"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



venerdì 17 gennaio 2014

BAUHAUS 2014 (Remade and remodelled series - 1)


copia originale del singolo del Fan Club 
(fronte di copertina tutto nero)


BAUHAUS 2014 ([1])
(Remade and remodelled series - 1) ([2])

 

I Bauhaus rischiano l’estinzione, per lo meno visuale.
I due DVD ufficiali commercializzati tempo fa hanno una qualità audio e/o video al limite del sufficiente. Mi chiedo se non sia possibile un loro restauro.
I libri a loro dedicati ([3]) sono difficili da reperire, e a che prezzo poi?

Certo sto occupandomi di artisti in ambito musicale, ma l’aspetto visuale è oggettivamente confermato sin dall’ispirazione del loro nome, mentre i loro riferimenti d’esibizione dal vivo sono, come da loro ribadito (sebbene in posizione quasi ossimorica rispetto all’essenzialità dei riferimenti alla scuola germanica, nata a Weimar, ispiratrice) anche fonograficamente, taluni capisaldi glam che richiedono non solo orecchie ma anche occhi per apprezzarli appieno.

 

C’è questo piccolo mistero: perché io e Daniele dobbiamo contattarci telefonicamente quella sera mi pare a cavallo fra 1981 e 1982? Non ricordo proprio.
Rammento, però, che è una mia telefonata proficua ([4]). Argomento della conversazione il fan club, o meglio il materiale del fan club gestito dalla sempre paziente Stella Watts.

 

Un fattore cruciale e scriminante nella musica dal punk in poi è il seguente: se l’artista si conosce attraverso il singolo di esordio oppure a motivo del successivo album.
Per i Bauhaus il problema non mi si pone, poiché me li fa conoscere Daniele e, quindi, assommo (e compro) i formati vinilici nei primi mesi del 1981: questo dettaglio è certo, perché a Bologna, all’ex Manifattura Tabacchi, arrivai al concerto di luglio (venerdì 17, per i superstiziosi) con tutte le dotazioni del caso: non poche.

 

Nove minuti e oltre di “Bela Lugosi’s Dead” sono l’esordio indelebile.
Sorta di contraddizione in termini, convivono le linee nette promesse dalla ditta musicale del quartetto di Northampton con gli svolazzi gotici della loro celebrazione del Principe delle tenebre ematiche (o meglio del suo massimo interprete).
E allora “a studiare!” Bela e Walter Gropius ([5]), ché non siamo mai stati pigri o apatici.

 

Ma poi si vira di formato, abbandonando il 12”, con il per me (anche oggi) cruciale dialogo fra amore ([6]) e – al finale ultimo fra loro congiunte – morte di “Dark Entries”: non più liquido cadere bensì urlo accelerato avvolto in quella copertina la cui tinta di fondo è inequivocabilmente il colore del sangue secco.

 

Immacolata è, contraddittoriamente, la tela a sette pollici di “Terror Couple Kill Colonel”, dove la band si avvale di un piccolo fatto di cronaca quale fonte di ispirazione.

 

Tralasciando le varianti più o meno rare dei singoli, in ottobre del 1980 si arriva all’album di debutto: In The Flat Field che non contiene alcunché di déjà entendu, proprio come si faceva (o si doveva fare? ([7])) ai tempi del punk.
Un disco che dimostra una raffinatezza di potenza assolutamente inequivocabile e inconfondibile, tale da rendere povera e senza scopo la muscolarità dei contemporanei Killing Joke.

 

È quindi inevitabile la diaspora dei delusi ascoltatori (e non fedeli seguaci) di basso rango, i quali non si ritrovano nel successivo percorso artistico, davvero eclettico, dei Bauhaus: non che sia tutto oro quel che riluce, ma fermarsi al primo ostacolo non giova.

 

Ecco quindi che – volutamente io abbandono la cronologia – anche solo sforzarsi su “un” Antonin Artaud non è mai energia sprecata, mentre i croon-ismi dedicati all’uccisione del Signor Chiarodiluna (ammiccamenti futuristici, anche?! Oppure hanno letto l’episodio di Ranxerox con Mister Volare?) anticipano future strade (Love And Rockets ([8])).

