"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



martedì 24 dicembre 2013

SEASON’S GREETINGS 2013 - 2


SEASON’S GREETINGS 2013 - 2

 
Come previsto, il primo post con il titolo “SEASON’S GREETINGS 2013” è stato visitato anche da chi semplicemente cercava qualcosa senza pagare.
Questa volta, per chi è povero di idee il boccone sarà più amaro.
 
Il blogmaster era uso scrivere cartoncini augurali, dopo averli scelti accuratamente, e si sorbiva anche le affrancature più improbabili: la Francia costava meno dell’Inghilterra, l’Argentina sempre un mistero…
Poi ho cominciato a ricevere risposte strascicate, tardive, imbarazzate (o quasi), biglietti raffazzonati o d’accatto.
Come se i destinatari (non tutti, ma molti) avessero un senso di colpa per non aver pensato anche loro a me nei tempi postali.
 
Internet ha fatto il resto: basta buttare dentro destinatario sconosciuto e più o meno indicare nei destinatari nascosti “per conoscenza” quelli che volete; il testo lo scrivete in rosso (originali), l’illustrazione la scaricate da Internet con pigrizia, anch’essa uguale per tutti ([1]).
L’invio? Minuti prima della mezzanotte fra il 24 e il 25 dicembre, oppure prima, ma “dall’ufficio” e chiudendo l’account di posta elettronica un minuto dopo.
Ma che bravi!
 
Alla fine, preferisco gli auguri, altrettanto finti, di un sito commerciale da cui ho comprato o di un newsgroup cui sono iscritto.
 
Qualcuno di voi si ritrova in queste righe descrittive degli “auguri nel terzo millennio”? Allora forse avete sbagliato blog.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] I più tristi pensando di essere originali cercano, ancora?, un’immagine con Babbo Natale che spara alle renne.
 

venerdì 20 dicembre 2013

COMICI, LIBERI PENSATORI E IMPOSSIBILITÀ DI CAMBIARE


COMICI, LIBERI PENSATORI E IMPOSSIBILITÀ DI CAMBIARE

 
Poco tempo fa ([1]) ho scritto di comici che non cambieranno nulla di questa nazione.
Se fossi convinto di cambiare qualche cosa attraverso questo blog sarei un idiota ([2]).

 

Aggiungo al cast di inutili (o inefficaci) intelligenti Natalino Balasso e Sylvia Plath.
Il primo ha realizzato dei monologhi (si veda You Tube) caustici e da me condivisi in parte come in parte sottoscrivo talune linee critiche di Beppe Grillo. In particolare tutto ciò che riguarda la medicina e i “pre malati”, perché di fronte alla malattia la massa è ancora povero selvaggio di fronte allo stregone della tribù, paralizzata dalla prospettiva patologica e incapace di valutare la qualità della propria esistenza, che quasi sempre vale poco o nulla.

 

Della Plath mi trovo spesso a ripetere: “I talk to God but the sky is empty”. Mancano gli ascoltatori, e i lettori; la mancanza esclude ab origine la stessa possibilità di ascolto (o di lettura); continuo ad essere ateo, nonostante la vita sia più difficile di cinque (o dieci) anni fa.
Quando voglio sgombrare il campo, allora una battuta cinica sulla testa (la mia) nel forno mi sgorga cosi spontanea che nemmeno me ne ricordo una.

 

Sto scrivendo di solitudine, magari condivisa ma infrangibile.
Le alleanze fra solitari sono contraddizione in termini, e chi ci crede è un illuso.
Come quella buffa “cosa” irrealistica che erano i summit fra stati non allineati: uguali alle coalizioni anarchiche dove alla fine lo studio e il compiacimento del proprio ombelico prevalgono, oppure si perde ogni spinta innovatrice.

 

Tante voci sole, qualche sillaba che non si perde e viene captata da uditi sensibili e non dissimili.
Nulla di più.

 

Con tutta evidenza i miei pensieri si sfilacciano.
Meglio terminare qui.
Povero Peter Laughner: “Sylvia Plath”, “Ain’t It Fun” e “Life Stinks” ([3]), e poveri noi.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Cfr. il post “Non ci salveranno neanche i comici”.
[2] Sono ancora convinto di aver dato un nome non pretenzioso al medesimo. Strane sia la convinzione sia la non pretenziosità, ma tali sono.

[3] Andate ad ascoltarvelo.

KENNETH ANGER (Sketches series - 7)


KENNETH ANGER

(Sketches series - 7)

 

Come molti, di Kenneth Anger io ho avuto contezza prima per il suo (in realtà v’è un secondo volume pubblicato e un terzo pronto che lui dichiara paralizzato da Scientology) libro Hollywood Babylon.

