punto, una cosa è evidente: mi trovo in discreta compagnia, pur se non di ottimo umore.
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 


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[1] Anzi “Kill your idols”: come scritto su una maglietta indossata (e resa celebre) da W. Axl Rose e verosimilmente ispirata dal pensiero nietzscheiano.
[2] Rispettivamente: Götterdämmerung, opera wagneriana.
Mentre il secondo, in orginale Götzen-Dämmerung, è il titolo di un’opera di Friedrich Nietzsche.
“Originalmente intitolato Ozio di uno psicologo, fu poi rinominato Crepuscolo degl'idoli; come si filosofa col martello. Quest'ultimo titolo, in tedesco, è un gioco di parole sul titolo di un'opera di Richard Wagner, Il crepuscolo degli dei (Götterdämmerung).” (Wikipedia): appunto.
[3] Film diretto da Luchino Visconti che, per buona complicazione, è sottotitolato (fra parentesi) Gotterdammerung (senza umlaut).
[4] Rispettivamente il titolo di una raccolta di scritti (in parte ironica rispetto al Vate) di Filippo Tommaso Marinetti appena prima del Futurismo e il titolo di un album del gruppo musicale Area.

domenica 3 maggio 2015

PERLE MEDIATICHE 34 – CORRIERE DELLA SERA CONTRO EXPO 2015?


PERLE MEDIATICHE 34 – CORRIERE DELLA SERA CONTRO EXPO 2015?

 

Che la lingua inglese sia una delle più semplici del mondo da imparare, non significa che conoscerla renda tutti traduttori professionisti.
Ovviamente, il problema sorge quando gli errori sono del professionista della traduzione, appunto.

 

Sfoglio il supplemento, intitolato “Orizzonti Expo” (Expo torna con la sola iniziale maiuscola, in fonda è l'abbreviazione di esposizione, non un acronimo) e sottotitolato “Milano si apre al mondo”, bilingue, omaggio di venerdì 1° maggio 2015 del Corriere della Sera.

 

Già lì ho qualche perplessità sulla traduzione di aprirsi con “to open up” nella sottotitolazione in versione anglosassone (“Milan opens up to the world”), ma penso alla mia deformazione musicale, per cui associo quel verbo a “Open Up And Bleed”, una canzone di (Iggy and) The Stooges ([1]) in cui chi si apre si taglia parti del corpo.

 

Ma dove non posso transigere (confesso poi mi sono fermato) è sul fatto di aver tradotto “Di fronte al bivio di Eracle nell’Albero della vita” (pagina 5) con “The choice of Hercules in front of the Tree of Life” (pagina 6). cosi diluendo la valenza più drammatica e definitiva di “crossroad” (per bivio) con una banale scelta (“choice”), e ulteriormente sminuendo il concetto come se si trattasse di una casa che “guarda all’altra” in una via (“in front of”) anziché davanti, appunto, a qualcosa di importante (ed infatti: “before the judge”, “before the law”, etc.; non “in front of …”).

 

Chiudo ricordando a me stesso – prima che ai traduttori del supplemento, tale/i Eurologos di Milano – che, volendo tradurre “Corriere della Sera contro Expo 2015” è meglio rendere “contro” con “versus” (sebbene sia un latinismo) piuttosto che con “against”.
In fondo l’impressione che ho avuto è stata quella di un incontro di pugilato piuttosto che di una battaglia fra loro (in cui peraltro la illustre testata milanese è rimasta vittima del proprio alleato traduttore, che la ha così opposta all’esposizione che invece il quotidiano vuole sostenere).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Di quell’epoca ancora piuttosto confusa, per cui non si sa bene di chi sia l’effettiva titolarità dei diritti sulla sua (sue?) registrazione di studio. Provate con il cofanetto Heavy Liquid, e comunque con le “prove” (“rehearsals”) del 1973 a Detroit:
 

giovedì 30 aprile 2015

LE TRADUZIONI SONO SEMPRE DEMOCRATICHE?


LE TRADUZIONI SONO SEMPRE DEMOCRATICHE?

 

L’argomento lo ho già affrontato, ma sotto un profilo parzialmente diverso ([1]).
Oggi lo riprendo con altri nomi e cognomi, quanto agli autori – e con loro i lettori – beneficiati o sfavoriti dalle traduzioni.
 
Mi picco di saper leggere qualsiasi testo in lingua inglese moderna; credo di poter leggere abbastanza in Francese e anche in Spagnolo.
Qualche volta, però, capita che un volume sia disponibile a prezzo migliore in edizione italiana: faccio l’esempio di Surf city (titolo orginale Tapping The Source) di Kem Nunn, volume comunque di difficile reperimento: buona traduzione.
 