 

Al solito io mi fermo su quel manifesto dudovich-iano (oltre che bowiano) dai colori caldi eppur tenui che è l’impenetrabile “King Volcano” dai tratti, inevitabili, del miglior incrocio fra Mangiafuoco e Nettuno.

 

Anche oggi, in fondo “all we ever wanted was everything” ([9]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Da molto tempo avevo voglia di riscrivere la mia visione a proposito di questa band.
Il primo post si intitola “Bauhaus: considerazioni su una band e oltre”.
Ovviamente, esiste una sorta di gioco di parole, posto che inizialmente si chiamavano Bauhaus 1919.
[2] Non so se questa serie avrà un seguito. Il suo titolo si riferisce a una canzone dei Roxy Music: “Re-make/Re-model” contenuta nel loro album d’esordio, omonimo.
Se un pittore può interpretare più volte un tema, perché non dovrebbe essere possibile anche in ambito di scrittura?
[3] Essenzialmente due: quello di di Ian Shirley, Dark Entries - Bauhaus And Beyond, e quello di Andrew J Brooksbank, Bauhaus: Beneath The Mask.
[4] Dalla cabina di un ristorante ben noto (non alla moda) di Milano: Romani (o Tre stelle da Romani) in una traversa di Corso Sempione.
[5] Scoprendo che quel Mies van der Rohe di cui ti parlava al liceo l’architetto Ivo Ceccarini ti aveva, in fondo, già reso angolare e non allineato.
Questa probabilmente ha il premio come nota più personale del blog, molto bene.
[6] In quanto è la sintesi di come vedo un rapporto amoroso leale: il reciproco abbattimento del proprio “orgoglio scudato” (“shielded pride”, appunto) per vedere con reciproca fiducia il proprio lato oscuro (“until exposed became my darker side”: in una prosa piuttosto barocca per la Lingua del Bardo).
[7] Sex Pistols, The Clash e Damned, infatti, tutti volenti o nolenti non offrirono un primo (o unico) album così.
[8] Con tutto il fumetto che ne consegue, vero?
[9] Strofa e titolo di una loro canzone. E poi anche titolo di un mio post:  https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2019/02/e-pensare-che-non-volevamo-alcunche.html. 


giovedì 9 gennaio 2014

“AIN’T IT FUN” (Song series - 1)




“AIN’T IT FUN”
(Song series - 1)

 

Ho capito che non sarei mai – non solo “stato”, ma nemmeno – diventato “uno dei molti” quando ascoltai “Ain’t It Fun” nella versione originale, quella di Peter Laughner, “dedicated to” Jane Scott ([1]).

 

La sua struttura parzialmente anaforica quasi costringe ad un ascolto del testo molto attento, ascolto spesso non naturale quando la lingua delle liriche non è quella natia.

 

Poi (poi non in senso assoluto bensì meramente soggettivo e percettivo) sono arrivate le altre interpretazioni: quella prima e definitiva dei Rocket From The Tombs (inizialmente in vinile ([2]) e poi in CD); quella che già giaceva nella mia discoteca dei reietti e vituperati Dead Boys (a quando la loro revisione e – con scuse – reintegrazione?); infine la inevitabile, se non la vuoi conoscere è un tuo problema, pia ma non pietosa, scolastica (appunto: “bambini cantiamo insieme la vita schifa che ci spetta”), cignesca (morte del), rilettura dei Guns ‘n’ Roses nel loro mai abbastanza laudato per le finalità caritatevoli ([3]) album The Spaghetti Incident.

 

No, divertente non è. Non lo sarà mai.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] L’aneddoto curioso, forse macabro, è il seguente: Jane Scott (May 3, 1919 – July 4, 2011), ovvero il ventenne Peter dedica la canzone a una signora che potrebbe essere la sua prozia.
[2] Diligentemente avevamo annotato quanto “ci” scriveva Clinton Heylin, il Sapegno del punk statunitense, nella discografia consigliata: roba per profanatori di sepolcri, appunto, altro che consigli per un presente natalizio.
[3] Come spesso annoto: “guadagna chi scrive, non chi suona”.


mercoledì 8 gennaio 2014

CAPITAN HARLOCK (childhood wasteland; not just a motion picture)


CAPITAN HARLOCK
(childhood wasteland; not just a motion picture)

 

 

Ricevo il post che qui di seguito pubblico sempre da EKS, quindi dall’autore (autrice), fra l’altro, della doppia striscia a fumetti Vice-Versa: http://eksviceversa.wordpress.com.