Come non preoccuparsi di una persona che scrive di un James Dean omosessuale e che si fa spegnere mozziconi di sigaretta sul corpo? ([1])

 

 

Poi lo ho associato a quelle leggende dello schermo d’argento per noi punk che erano Scorpio Rising e Kustom Kar Kommandos: se li avevano proiettati allo Screen On The Green in quella famosa serata londinese (Islington) del 29 agosto 1976 in cui il topless di Suzy (non ancora Siouxsie) rischiava di oscurare le emergenti leggende sub-urbane ([2]) di Sex Pistols, The Clash e Buzzocks, allora dovevano essere film importanti, lo sono.

 

Kenneth Anger, classe 1927 ( ma lui vezzosamente dichiara 1930) è un grande cineasta.

Grande anche perché ha una cultura filmica non discutibile, con aneddoti non pettegoli su persone e tecniche.

 

Certo egli resta immancabilmente legato a un pugno scarso di sue pellicole, anche se ormai con un cofanetto si ha tutto o quasi.

E poi Aleister Crowley (David Bowie, anyone? O devo aggiungere Led Zeppelin?) quale ulteriore suo referente.

 

Un uomo capace di far riempire quasi 4 GB di memoria ad un suo fan che condivide i propri tesori sul suo idolo con chiunque arrivi sul giusto filmato caricato in You Tube e si impegni – appunto – a scaricare questa massa di informazioni.

 

Due dettagli così, per finire: è un Americano che ha una buona pronuncia se usa parole straniere.

Egli ha un grande “Lucifer” – la parola – tatuato sul petto.

 

POST SCRIPTUM

 

Avevo cominciato, fine maggio 2023, a imbastire un post in occasione della morte di Kenneth Anger.

Qualche giorno dopo ho “ritrovato” il mio post – pubblicato – del 2013.

Piuttosto che rielaborare, aggiungo questa specie di bozza che, rispetto alla “Babilonia hollywoodiana” corregge quanto scrissi come sedes materiae.  

 

Kenneth Anger (all’anagrafe Kenneth Wilbur Anglemeyer), è morto l’11 maggio 2023.

Era molto vanitoso: si tirava indietro gli anni, ancora (tre) in quel bel documentario che è Anger Me ([3]).

 

Essenzialmente I modi di conoscere questo artista e autore sono due: cinematografici o letterari.

Io direi che effettivamente lo conobbi innanzitutto nel secondo modo: da appassionato di James Dean incontrai, in forma di citazione, le sue considerazioni sulla omosessualità del divo di Fairmount contenute nel libro Hollywood Babylon II, pubblicato nel 1975.

Non so se i due volumi del suo Hollywood Babilonia siano ancora in catalogo e, quindi, a un prezzo corretto.

 

Poi arrivò il punk, era il 1977 e le notizie non erano proprio complete e a prova di confutazione.

Comunque, a un certo punto si ricostruì quella leggendaria serata allo Screen On The Green di Islington.

 

VOLUTAMENTE INTERROTTO

 

Per fortuna avevo sottomano un bel cofanetto BR/DVD del British Film Institute e mi sono guardato tutto quel che "mi serve" di Kenneth Anger.

 

Trovare in casa la mia copia della sua biografia è un altro paio di maniche ([4]), così come spero sia intatta una cartella del PC con una mole letteralmente abnorme di materiale che lo riguarda (roba che scaricai almeno dieci anni fa).

 

Il fatto che abbia scoperto della sua morte grazie a Berlin Bromley mi consolo un poco (non che fosse un ragazzino ...).

 

Guardate il videoclip di “Walking In My Shoes” (diretto da Anton Corbijn): è puro Kenneth Anger.

 

Lui era davvero “pericoloso” (Anger/danger), lui era davvero un cavaliere solitario.

Se esistesse (ma non esiste) un aldilà credo sarebbe al banco del bar con Erich von Stroheim.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Inciso: chiunque dopo i propri 40 anni insista nel ritenere inscalfibile la eterosessualità del Divo di Fairmount è più che un ingenuo e forse non si merita neanche di commuoversi (ancora e ancora?!) quando Jim Stark dichiara: “I’ve got the bullets”.