Mi sono accorto della bravura di alcuni traduttori dei romanzi di Hugues Pagan ([2]) quando ho trovato delle note a piè pagina che segnalavano riferimenti non evidenti nell’edizione originale ([3]), a parte “il puntino prima del numero” nella descrizione del calibro delle armi da fuoco che apprezzo sempre.
 
Apprezzo le dichiarazioni d’intenti e le note a fine volume dei due traduttori di Acqueforti di Buenos Aires (ovvero Aguafuertes porteñas) di Roberto Arlt.
 
I problemi sorgono quando si scopre che il traduttore strafà (per assurdo è proprio quando il traduttore pensa di diventare autore senza considerare il valore dell’opera originale), oppure non conosce l’argomento; può capitare anche contemporaneamente. Ciò a detrimento dei bravi traduttori.
 
Arrivo così a Arturo Pérez-Reverte ([4]), autore che pretende le accentazioni secondo la vecchia grafia castigliana nella propria lingua, e per il quale (o meglio anche per il quale, anche oltre ai suoi lettori migliori) le parole usate contano e una cattiva traduzione è come un paio di scarpe impolverate calzate esibendo un abito di buona fattura.
Ecco così che le due (non c’è riferimento di chi ha tradotto cosa) traduttrici della raccolta di scritti intitolata Le barche si perdono a terra (letterale traduzione dell’originale Los barcos se pierden en tierra) mi buttano lì, in poche pagine: un’espressione di tipica matrice romanesco-laziale; anziché prodursi in una nota a piè pagina esplicativa al riguardo trasformano due corpi dotati di loro denominazione precisa in “carabinieri” e “poliziotti” nella loro descrizione; poi mi trovo (Pérez-Reverte è un estimatore di Emilio Salgari) a leggere che Emilio (rectius il Corsaro Nero) sarebbe di “Roccanera” anziché di Roccabruna (o Roquebrune, di questi tempi). Non sono dettagli.
In questo caso, la traduzione non è più democratica – in quanto essa rende disponibile anche a chi non conosce la madrelingua dell’autore la sua opera cercando di mantenere fedeltà e stile –, bensì diventa fuorviante e financo onerosamente elitaria: chi conosce l’argomento (pochi) e la lingua i  cui è scritta l’opera è costretto a ricostruire l’esposizione dell’autore.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 14 aprile 2015

CHUCK IS A SUBVERTER (about Chuck Palahniuk)


CHUCK IS A SUBVERTER ([1])
(about Chuck Palahniuk)

 

Premessa: questo post sarebbe stato più pirotecnico, se non fosse che alcuni dettagli sarebbero ripetizione di quanto ho scritto più di due anni fa a proposito di Bret Easton Ellis, e quindi non ha senso ripeterli ([2]).

 

Il 99% (rimango prudente) di chi dice di conoscere Chuck Palahniuk da prima del film Fight Club è un bugiardo e sto parlando delle persone di madre lingua inglese ([3]), perché altrimenti, la predetta percentuale dovrebbe aumentare ed includere i millesimali “al 9”.

 
Brad Pitt era ancora nessuno ([4]) e Edward Norton una promessa quando interpretarono il film da co-protagonisti.
Visto il film, quattro cretini cercarono di imitare i fight club e le loro ragazze pure rimasero cretine, ma per altri motivi.
 
Poi tutto finì perché è solo una hype e, per definizione, essa non può durare.
Però Palahniuk non solo non sparisce, ma (per fortuna) continua nella sua professione e arte: perché egli continua a scrivere dopo Fight Club, che è un romanzo del 1996, ma che tutti scoprono dopo il film con il risultato che chi si avventura a leggerlo potrebbe anche pensare che i due romanzi successivi siano antecedenti non fosse altro che essi sono pubblicizzati sulla scia del successo del primo.
 
La prosa dell’autore è sempre cruda, almeno per quello che ho letto io.
Ma questa non sarebbe una novità. Diciamo che spesso anche gli argomenti che affronta non sono quelli usuali, ma possono ricordare certa cinematografia USA degli scorsi anni ’70.
 
Palahniuk rende visibile di nuovo quello che si è nascosto per non vederlo, come una mano che ti stringe la mascella e ti gira la testa costringendoti a guardare là, dove hai relegato ciò che eviti da anni.
Palahniuk è come un coltello che ha la lama con il doppio filo ([5]).

 

Quello che mi diverte, letteralmente, di più di lui è che il suo sito internet ufficiale ha una sezione “negozio”.
Non solo si tratta di un passo ulteriore rispetto a una visione pop dello scrittore che prevede i tour promozionali, ma è anche l’affermazione che “sta bene, sono un autore serio, ma sono anche disposto a vendermi”, e così facendo egli contemporaneamente alimenta e estingue quel fanatismo letterario che a me pare (come quello di altre arti) pericoloso soprattutto per chi lo pratica.