 

Il sottotitolo è mio, così come quanto si trova fra parentesi quadre.

Mi riservo di commentare (in questa o altra sede) il film, comunque in forma complementare e non supplementare rispetto a EKS.

 

 

                                                                                                          Steg

 

 

 

 

CAPITAN HARLOCK

Diversi lustri sono passati da quando andavo all’asilo. All’epoca si andava all’asilo, non alla Scuola Materna.
Non c’era nulla di particolarmente interessante nel mio asilo, disegni alle pareti, giochi sfondati, una piantagione di fagioli nati nell’ovatta, il tè con il limone. Io avevo lo spazzolino da denti con Paperino che suscitava grande invidia nei miei compagni di classe. Azzurra e Rosa erano gemelle e si sarebbero suicidate poi a 18 anni con il gas di scarico dell’auto. Alcune bimbe dell’altra classe si vantavano di saper scrivere non solo il proprio nome, ma anche il cognome.
Gli altri bambini delle scuole elementari oltre il recinto, che non percepivo come più grandi, ma come creature altre ed estranee.



Ai tempi dell’asilo mi piaceva Capitan Harlock. Non mi piaceva nel senso che danno le bimbe alle cotte infantili, ovvero “da grande lo sposo”. Ero già ben cosciente che era un amore impossibile perché lui era tanto bello e misterioso, con il fascino dell’eroe infelice e tormentato, idealista e votato unicamente alla causa. Quindi, non c’era storia. A cinque anni tutto mi era già chiaro. La vita era ben altro che quel maledettamente felice coniglietto bianco di Koper Kapodistria delle 20.30, che segnava il limite invalicabile della veglia: “guarda il coniglio e poi vai a dormire”.

 

Passati dunque quei lustri, è uscito un lungometraggio su Capitan Harlock.
Vado a vederlo al cinema sebbene odii andare al cinema: troppa gente, volume troppo alto, immagini troppo grandi. Molti bambini in sala, chissà cosa capiscono della storia.
Capitan Harlock è bello, con la cicatrice di traverso [del viso] e la benda sull’occhio [destro]. Penso sia proprio bello, penso come quando ero bambina.

 

L’[astronave] Arcadia è grandiosa, auto-riparantesi se viene danneggiata, mossa dalla materia oscura il carburante perpetuo, con il suo vessillo sfilacciato, il timone e il trono del Capitano.
Grandi armature, nessuna ispirazione alle corazze dei guerrieri giapponesi, piuttosto lo spunto risulta essere preso dai giocatori di rugby americano e dalle prime tute dei palombari del XIX secolo.
Le battaglie sono interessanti, lo spostamento delle navi da guerra in modalità “skip off” (sembrano venire scansionate per venire lanciate a distanza a velocità). Alcuni piccoli trucchetti olografici per creare la sorpresa nello spettatore sono ben riusciti.
Le armi finali della Gaia Sanction sono spettacolari.
I personaggi sono impregnati di una profonda giapponesità: i fratelli in competizione, la venerazione per il senpai, mimica facciale e lettura del labiale perfettamente attinente al giapponese. Mi sembra di percepire una polemica contro la religiosità organizzata e contro la schematizzazione gerarchica cinese.
Soffro un pochino per la somiglianza della trama con l’episodio del 50enario del Doctor Who. L’Arcadia è viva come il Tardis. Il Capitano non può morire e deve espiare un errore commesso, seppure mosso da buone intenzioni, come il Dottore. Alla fine si lascia spazio ad un avvicendamento tra capitani e dottori. Saranno tematiche da inizio millennio.
Ma basta vedere il profilo del pianeta costeggiato dall’Arcadia che si allontana, per riconciliarsi con i ricordi infantili di piccoli attenti spettatori. Superbe profondità spaziali catturate da astro telescopi negli ultimi decenni, fanno da sfondo al passaggio dell’astronave pirata, con luminosità di galassie lontane. Ad ogni modo, l’astrofisica ormai è accettata, i nodi temporali che trapuntano lo spazio e la reversibilità del tempo non sono nozioni astratte, ma strategie non ancora verificabili. E naturalmente serve un Capitano per pensare e mettere in atto un grande piano di azzeramento temporale.



