"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



lunedì 11 settembre 2017

“ATTACCHEREMO PALAZZO MARINO IN FILOBUS” (i testi dei primi Decibel)


“ATTACCHEREMO PALAZZO MARINO IN FILOBUS”

(i testi dei primi Decibel)

 

 

Il 2017 è l’anno del ritorno sulla scena dei Decibel capitanati da Enrico Ruggeri.

Riascoltare i loro primi due album e quel singolo intermedio evasivo in quanto le canzoni altrimenti non disponibili ([1]) aiuta nuovamente a ricordare cosa succedesse a Milano a quei tempi e cosa rimanga oggi almeno nelle menti di alcuni, pochi invero.

 

Con tutta evidenza – tardiva – nell’autunno 1978 probabilmente non c’era (molto) tempo per ascoltare anche i Decibel, e forse nemmeno danaro in tasca per comprare anche quel disco ([2]): considerate un po’ quali furono le uscite di quei mesi, mentre si cercava ancora di assimilare il 1977.  

 

Con Pino Mancini (uno dei chitarristi del gruppo) divisi la classe alle scuole medie.

Ai Decibel tirammo qualche manifesto appallottolato in occasione del primo concerto (su due) che aprirono a Milano per Adam and the Ants: era il 16 ottobre 1978.

E allora? Non è questione di contarci fra superstiti 39 anni dopo, bensì di ricordarsi chi siamo, ancora, senza la pretesa di scavalcare le interpretazioni autentiche fornite da Enrico Ruggeri.

 

Il titolo del post evidentemente è una iperbole (anche perché a Milano nessuna linea filoviaria raggiunge Piazza della Scala) , ma “filovia” è nel testo di una delle canzoni del primo album decibeliano.

 

 

PUNK

 

“Figli di …”.

Questo è un disco milanese, e quindi i protagonisti hanno genitori che leggono il Corriere della sera ([3]).

Siamo fuori dall’ingranaggio se abbiamo capito di cosa si sta cantando. Ancora oggi siamo “i figli”, nel senso che non siano entrati a far parte dei “servi”.

Secondo un modo di dire, a sinistra c’erano i pirla con il Burberry’s, a destra invece quelli con la giacchetta di renna. Ecco noi ci siamo salvati dagli opposti estremismi modaioli oltre che da quelli non modaioli ma in divisa (vedi eskimo), semmai indossando un giubbotto di pelle nera.

 

“Paparock”.

La censura cattocomunista (per usare un termine dell’epoca) aleggia: ecco quindi che la voce di Ruggeri è alterata e il testo della canzone non è riprodotto con gli altri.

Per fortuna noi ci siamo salvati sia dal pontefice r’n’r, sia dai preti in maglione (CL o sinistra poco importa); non è accaduto a molti.

 

“LSD Flash”.

Sono tentato di dire “fate voi”.

Poco rock ‘n’ roll di vaglia. Il sesso come droga? Ma perché LSD: metrica?

 

“Superstar”.

Ruggeri su questa canzone ha già detto e scritto più volte tutto.

Io senza di lui continuo a non pensare a John Lennon, penso al filobus (linee 90 e 91).

Concludo che il protagonista della canzone non abbia ucciso il suo idolo, perché senza il suo idolo il fan muore.

 

“Il leader”.

Mirabile sintesi della vita studentesca fra licei e istituti tecnici italiani (e milanesi in particolare) fra il 1972 e il 1978.

Sorta di completamento a contrario di “Figli di …”, con essa si spiega perché altri (ed io) ci siamo salvati grazie alla musica e al punk in particolare.  

 

“New York”.

Questo è il mio tallone d’Achille.

Avendo visitato Gotham City sin dal 1975, ho sempre sentito ingenuità fra le righe.

Comunque un po’ di Lou Reed, di Taxi Driver e di scena musicale cui si anela sono evidenti.

 

“Col dito … col dito”.

Chi ha anche “solo” 40 anni non ha la percezione del femminismo militante, che però quaranta anni fa (appunto) si scontrava con i “cazzi duri” dei compagni maschi.

Alla fine era muro contro muro fra i due sessi, tale da portare anche – e in questo io plaudo – a una sisterhood che scavalcava quasi tutte le barriere politiche.

Ma ciò posto, la canzone critica i peggiori aspetti del femminismo.

Mentre io dedico queste righe alla mia compagna di classe Stefania Bosio, femminista e fascista, picchiata dal servizio d’ordine trotzkista del liceo con regolarità impressionante.

 

“Il lavaggio del cervello”.

Si chiude come si è iniziato: dichiarando la propria non accettazione della omologazione – con qualche contentino, stavolta non a rate ([4]) bensì calcistico – entro una massa non pensante.

 

 

 

“Indigestione disko”/ “Mano armata”

 

“Indigestione disko”: verrebbe da chiedersi se serve una analisi.

La “k” ricorda quella di “Kossiga” (Francesco; che la “meritò” come ministro dell’interno nel 1977): ovvero la accezione positiva del negativo che originò nel novembre 1962 con Diabolik si era persa.

La grandezza di questa canzone (troverete analogie tematiche nella solista “Generazione combustibile” ([5])) è il disprezzo per quella dozzinale evasione dal quotidiano che era ed è la spina dorsale della sconfitta del proletariato a sinistra ([6]) ma anche e ancor di più di quella piccola e giovane borghesia impiegatizia – di cui i figli di quei proletari arrivano a far parte – che teme di perdere quanto comprato a rate (allora poche) dai propri genitori.

