"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



giovedì 23 gennaio 2014

1994


1994

 

Ricevo il nuovo post che qui di seguito pubblico da EKS (la quale ho già ospitato qui con altri scritti: cercateli con l’etichetta “EKS”).

 

Siccome non sono di quelli che si riscrivono la vita, posso sintetizzare il mio pensiero di allora sulla morte di Kurt Cobain così (ispirandomi a un verso dei Manic Street Preachers ([1])): “I just blinked when Cobain died”.

 

 

                                                                                                          Steg

 

 

 

 

1994

1994 a gennaio, muore mia nonna. Ricoverata per una bronchite, presa nonostante gli inutili vaccini anti influenzali e aggravatasi rapidamente. “E je ore di papuzasile vie” aveva detto sorridendo: “è ora di sciabattare via”. Ma no, nonna, vedrai che ti sistemano subito, in una settimana sei a casa. Ho appreso tutto da mia nonna senza che mi insegnasse o mi dicesse cosa fare. Ho sempre pensato che il suo modo di comportarsi fosse quello corretto è l’ho adottato, imprinting, come gli anatroccoli.
L’ultima immagine che conservo, è del cadavere nella bara nella cappella mortuaria dell’ospedale, con le mani cristianamente intrecciate sul petto, le dita irrigidite dal rigor mortis che fanno pressione, le labbra cucite dall’interno con un paio di punti. Un tempo si metteva una fascia per tenere la mascella del morto serrata, si vede anche nei film del dopoguerra con Totò, era pratica diffusa. Nel 1994 danno un paio di punti di sutura.
Evidentemente la morte ci lascia con la bocca aperta.

Sono stata a diversi funerali, ma non ho mai visto una persona morta. Gli incaricati del funerale danno anche due avvitate alle viti del coperchio della cassa, con il trapano, frullante e rimbombante nel silenzio dei sotterranei dell’ospedale, per evitare che si apra nel trasporto, immagino. Normale amministrazione, irrispettosa del sentire dei parenti. Fa freddo, non mi ricordo nulla del funerale.

 

Non avendo molto per cui rimanere, vado a Londra. Mi ospita una famigliola tranquilla, lui ha una società edile, lei è impiegata in comune, due ragazzini selvatici ai quali insegnare almeno a masticare a bocca chiusa e arginare le loro gare di rutti serali con la Pepsi. Laura di 11 anni, indecisa tra bambole e orsetti e mettere il lucidalabbra, di nascosto. Gregory di 9 anni, refrattario alla scuola, con grandi sogni da calciatore, con la smania di essere accettato da compagni di classe e compagni di squadra.
Il nostro vicino di casa David, sui 14 anni, ogni tanto bazzica da noi, per noia. Ha un fratello che non esce di casa, salvo il sabato, quando va con il padre a giocare a golf, pare abbia iniziato a frequentare corsi al college, ma si è ritirato subito, non si sa per quale motivo, e non è più uscito di casa. La faccenda è ammantata da fitto mistero e i ragazzi ci tengono un sacco a proteggere le loro informazioni e sbandierare il loro ruolo di persone parzialmente informate sui fatti.

 

Una sera di aprile, David viene a casa nostra in lacrime gorgogliando frasi indistinte tra un singulto e l’altro. Non capisco cosa sbiascica tirando su con il naso, ma è una faccenda grave. Gregory prontamente traduce il bofonchìo in una frase comprensibile “Cobain has blown his brain out”.
1994 a marzo, è apparso sui giornali italiani che Cobain ha forse tentato il suicidio a Roma, me l’ha detto mio padre al telefono. Se mio padre è al corrente della situazione, è davvero di dominio pubblico, è inevitabile. Essendo la più adulta in casa, sopraffatta dalla responsabilità della gestione delle giovani menti che mi guardano allarmate, mi sento in dovere di tranquillizzare tutti sulla perfetta normalità e ineluttabilità di quanto avvenuto.
 

Non so se sono rimasta male, mi piace Cobain, ha sempre avuto l’aria di uno votato al martirio, non può non piacere. Ma mi dà ai nervi Cobain, principalmente a causa di sua moglie.
Che grave perdita: risuonano tappi di champagne stappato in ogni redazione di quotidiano e rivista, olio alle rotative, vai d’incassi! Seguono immagini del funerale, Michael Stipe che sorregge la vedova.
I miei selvatici ragazzi trovano che il mio atteggiamento di accettazione dell’inevitabile li distingue dai loro amici e compagni di scuola. Il mio imprinting funziona sugli anatroccoli Laura e David. Gregory si conforma ai suoi amici, non ha bisogno di rinascimentale sprezzatura, a nove anni.

 

 

                                                                                                                      EKS

 

 

 
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[1]I laughed when Lennon got shot” (da Motown Junk).

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