[2] Ivi si gettarono anche le basi per la nascita di Siouxsie and The Banshees.

martedì 10 dicembre 2013

MAESTRI


Maestri

 
Mi auguro di non essermi montato la testa come blogger.
Del resto, le mie scelte: di non scrivere mai “facile”, di non essere iscritto a Facebook o a Twitter (a cosa serve poi se quando qualche amico mi cita non ci sono masse che accorrono sul blog?), di continuare a pensare che la mia prosa debba essere il più possibile pulita e corretta per non corrompere i lettori (fissi o occasionali che siano), dovrebbero militare a favore della mia ricerca di rigore.
La solita mia premessa che stremerebbe anche un elefante da soma.
 

Qualcuno avrà già notato che non è inusuale per me citare persone come esempi, come riferimenti.
Sono i maestri, cioè i Maestri.
 

Oreste Del Buono scrive: “È impossibile una vita senza maestri. Almeno un maestro bisogna averlo a giustificazione e confronto. Chi afferma di non aver maestri confessa la propria pochezza e la propria mancanza d’iniziativa. Un maestro è persino ammissibile portarlo via ad altri.” ([1]).
Quanto all’iniziativa non so: mi sembra che di ignoranti ma ambiziosi ce ne siano molti, talmente presi da se stessi che non capiscono nemmeno le critiche o, financo, gli insulti.
Sulla pochezza: certo basta pensare al fatto che manca non solo un punto di vista (quello te lo fornisce anche un tuo pari) ma soprattutto manca quello qualificato.
 

Il maestro non è un allenatore: l’allenatore può essere un maestro.
I più fortunati superano il maestro: penso sempre a Leonardo Da Vinci allievo come artista, ma lui scienziato chi ebbe come riferimento?

 
Ci sono i maestri vivi e quelli morti. I secondi si trovano, i primi si incontrano. O è il contrario?
Qualcuno dei vivi lo si può anche conoscere, non sempre è un bene.

 
Il fattore caso è presente comunque: un docente universitario che è il “tuo” oppure no, solamente per ragioni di divisione alfabetica ([2]).

 
Caso anche quella mattina che un altro professore ([3]), M. C., a proposito di non so che cosa mi evocò, strada facendo in un breve percorso a piedi noi soli, les incroyables col loro nastro rosso al collo: non c’entrava nulla con il diritto, però era uno squarcio nella coltre grigia di una mattina intellettualmente ottusa.
I maestri uniscono l’utile al, soltanto, esistenzialmente indispensabile (che sembra frivolo o aneddotico ma non lo è).

 
Del maestro John McGeoch ho già scritto, inutilmente per chi non ha capito.
Altra caratteristica dei maestri: esserlo solo per alcuni, alcuni anche quando questi ultimi sono maggioranza.

 
Hugo Pratt: maestro che alla fine si è perso nelle sue vanità. Purtroppo.


Il maestro non è perfetto, va bene. Il maestro talvolta non è nemmeno coerente con i propri principi.

 
Sono possibili maestri estemporanei? Non lo so.

 

La conta dei propri maestri è sterile.
Il ricordare i maestri è indispensabile: con loro si ricordano gli insegnamenti che ci hanno anche regalato.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] In Amici, amici degli amici, maestri ..., Milano, Baldini & Castoldi, 1994, p. 113. Appunto.
In copertina il titolo è scritto diversamente: Amici Amici degli Amici Maestri ... In questo libro il “del” riferito al cognome ha la maiuscola, ma non è sempre così, onde mi concedo di scegliere la grafia della inziale. 
[2] Qualche volta si può forzare il caso: due maestri come i professori P. T. e P. G. J. sono certamente moltissimo, ma occorreva un poco di iniziativa per potere “averli” entrambi.
[3] Ma prima avvocato e mio dominus.

domenica 8 dicembre 2013

SEASON’S GREETINGS 2013


SEASON’S GREETINGS 2013

 

“Milano ha il suo Hyde Park Corner a 100-150 metri dall’ingresso dell’Arena, dove attorno a una fontanella d’acqua leggermente solforosa e diuretica s’improvvisano comizi e dibattiti. Le discussioni sono particolarmente animate perché i partecipanti sono nella maggior parte malati di fegato che qui convengono attratti dalla virtù terapeutica dell’acqua” (sotto voce “Piccoli comizi dei fegatosi” della voce “Castello, parco del” tratta dal libro: (direttori Mario Spagnol e Giovenale Santi), Guida ai misteri e segreti di Milano, Milano, Sugarco Edizioni, 3ª edizione, 1977, pp. 170-171) ([1]).