 

“Mano armata” ([7]).

Il proletariato – politicizzato o meno – è incazzato. Ma cambiano i modi di esprimere la rabbia.

A Milano le “batterie” (così si chiamano le bande di delinquenti) sparano. Per i boss piccoli gregari giocano a poker o a dadi, nelle bische o alla luce dei lampioni di piazze ([8]).

Ecco quindi che questa canzone (di cui esiste anche una versione con un testo più duro) fissa l’idea dell’esproprio, che non è “proletario” per ideologia di estrema sinistra, bensì per uscire dalla dimensione sociale di partenza di chi lo compie.

 

 

 

VIVO DA RE

 

“Il mio show”.

Onestamente, vedo pochi proclami.

A parte una “marchiatura” bovina della ennesima donna sbagliata, che pretende cultura, lo skerzo forse è sparksiano.

 

“Supermarket”.

Non molla la rabbia anticonsumista del primo album, con ammiccamenti tezstuali a una trasmissione televisiva dedicata ai fumetti (“Gli eroi di cartone”).

La miopia di chi ascolta è evidente: è la estrema destra, e non la estrema sinistra, a criticare il consumismo; la seconda lo sfrutta.

Sul tema dei consumi Ruggeri tornerà molti anni dopo con “Centri commerciali”, ma questa volta il prezzo del consumismo è ancora più alto: solitudine non volontaria.

 

“Pernod”.

Come noto, questa canzone sventa un suicidio del suo autore.

Forse anche perciò una sua nuova versione è inclusa nell’album del 2017 Noblesse oblige.

 

“Ho in mente te”.

La cover di una canzone della Italia “complessista” ([9]) e “beat”; anni sessanta.

Certo avessero scelto “Pugni chiusi”, “Ragazzo di strada”, o “La quindicesima frustata” sarebbero stati più taglienti.

Prendiamola come la pausa in angolo fra un round e l’altro.

 

“Sepolto vivo”.

Bravi!: Edgar Allan Poe?

Kafka oppure The Damned o solamente Zio Tibia?

 

“Vivo da re”:

Quoi faire?

Autentico albatros ruggeriano, cui non credere quando anche nel 2016 egli sostiene il suo immedesimarsi in una rock star a lui estranea oppure futura.

Questa canzone sta a Enrico Ruggeri come L’infinito sta a Giacomo Leopardi, in quanto è la canzone, fra le più belle, per cui è più spesso ricordato.

Le stimmate del lost boy sono incancellabili, Ma per assurdo esse fanno male non a chi le porta, se questi accetta di portarle.

Opera musicale che mi pare insuscettibile di essere riferibile anche a una donna come voce narrante.

Non vi basta? C’è un mio post su di essa: http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2017/01/vivo-da-re.html .

 

 

“Contessa”.

Ancora vezzi musicali figli della nuova formazione: Steve Harley e i suoi Cockney Rebel?

Per tutto il resto rivolgetevi ai soliti critici musicali, anche recentemente smentiti da Ruggeri.

Il finale è ovviamente debitore di The Stranglers.

 

“A disagio”.

“Sepolto vivo” parte seconda?

Certo il tenore sia musicale sia letterario non si avvicina nemmeno alla tragedia – meno “ombelicale” di quanto si possa pensare – di “All The Madmen” di David Bowie.

Prendiamola dunque per ciò che è.

 

“Teenager”.

Vi dico Serge Gainsbourg e Jane Birkin.

Vi dico: Maurizio Arcieri e Christina Moser.

Cioè vi dico l’opposto di quanto declamano i Decibel. O no?: “rimani qui”.

 

“Tanti auguri”.

Gli spigolosi che non amano i compleanni.

Ricompare la “fossa” poeiana (qui faustiana).

fard”: se non è “Time” (ancora David Bowie ([10])) allora è la crepuscolare Gloria Swanson.

 

“Peggio per te”.

Indubbiamente esiste un problema: i Decibel (o Enrico Ruggeri) con le donne non vanno d’accordo a lungo.

Tranne con una: la destinataria di “Vivo da re”.

Occorre però essere sinceri e confessare la propria decadenza.

 

“Decibel”.

Necessariamente anthemica.

Eppure classica come l’ultimo saluto di Leonida alla propria moglie prima di partire per le Termopili.

Vinti mai: si muore solo in battaglia, la propria, dunque esistenziale. 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Una stranezza per l’Italia, tipica prassi invece nel Regno Unito per tutto quanto originasse dal punk.
[2] Ed infatti la mia copia me la vendette Tonito.
[3] Già esistevano La Repubblica, il Giornale (allora “Nuovo”) fra i quotidiani del mattino.
[4] Repetita juvant? Comunque allora non c’erano TAN e TAEG.
[5] Dall’album Polvere.
[6] Sconfitto dalla pelliccia di (finto) visone per la moglie.
[7] Non esiste una norma che parli testualmente di “rapina a mano armata”, ma convenzionalmente tale è quella considerata nel’articolo 628, comma terzo, n. 1), del Codice Penale. 
[8] Come quella di fronte alla stazione ferroviaria di Porta Garibaldi.
[9] Si chiamavano “complessi”, allora. Poi sono venuti i gruppi e quindi le band.
[10] Ognuno ha i suoi riferimenti.

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