La morale finale è che la vita umana non è indispensabile, anzi, altra vita si creerà se ci estinguiamo. Come sempre è solo una questione matematica, alla fine basta che i conti tornino: che la quantità di materia e di energia sia sempre la stessa, non importa sotto quale forma. Allo stesso modo l’energia e l’Arcadia sono al servizio del Capitano, non importa quale impresa azzardata voglia portare a termine.

 

 

                                                                                                                      EKS

 

 

 

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PERLE MEDIATICHE 29 – IN DIFESA, LEGITTIMA, DEL MARTINI (il ritorno)


PERLE MEDIATICHE 29 – IN DIFESA, LEGITTIMA, DEL MARTINI
(il ritorno)

 

Per tutto il resto, e non è poco, rinvio al mio post “Perle mediatiche 24 – In difesa, legittima, del Martini”.

 

Evidentemente, Antonio D’Orrico non controlla nulla.
Ecco, allora, di nuovo, un bello svarione a proposito di Martini e James Bond.

 

Stesso luogo editoriale, etc.
Quindi, sempre nella rubrica “Cammeo”, del Signor D’Orrico, pubblicata a pagina 89 di Sette ([1]) del 27 dicembre 2013.



Il titolare della colonna giornalistica, intitolando questa volta “Cocktail Martini”, lascia voce a un suo lettore cui, come si vedrà, pare affezionatissimo (lui D’Orrico), un certo Dante Matelli che fra l’altro scrive: “Ora, come si fa un Martini? cosi: dentro il Martini, fuori il Martini, dentro il Gin, butto il ghiaccio, verso il Gin e mi rilasso. Martini shaken (il classico), not stirred (quello piace a James Bond)”.
A parte l’equivoco “Martini uguale vermouth secco”, pensavo che fosse a tutti noto ciò che, invece, non lo è: ‘“Shaken, not stirred” is a catchphrase of Ian Fleming's fictional British Secret Service agent James Bond, and his preference for how he wished his martini prepared. The phrase first appears in the novel Diamonds Are Forever (1956), though Bond does not actually say the line until Dr. No (1958) but says it "shaken and not stirred" instead of "shaken, not stirred." It was first uttered in the films by Sean Connery in Goldfinger in 1964 (though the villain Dr. Julius No offers this drink and utters those words in the first film, Dr. No, in 1962).’ (da Wikipedia versione in lingua inglese). L’esatto contrario di quanto scrive il Signor Matelli.

 

E come conclude Antonio D’Orrico? cosi: “Caro Matelli, mi piacerebbe scrivere questa rubrica come lei ha scritto la sua lettera. Shakerando …”.

 

Con buona pace, anche, dell’oliva o della scorza di limone (del Gibson scriverò un’altra volta).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 
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[1] Periodico settimanale abbinato al Corriere della Sera.

martedì 7 gennaio 2014

LE SCAPPATE (DI CASA) (The Runaways)


LE SCAPPATE (DI CASA) ([1])
(The Runaways)



La regola è che bisogna apprezzare ciò che non si apprezza particolarmente.
Quindi occorre costruire su “Neon Angels On The Road To Ruin” piuttosto che su “Cherry Bomb”.
Difficile ([2]).
 
The Runaways a Milano – oggi – impegnerebbero la magistratura penale non poco.
Trattasi di avventure di groupie-smo senza pentimenti o scrupoli ([3]) – mentre noi, in fondo, pagavamo poco: solo il prezzo del vinile come biglietto per un peepshow musicale –, anche in riferimento al disprezzo delle proprie tendenze sessuali (sempre mi sono genuflesso innanzi alla splendida ([4]) e musicalmente enciclopedica Joan “I hate myself. ...” Jett).
 