 

 

Auspico che i lettori di http://steg-speakerscorner.blogspot.com/ epaticamente siano sani: io non posso fornir loro acque curative, ma unicamente qualche momento di riflessione. Anche nel 2014.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Mia precisazione: l’espressione Hyde Park Corrner “is often erroneously used for Speakers' Corner, which is located at the north-eastern corner of Hyde Park”.

giovedì 5 dicembre 2013

INTORNO A DAVID BOWIE


INTORNO A DAVID BOWIE

 

Credo di avere raggiunto un livello ([1]) di disamina della carriera artistica di David Bowie per cui posso anche apprezzare la sua capacità di sopravvivere ai suoi anni ottanta del ventesimo secolo: avete visto il documentario Ricochet?
All’epoca egli non era diventato stupido: era semplicemente riuscito dove nessuno prima: aveva noleggiato l’anima al diavolo in cambio di un successo commerciale che gli mancava e il diavolo rispettò il contratto. Sul palco sembrava Tony Curtis giovane, non posso escludere che la cocaina fosse tornata ad essere un prop.

 

Nel 2013, dato un trionfale ritorno di David Bowie (di cui poco si sono accorti in Italia), sembra facile sfumare o eliminare – come Corinne “Coco” Schwab fa da decenni – le pagine sgradite di una biografia ormai in più tomi.
Ecco perché diventano più apprezzabili, con la saggezza analitica di chi come me ormai è sopravvissuto non malissimo a oltre mezzo secolo e non si esalta per un passi “guest” ([2]), certe affermazioni e condotte e scelte bowiane nel corso degli anni.
Potete verificarlo – se siete in grado di farlo e volete farlo – da soli: ormai avete in alta definizione video e cristallino audio (volendo anche sottotitolati) non solo il fondamentale documentario d’annata Cracked Actor, ma l’altrettanto illuminante ([3]) pur se recentissimo Five Years (che nei suoi 90 minuti copre oltre un decennio).

 

Bowie non ha mai venduto una sua pretesa “bella persona”: qualche rock ‘n’ roller autentico lo ha mai fatto? ([4])
Lui ha soltanto proposto la propria arte, impiegando un decennio iniziale a raffinarla.

 

Al di là della mia conclamata reverenza per la canzone (sic!) “Time”, la sofferenza o inadeguatezza (contingente o perdurante) dell’artista del vivere oltre i 25 anni non credo sia (stata) una posa.

 

Dato per scontato un “e allora?” come domanda e un “niente” come mia risposta, la situazione è piuttosto semplice: non serve una enciclopedia su David Bowie, in quanto egli è una enciclopedia con la sua vita artistica.
Ogni voce dell’enciclopedia Bowie richiede per contro una bibliografia. Pensate alla sua stagione statunitense da protagonista di una pièce teatrale dedicata e intitolata al cosiddetto (The) Elephant Man ([5]) Nel 1980.

 

No non credo finirà qui per quel poco che mi riguarda.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 





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[1] Ignoro quanti siano in tutto: 33 come i gradi nella Massoneria?
[2] E sa che c’è anche più del passi “AAA”.
[3] Poi dicono che la BBC è la vecchia zia. La RAI resta matrigna a pagamento!
[4] Citofonare Rolling Stones, ad esempio.
Inciso fuori tema: capii di più del fatto che donne e uomini sono diversi quando una studentessa conosciuta in biblioteca, alla domanda di uno studente di medicina con cui stavo sui libri fianco a fianco in sala B della sala di lettura, disse che lei preferiva Keith Richards a Mick Jagger.
[5] Un film, anch’esso omonimo, di David Lynch è ormai pure dimenticato.

martedì 3 dicembre 2013

FRA “CAIPIROSKA ALLA FRAGOLA” E “PERLE MEDIATICHE”


FRA “CAIPIROSKA ALLA FRAGOLA” E “PERLE MEDIATICHE” ([1])

 
Il mondo è pieno di giornalisti, e non, che parlano di “deserto dei Tartari” di fronte al vuoto.
Sbagliato.

 
Sino ad oggi, però, mi era sfuggito l’impiegare (ancora un giornalista, televisivo, settore sport) come sinonimo di mischia (o rissa) l’espressione “mucchio selvaggio”.
Sbagliato.

 
Beh, il lato buono della situazione è disporre di un numero sempre maggiore di indici per riconoscere l’altrui ignoranza.
Senza perciò smettere di flagellarsi, quando serve.

