"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



venerdì 7 ottobre 2022

HOUELLEBECQ TURISTA A NEW YORK CITY (“Know your enemy”) (Sniper series – 45)

 

HOUELLEBECQ TURISTA A NEW YORK CITY (“Know your enemy”)

(Sniper series – 45)

 

[Premesso che continuo a non capire come mai La nave di Teseo (leggasi Elisabetta Sgarbi) non offra a Aldo Busi di pubblicare il suo - appunto inedito - ultimo romanzo,] Rilevo (courtesy of L'Avvenire) che per quei tipi è in uscita una raccolta di scritti di Michel Houellebecq, Interventi: il quotidiano cattolico (in data 5 ottobre 2022) ci offre uno suo scritto su NYC.

 

Lo scritto di Houellebecq peraltro è banalotto: verosimilmente egli non ha frequentato NYC in decadi diverse, non ha letto Jerome Charyn, non ha letto Nik Cohn, ... (Vogliamo anche citare i romanzi The Wanderers e quelli che hanno ispirato Carlito's Way? Perché qui si confonde un Borough con cinque e non va bene), non ha letto Ed McBain, quid due film di Spike Lee (Son Of Sam e The 25th Hour, il secondo tratto dall'omonimo romanzo), Abel Ferrara, e pure Yves Adrien del suo primo libro?

 

 

                                                                                                                      Top Shooter

 

 

 

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giovedì 29 settembre 2022

TRIESTE

 TRIESTE

 

Secondo Daniele Del Giudice ([1]) (ne Lo stadio di Wimbledon) Trieste ha un mare che finisce: in effetti guardandolo, ad esempio dal molo Audace ([2]), sembra che esso finisca a sinistra, dove si trova quella che una volta era la Jugoslavia.

 

Ho conosciuto Trieste da scolaro delle elementari (sette anni e la seconda classe finita: allora c’era l’esame di ammissione per la classe terza).

Mi ricordo del Pinguino Marco all’Acquario, post mortem è un simbolo ([3]), e di questo lungomare in effetti un poco particolare.

 

C’è Trieste in alcune “storie” di Giorgio Scerbanenco, due hanno il nome della città nel titolo, ma non ho censito tutto ([4]).

 

Non scrivo della città della Bora (il vento) e di Umberto Saba, Italo Svevo, James Joyce o altri, in quanto non scriverei miei pensieri.

Ogni tanto affronto Claudio Magris, e allora magari indico il Caffè San Marco (dove però l’ultima volta quello che per me è il rito del Martini Dry ([5]) – o Martini Cocktail se preferite – è stato un supplizio pari a quello di chi vede il chirurgo incapace che lo stato operando, nonostante l’anestesia) che è il suo preferito.

 

Cerco di seguire un ordine circa cronologico per quel che mi riguarda, e quindi cito – sebbene non essenziali – i romanzi gialli di Veit Heinicken, ambientati solitamente a Trieste, appunto, da questo expat tedesco un po’ troppo politicamente corretto, cioè sempre filo-noglobal ([6]), , ma a casa d’altri dove – non occorre essere Silvio D’Arzo – bisognerebbe essere più educati.

 

Per un curioso gioco di “sponde” in un ideale biliardo intellettuale, da Emilio Salgari sono ritornato a una presentazione di Giampiero Mughini che già conoscevo e quindi al suo libro, il cui titolo dice tutto, In una città atta agli eroi e ai suicidi. Trieste e il “caso” Svevo ([7]).

Ho così scoperto Renzo Rosso, scrittore ([8]) – purtroppo (per le ricerche) omonimo dell’imprenditore – anch’egli nato nel capoluogo giuliano.

 

E poi quello “sconosciuto-conosciuto” di Roberto Bazlen, evocato da Mughini e già romanzato da Del Giudice nel suo Stadio …, forse soggetto di un numero eccessivo di biografie, che invece da Trieste cercò sempre di andarsene per sempre ([9]), riuscì a morire a Milano.

 

Siccome al lettore medio piacciono le figurine, troverete la firma di Mauro Covacich, ma non da copia del suo volume su Trieste ([10]).

Volume che mi fa concludere nel senso che non serve leggere di Trieste se non ci si è stati, quindi c’è chi non avrebbe dovuto leggermi.