Le ragazze forse non erano punk musicalmente, ma lo erano esistenzialmente.
In quella California paludosa che andrebbe sempre vista con diffidenza da tutti coloro che non sono degni di cavalcare una tavola da surf marchiata Bear.
Gli pseudonimi delle componenti il gruppo sono simili a quelli delle attrici porno.
I titoli delle loro canzoni evocano i luridi romanzi pulp degli anni ‘50 (quegli stessi che banalizzavano la ribellione contro “quel che c’è”, per dirla “selvaggia”).
Le cinque ragazze sanno suonare e cantare (e mi riferisco anche ai cori).
 
Cosa volete di più? Wikipedia?
 
Le cinque fuggitive hanno le loro “cadute”, le inconciliabili differenze, i futuri andati male, le reali sessualità se del caso nascoste (come già accennato).
 
Non sono in grado di realizzare una esposizione strutturata e articolata, ma fidatevi.
Cercate i primi 4 album di The Runaways. Poi avventuratevi su quello che “hanno fatto dopo” ([5]).
 
Per quel che riguarda “la” musica potete anche fermarvi a Joan.
Gli argomenti con lei sono i capotasti, le pedaliere et similia.
Una donna con balls o un uomo con tits, a vostra scelta (e rischio).
Riff glitteriani (nel senso di Gary) sans egal, una dieta di rock ‘n’ roll priva di sbavature.
 
La portata delle altre quattro (compatibilmente con i cambi di formazione) teenag-ine potete misurarla voi.
O avete paura di non reggerle?
 
Che dire di Kim Fowley, loro svengali senza pentimenti?
 
Ah, dimenticavo: provate a paragonare a loro le girl band italiane e poi sappiatemi dire: rriot che? Chi? Quando?
 
“Runaway with us, we’ll love you till it hurts”.
 
 
                                                                                                                      Steg
 

 

 

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[1] Per onorare soprattutto Joan Jett e in memoria di Sandy West.
[2] Mi rendo conto che richiedo acrobazie post-collodiane e post-vambiane ai lettori (Carlo Collodi era un innovatore, come lo era Vamba, appunto).
Posto che qui non vi sono sponsor, che gli amanti del SM e dei camion (mi riferisco a due post che ogni tanto conducono lettori ignari su queste pagine virtuali) e che ognuno dovrebbe sapere come effettua le ricerche nel web, il problema non è mio (per lo champagne e la vera vergogna, sapete come mi regolo).
[3] Sapete quando vi dicono quelle idiozie sulla “vita rock”? Ve le racconta tutta (o quasi) gente che non ne ha mai presi o succhiati (maschi e femmine; e “no age limit” per dirla alla X-Rated) per divertimento o per carriera.
Si cfr. “Head” di Prince e, più esplicita, “Cracked Actor” di David Bowie; quindi vorrete perdonare anche la mia prosa.
[4] Certo non perfetta, stante il suo sabotaggio del documentario sulla band.
[5] Magari, in entrambi i casi, cercate aiuto nella rete.

LEONARDO “LEOPARDO” RE CECCONI: DIECI ANNI DI … NIENTE


LEONARDO “LEOPARDO” RE CECCONI: DIECI ANNI DI … NIENTE

 
Quando scrissi il mio post su Leonardo “Leopardo” Re Cecconi ([1]), volevo solamente fissare un poco dei miei ricordi che rischiavano di andare svaniti.
Quelle righe (nel tempo leggermente rivedute e ampliate) sono diventate le più popolari del blog.
Non le scrissi per commemorare un anniversario, ma mi rendo conto che a breve saranno trascorsi 10 anni dalla morte del più grande disk jockey dell’etere nazionale: il 22 gennaio 2014.
 
Ingenuamente, pensavo di trovare qualche cosa di nuovo in Internet, dato il decennale imminente.
Ho soltanto trovato qualcosa di vecchio, o meglio non ho trovato ciò che pensavo di trovare in ragione dei risultati delle mie ricerche.
 
Lasciando perdere i miei desiderata (di cui ho già scritto), incappo infatti su You Tube nella presentazione di, addirittura, un film documentario sul Fangio dei D.J. radiofonici: accadeva nel 2009, proprio il giorno del “compleanno” di Radio Milano International: il 10 marzo, come testimonia, per ora, un t-zer di scarsi quattro minuti di cui se ne salvano meno della metà.
Il titolo dell’opera audiovisiva? The soul train is still running di Umberto Fiume e Lorenzo Veronese. Progettato per uscire in DVD.
Ma il film (di cui ignoro anche la durata) non sarà mai pubblicato.
Siccome anche la fonte da cui traggo questo comunicato è un sito destinato a morire ([2]), lo pubblico integralmente e testualmente qui di seguito.