 

 

                                                                                                                      Steg

 


 

 

 

POST SCRIPTUM: DALLA FRANCIA

 
“- Non so. - Ha riflettuto poi ha detto: - Ho fatto quindici anni di Legione Straniera prima. Lo sapevo. Muppet era stato assunto all’Usine nell’ambito delle categorie protette, dopo aver compiuto il regolamentare servizio nell’esercito, il tempo sufficiente a una pensione. Lo sapevano tutti. Ha esitato: - Mi è capitato più volte di fare la guardia, di sera, nel deserto. Non si è mai visto nessuno.
“- La sindrome di Drogo. Buzzati ne ha fatto un libro memorabile Il deserto dei tartari.
“Muppet mi ha fissato attraverso il fumo delle sigarette. Ha mormorato, come se avessi detto una banalità:
“- Sì, l’ho letto. Non ho visto il film, ma l’ho letto.
“- Non sapevo che ci fosse anche un film. So invece che quel magnifico libro dimostra magnificamente una cosa.
“- Quale?
“- Che né Buzzati né Drogo, il che è più grave, hanno mai montato la guardia, di sera, nel deserto. Né di sera, né di notte, del resto” (da Hugues Pagan, La notte che ho lasciato Alex, Padova, Meridiano zero, 2007, traduzione di Jean-Pierre Baldacci e Luca Conti, pp. 90-91. Titolo originale del romanzo: Dernière station avant l’autoroute, 1997, Editions Payot & Rivages).
 

Geniale o soltanto gènial?

 

 

                                                                                                                      Steg


 





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[1] Rinvio al mio post “’Il pantalone’ e il ‘Caipiroska alla fragola’: il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose” e alla mia serie di post “perle mediatiche”.

lunedì 2 dicembre 2013

MODERNISTI E VECCHI MOD, FUTURISTI E PASSATISTI


MODERNISTI E VECCHI MOD, FUTURISTI E PASSATISTI

 
Ascolto la breve intervista a Paul Weller che è contenuta nell’edizione consistente in CD e DVD di Sonic Kicks, ivi l’artista dichiara di essere stato ispirato anche da Metal Machine Music di Lou Reed.
 

Uno dei cliché più duri a morire è l’equazione Paul Weller=mod, un’espressione artistico-stilistica fallace che si trascina pressoché acritica insieme a quella altrettanto erronea Pete Townshend=Quadrophenia.
Il punto di rottura concettuale e senza ritorno di entrambe consiste nel dato fattuale e artistico che vorrebbe entrambi questi titani della musica inglese fermi, immobili e conservati nella formalina di una sola fase della loro, per contro lunga e proficua, anche se non uniforme nella qualità, produzione creativa musicale (per Townshend anche letteraria ([1])).

 
Certo, è molto rassicurante per l’ascoltatore (e non solo) crogiolarsi in uno stile perennemente uguale: pensate a chi segue Bruce Springsteen. Noia!

 
Ecco allora, meno capelli, più peso, comunque più rughe, i perennemente in parka che implorano canzoni di The Jam a ogni concerto ([2]).
Non che Weller non debba interpretarne, ma lasciate a lui scegliere! Vecchi mod contro il loro idolo ancora modernista.
 

Ognuno ha la sua Arcadia, ma è una fantasia degna di considerazione solamente se si risolve in sporadiche incursioni; mentre quella falsa sebbene tangibile e permanente è solo una polverosa scena poco più che bidimensionale.
Ecco il significato dello slogan futurista: Uccidiamo il chiaro di luna!. Ecco il perché dello scagliarsi di Filippo Tommaso Marinetti contro la Venezia passatista.
 

Il tedio degli scooter rally non finalizzati ai motori e alle silhouette eleganti di gloriose creazioni veloci a due ruote italiane (ecco ancora il futurismo ([3])), ma strumentali a un 1964 che già era l’anno di morte del mod, come lo fu poi il 1978 per il punk.
 

La noia dei concerti in cui si eseguono interi album (la critica è di Paul Weller, ma credo anche di altri), è come quella dei concerti dei Sex Pistols forse anche nel 1996 ([4]).
 

Attenzione: non ho scritto di buttare la vostra parka e il vostro giubbotto di cuoio: ma se indossate la prima sopra il secondo essi formeranno un antidoto al rischio di demenza artistica.

 
 

                                                                                                                      Steg

 
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[1] Mi piacerebbe molto se Weller scrivesse e pubblicasse racconti; ben poco della sua produzione (ormai quasi definibile giovanile) apparse all’epoca di The Jam, non chiedo (ancora) un’autobiografia.
[2] Non si salvano ovviamente nemmeno coloro che frequentano quei festival punk di vecchie glorie (con tutto il rispetto per The Damned o i Buzzcocks) e paiono una sbiadita cartolina per turisti di King’s Road circa 1985.
[3] Per questo sono da rifiutare orrendi ibridi come “scooteroni” e pseudo-motocicli a tre ruote o con un tettuccio: ancora sicurezza noiosa.
[4] E allora anche il tour The Seventh Year Itch di Siouxsie and the Banshees è da criticare.