 

 

Dedica dell'autore, forse sprecata

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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Avvertenza: due titoli in prosa dell’Autore risultano ridondanti: quelli contenuti ne Mania e quello intitolato Nel museo di Reims sono tutti compresi ne I racconti che quindi soddisfa i non bibliofili.
Per le opere narrative di più lungo respiro, ogni critico ha la sua opinione, a parte l’esordio wimbledoniano (molto ambientato a Trieste, evidentemente) Staccando l’ombra da terra (finta antologia di racconti) mi pare molto interessante, e evidentemente può far pensare al pittore Roberto Crippa: https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Crippa.
Per i più curiosi: è poco citata, ma Ida Zilio Grandi è la vedova di Del Giudice.
[4] Altro romanzo ha un protagonista friulano (Al servizio di chi mi vuole): non confondete mai friulani e giuliani.
Scerbanenco, che triestino non era e italiano di nascita solo per madre, visse negli ultimi anni a Lignano Sabbiadoro (Udine).
[7] Milano, Bompiani, 2011.
[9] Tutto Bazlen è pubblicato da Adelphi in un volume intitolato, a scanso di equivoci: Scritti, più volte ristampato.
Riconoscendogli per una volta merito, rinvio anche a Bobi, di Roberto Calasso (sempre Adelphi, 2021).
[10] Trieste sottosopra. Quindici passeggiate nella città del vento, Collana Contromano, Roma-Bari, Laterza, 2006 e poi ristampato.

martedì 13 settembre 2022

TCHAO PANTIN (breve storia di una “fissa” doppia)

TCHAO PANTIN
(breve storia di una “fissa” doppia)

 

Su questo argomento, ho già scritto, molti anni fa entro un post più ampio ([1]).
Per quanto qui rileva, così sintetizzavo (ometto la nota a piè pagina):
“[il film] Tchao Pantin, tutt’altro che plastificato, ma tratto da un polar (o meglio noir) peculiare del 1983 (il romanzo è dell’anno precedente, scritto da Alain Page, noto, allora, appunto come scrittore di genere).
“Il protagonista è un Coluche stratosferico, drammatico (lui che era “un comico”), ci sono riferimenti alla scena musicale punk della capitale (compare il locale Le Gibus).
“La colonna musicale e sonora fu realizzata da CharlÉlie Couture in stato di grazia”.

 

Tutto comincia intorno alle ore 23, una sera di estate del 2004, in una località di villeggiatura tedesca: Inseln Im Bodensee.
In camera, cambio canale televisivo alla ricerca di qualcosa di interessante (ogni tanto capita) e finisco sui titoli di coda di un film, peraltro doppiato in lingua locale: mi colpisce la colonna sonora (che allora non so essere anche musicale), i colori bluastri, ma rimane un film senza nome, tranne che per il protagonista Coluche ([2]) il cui nome scorre nei crediti (evidentemente ho perso la riga del titolo, oppure mi pareva strana e ho scritto qualcosa di simile).
Mi annoto qualcosa, e tornato a casa mi metto a cercare, e finalmente arrivo al titolo.
Quindi compro il DVD (scopro essercene una edizione in due dischi e mi rivolgo a quella) e da lì arrivo al romanzo che acquisto un paio di giorni dopo.

 

Diamo a Cesare quel che è di Cesare (se siete curiosi) ([3])

 

Eh, ma non basta!
Devo avere la colonna sonora: se ben ricordo, ho comprato il disco perché non trovavo il CD, poi ho recuperato anche quest’ultimo.

 

A questo punto, però succede che devo conoscere la discografia di CharlÉlie Couture.
Dopo una mezza dozzina di album mi trovo a comprare una sua biografia, una sua raccolta di racconti, eccetera.

 

Senza preavviso, ogni tanto riaffiora Tchao Pantin, oppure CharlÉlie Couture.
(continua?)

 

 

BONUS: testo della canzone-titolo del film:

“'TCHAO' (LES NUITS SONT TROP LONGUES)” (di CharlÉlie Couture)

 

Quand les nuits sont trop longues
Quand le sang tourne en rond
Dans les vapeurs d’essence
Dans les rêves qui s’embrument
Des envies qui se balancent
Et des moteurs qui fument
Besoin d’un voyage à défaut d’amour
Besoin de se perdre plutôt que souffrir
Besoin de courage à défaut de bravoure
Besoin d’exorciser la violence d’un souvenir
Besoin d’un voyage à défaut d’un détour
Besoin d’accélérer plutôt que s’enfuir

Quand les remords grillent le cœur
Quand la mort fait trop peur
Dans la ville qui se referme
Y’a de l’alcool dans les veines
Du feu sous l’épiderme
D’la poudre aux yeux qui traîne

Besoin d’une image à défaut d’un discours
Besoin de bouger plutôt que subir
Besoin d’un peu d’humour à défaut d’un message
Besoin d’se défendre plutôt que gémir
Besoin d’éclairage à défaut du jour
Besoin d’amitié plutôt qu’se démolir...