QUOTE

Milano, 7 settembre 2009

Comunicato
Carissimi amici, viste le continue sollecitazioni che ci provengono da più parti, ci sembra arrivato il momento di fare un punto sulla situazione relativa alla distribuzione del documentario “The Soul Train is Still Running” sulla storia del Dj Leonardo Re Cecconi, in arte Leopardo. Purtroppo non siamo ancora nella condizione di pubblicarlo, e questo per gli ennesimi e nuovi problemi legali correlati all’utilizzo del materiale inserito al suo interno. Quando abbiamo presentato il documentario pubblicamente a Milano, il 10 marzo del 2009, eravamo nella convinzione di aver risolto tutte le questioni legate a questo aspetto. Ad una successiva verifica, necessaria prima della pubblicazione, ci siamo resi conto che così non è. Potete immaginarvi quanto rammarico ci sia nella constatazione che non siamo ancora nelle condizioni di potere pubblicare il lavoro, costatoci anni di grandissimo impegno. Tutti, del resto, possono comprendere che non possiamo agire diversamente. Purtroppo questa è una materia molto complessa perché non è mai stato realizzato in precedenza un prodotto del genere, e stiamo capendo nostro malgrado che non sarà facile né breve venirne a capo. Ci preme inoltre chiarire un aspetto importante: la società Papico Eventi del signor Fulvio Gaddi non ha nessuna responsabilità per la mancata pubblicazione del Dvd. La Papico Eventi aspettava da noi il via libera che per le ragioni sopra espresse non abbiamo potuto dare. Infine, al di là del “comunicato ufficiale”, permetteteci una nota personale: con questo comunicato ci auguriamo che si abbassino i toni della discussione, e invitiamo chi non ne ha diritto ad evitare considerazioni e accuse fuori luogo. Del resto, i nostri ritardi dipendono da una situazione che solo man mano che passa il tempo diventa completamente chiara : gli impedimenti relativi all’utilizzo del materiale inserito nel documentario sono uno scoglio molto più grosso di quanto fino a pochi mesi fa avessimo valutato. Purtroppo noi non abbiamo un ufficio legale a disposizione ma ci rendiamo conto che per superare questi ostacoli un ufficio legale è indispensabile. A questo punto è evidente che la risoluzione di questi aspetti non è questione gestibile solo dalle nostre forze. A complicare le cose, inoltre, gli insulti inqualificabili ricevuti via internet negli ultimi giorni hanno rappresentato la classica “goccia”. Fatta la somma di tutte queste considerazioni, vi comunichiamo con molta serenità che noi ci fermiamo qui.
In anni di lavoro, vi assicuriamo per nulla semplice, abbiamo prodotto con le nostre sole forze un documentario giudicato da tutti, pubblico e istituzioni, di indubbio valore storico e artistico. Oltre non possiamo andare. Possiamo però porre l’attenzione su una possibile soluzione: che qualcuno con la competenza e la passione necessarie ad assisterci legalmente si prenda carico di tutte le incombenze legate ai diritti di utilizzo del materiale presente all’interno del documentario. Ci abbiamo ragionato a lungo e siamo arrivati alla conclusione che non c’è alternativa. Da soli non ce la possiamo fare. Pertanto invitiamo chiunque sia nelle condizioni di svolgere questo compito a mettersi in contatto con noi. E’ l’unico modo che vediamo per uscire da questa situazione di stallo. Vi ringraziamo per l’attenzione salutandovi tutti cordialmente. Umberto Fiume e Lorenzo Veronese info@bluvision.tv

UNQUOTE

 

Bene, cerco di accedere al sito di Blu Vision, ma il mio software mi consiglia di non entrarci (anche se ho un antivirus).