 

Evidentemente, nell’incontro letterario pugilistico Palahniuk-Ellis si andrebbe a un verdetto dei giudici, molto probabilmente.
Ma una cosa è certa: il primo riuscirebbe (anche solo per il gusto di farlo, come Serge Gainsbourg) ad essere sgradevole se ospitato in una trasmissione televisiva. Non è poco.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Come “Sheena Is A Punk Rocker”.
[3] Come quelli che raccontano di aver visto i Sex Pistols nel 1976 a Londra, allo Screen On The Green o anche solo al 100 Club. Potrei credere solo a Rosso Veleno, ma è morta da molti anni.
[4] Certo non è diventato mai un grande attore.
[5] In caso di doppio filo, il coltello in Italia non si può acquistare liberamente.

lunedì 13 aprile 2015

EXPO 2015 – ovvero se “Londra chiama, Milano risponde” (Sniper series - 28)


EXPO 2015 – ovvero se “Londra chiama, Milano risponde”
(Sniper series - 28)

 

La storia non si ripete, bensì fa rima con se stessa. Almeno questa è l’opinione di Mark Twain ([1]), che condivido.

 

Se volete capire come potrebbero – anche – andare in parte le cose a Milano, in riferimento all’Expo 2015 e a tutto ciò che gli sta intorno (inclusi i trasporti pubblici) cercate il volume di Valentina Agostinis, Londra chiama, Milano, Il Saggiatore, 2010 ([2]).

 

Quindi leggetevi il capitolo dedicato a Ian Sinclair, in particolare quanto ivi è scritto a proposito delle olimpiadi londinesi del 2012.
Io sento un forte retrogusto di Milano 2015.

 

Anche la risposta, che mi rivolgo da solo alla domanda: “cosa farà Matteo Renzi quando non sarà più Presidente del Consiglio?”, cioè: “avrà un posto in un consiglio d’amministrazione di FIAT-Chrysler Automobiles, o simile”.
Ed infatti, Tony Blair per un po’ di tempo ha svolto attività di consulente per J.P. Morgan & Chase.

 

 

                                                                                              Top Shooter

 

 

 

© 2015 Top Shooter
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[1] “History does not repeat itself, but it rhymes”.
[2] Scritto non benissimo, devo dire, con talune traduzioni piuttosto improbabili: le “corporation” diventano “corporazioni”.

martedì 3 marzo 2015

RADIO MILANO INTERNATIONAL: ERA IL 10 MARZO 1975 (Sketches series – 20)


RADIO MILANO INTERNATIONAL: ERA IL 10 MARZO 1975
(Sketches series – 20)


Le pagine Facebook (compresa la mia) tendono a rispettare le date, a parte il fatto che su Fb dopo morto conti poco e quasi tutti cercano di darti un buon giorno e scappare dalla commemorazione funebre.
Il blog, invece, sta lì, sempre aperto dove vuoi tu e quando vuoi tu: il blog è meglio di Fb: come la radio è meglio della televisione.
E io rispetto le date, ma non le scadenze come gli auguri svogliati ([1]).


Fra una settimana si dovrebbe celebrare il 40° anniversario della fondazione di Radio Milano International, o meglio dell’inizio delle sue trasmissioni: 10 marzo 1975.


Un poco, pochino, ne ho scritto parlando di Leonardo “Leopardo” Re Cecconi ([2]).
Il fatto è che per chi c’era e riusciva ad ascoltarla quella – “LA” – radio in FM, le storie si fanno personali e, quindi, poco rilevanti per gli altri.
Rino Borra al banco del Bar Pasticceria Ricci (dove andava anche Giorgio Scerbanenco ([3])) di Milano ([4]) ([5]) ([6]) ([7]), che la domenica mattina mi chiede notizie della mia Vespa 150 (usata, del 1972) è già storia.
Storia anche “la Lilli” con cui conversava al telefono mia madre, la mattina.
Storia altresì telefonare poco dopo mezzanotte, rivestirsi e andare a trascorrere qualche ora del primo giorno dell’anno in studio, Via Locatelli.
Storia la mia disastrosa partecipazione a “Disc Jockey On Stage” ([8]) …


Quindi non devo fare molto, se non chiudere con una stringa che cita, ancora, la dee-jay Lilli Guacci, quella cui piace tanto tanto una canzone di Billy Joel ([9]) anche perché eravamo tutti (ai microfoni e ai piatti, oppure all’ascolto) “americani”, cioè newyorkesi.
http://vibe-capital.blogautore.repubblica.it/tag/lilli-guacci/.



                                                                                                                      Steg




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(per i più pigri) Lista di Lilli Guacci tratta dal blog del DJ Massimo Oldani il 14 febbraio 2014