 

Ricapitolando: dopo circa 58 (cinquantotto) mesi non si sa più nulla di quel documentario e, come i miei lettori più assidui sanno, conoscendo io la materia anche in diritto, mi domando perché non si possa, nemmeno, indicare quale (o quali) siano (stati?) gli impedimenti alla sua pubblicazione in DVD (o diffusione in altro modo).
Esemplificando: ormai fonograficamente il mercato ([3]) rende possibile quasi qualsiasi abbinamento di artisti (leggasi anche loro registrazioni preesistenti); i disc jockey possono parlare liberamente (anche) in base a norme giuridiche di rango costituzionale (soprattutto se essi non sono remunerati per farlo); quindi non capisco se il problema fosse che “manca la liberatoria” in quanto, ripeto, l’ostacolo non pare insormontabile o cosa altro.

 

Che aspettarsi allora per il prossimo 22 gennaio? Niente di diverso da quanto più o meno già si conosce.
Probabilmente qualche minuto tratto da nastri magnetici Ampex che, se non riversati su supporti più moderni e duraturi, rischiano alla fine di sgretolarsi nel nulla.

 

Vorrei essere smentito, ma non ci spero molto.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Intitolato “Leonardo ‘Leopardo’ Re Cecconi (il Fangio dei D.J. radiofonici)”.
[2] http://www.radiomusicsmile.com/2009/09/07/un-comunicato-sul-dvd-di-leopardo-mai-uscito/
[3] Ridottosi e con solo qualche “major” in campo.

FRANÇOISE SAGAN (Sketches series - 9)

FRANÇOISE SAGAN

(Sketches series - 9)

 

Credo di aver deciso di leggere “qualcosa” di Françoise Sagan dopo la sua morte, nel 2004 il 24 settembre, in seguito a un obituary ben scritto (fra le mie carte ho reperito quello di Le Monde).

 

Si tratta di un personaggio indubbiamente in grado di affascinare: fa parte di quel branco di lupi francesi del secondo dopoguerra dotati di un edonismo che in Italia si è poco conosciuto in letteratura ([1]), all’epoca.

 

Del resto di motori e morte nell’Esagono ho già scritto, Françoise scampa la seconda conseguente ai primi (Aston Martin distrutta, nel 1957), ma non può non finire nella legione dei caduti su polmoni ormai a brandelli ([2]) e d’altro canto anche l’alcool (e le droghe (non leggere)?) certo non aiutavano.
Eppure muore quasi di vecchiaia a 69 anni.

 

Non bella da giovane ma ..., un waif che potrebbe piacere a Kate Moss ([3]).

 

Bisessuale (suo figlio ha ormai passato i 50 anni).

 

Forte giocatrice d’azzardo.

 

Vittima in Italia (come altri letterati) del luogo comune del titolo di un libro citato senza cognizione di causa, ovvero il suo esordio Bonjour tristesse.

 

Vittima in Italia, anche, di essere valutata come “donna autrice per donne” per quel che ricordo, forse in quanto non schierata politicamente a sinistra (sebbene amica, realmente, del presidente della repubblica francese François Mitterrand, socialista).

 

Copiosa la sua produzione letteraria e inesaurita la sorgente di biografie a lei dedicate.

Pertanto, mi fermo entro lo schizzo e indico (senza giudizi) due documentari:

https://www.youtube.com/watch?v=DigC5xXK05k

https://www.youtube.com/watch?v=uacYJ6G8U8s

 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Evito di addentrarmi nel delicato argomento nouvelle vague cinematografica, ove come quasi tutti milito per i due pilastri: A Bout de souffle e Le 400 coupes, preferendo il primo solo in ragione del suo tristo finale e di Djinn (Patricia) Seberg (cfr. Schlock, n. 6, 2013, p. 146 ss. per questo spelling del suo nome).
[2] Rimando ai post: “In Francia si muore da artisti”; “Roger Nimier” e “Il ritorno dell’Ussaro Blu” (nelle note).
Ovvero:
https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2013/03/in-francia-si-muore-artisti-e-si-puo.html
https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/11/roger-nimier.html
https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/09/ilritorno-dellussaro-blu-rogernimier.html
[3] Attendo ovviamente critiche al riguardo di quest’ultima: non si tratta della mia modella preferita, ma ne rispetto le capacità e la britannicità.
Considerando che nella produzione saganiana c’è anche un beau livre dedicato a BB, se fosse ancora viva magari  delle righe sulla nichilista Caterina albionica le avrebbe anche scritte.