 

 

 

                                                                                                                      Steg



 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

Immagine di 
copertina di numero della rivista con dossier
del film 

 

 

© 2022 e 2023 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia e 1983 CharlÉlie Couture per la canzone.

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lunedì 25 luglio 2022

LOVE AND LOSS (Tombstone series – 80)

 

LOVE AND LOSS

(Tombstone series – 80)

 

L'amore è malinconia, tenendosi per mano ininterrottamente per paura di perdersi.

 

 

                                                                                                                       Steg

 

 

 

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martedì 12 luglio 2022

DAVID BOWIE, MORRISSEY, ALDO BUSI (note marginali su talento e mercato)

 

DAVID BOWIE, MORRISSEY, ALDO BUSI

(note marginali su talento e mercato)

 

Questo post trae origine dall’ennesimo ascolto di Metrobolist, album di David Bowie che si risolve ([1]) nella “nuova versione” di The Man Who Sold The World ([2]) ([3]).

 

La riflessione che ne è conseguita, e che si è arricchita con riferimento ad altri due autori (anche artisti, direi, entrambi), è rispetto a un dettaglio spesso trascurato: “chi decide cosa pubblicare/distribuire” ([4]).

 

La storia della musica fonografica” offre innumerevoli esempi, ma qualcuno è più significativo di altri.

È quasi evidente che se RCA pone “sotto contratto” Elvis Presley dopo averlo comprato dalla Sun Records, lo pubblicherà: meno evidente è il successo di Elvis (1956).

Stesso ragionamento se si decide di scommettere su artisti nati morti commercialmente, come Velvet Underground e The Stooges.

Ma pensate a David Bowie: artista non esordiente, con alle spalle insuccessi fonografici: finalmente nel 1969 il successo con il singolo “Space Oddity”, ma l’album (che inizialmente ha ancora il solo nome dell’artista, come il primo) non sfonda.

Solo la tenacia della poi moglie, Angela Barnett, e del nuovo manager, Tony Defries, conducono l’artista londinese al nuovo contratto con la Mercury Records che, evidentemente, crede nel nuovo album, sebbene anch’esso non sarà un blockbuster: è appunto The Man Who Sold The World.

E Defries riuscirà a portare in RCA (coincidenza) David Bowie ([5]). Il resto è storia.

 

Ora andiamo al 2022 (ma se ne poteva scrivere anche l’anno scorso, gli è che nulla è cambiato), per due casi opposti al precedente.

Cronologicamente non sono in grado di indicare chi “non arriva” per primo fra loro, ma per adiacenza artistica, musica, comincio con Morrissey ([6]): artista musicale di grande successo, prima con The Smiths e poi come solista.

Ebbene: Morrissey da qualche anno è senza un “contratto”, e dal 2021 ha pronto un nuovo album di studio di inediti, non pubblicato: Bonfire of Teenagers ([7]). Perché?

 

Aldo Busi, autore italiano fra i più noti e discussi ([8]) si trova in una situazione analoga a Morrissey: un romanzo “pronto” dalla fine del 2021, sul titolo non v’è certezza, ma è senza editore ([9]).

 

In conclusione, forse ovvia: il talento non basta, e nemmeno il potenziale commerciale e, aggiungo, nemmeno le nuove tecnologie, perché poi un fonogramma o un libro smaterializzato non hanno grande fascino per artista e autore.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[4] Verbi usati in accezione tecnica: si considerino gli articoli 12 e 72 della legge n. 633 del 22 aprile 1941, nonché l’interpretazione prevalente data alle modalità di pubblicazione delle “opere musicali”.

[5] Fra l’altro, per merito di Defries David Bowie sarà proprietario dei propri “master recording”, cioè delle proprie registrazioni

[7] https://www.nme.com/news/music/morrissey-announces-new-album-bonfire-of-teenagers-the-best-album-of-my-life-2952106

lunedì 4 luglio 2022

L’EQUIVOCO INFANTILE (Peter Pan vs. Antoine de Saint-Exupéry)

 

L’EQUIVOCO INFANTILE

(Peter Pan vs. Antoine de Saint-Exupéry)

 

Desidero rassicurare i lettori: il sottotitolo è pensato, autori e personaggi evocati mi sono noti in scala maniacale ([1]).

 

Il pensiero può essere banale oppure no, e quindi anche queste righe potrebbero essere poche, oppure molte.

 

Il raffronto è fra le rispettive ([2]) opere più importanti dei due autori evocati: James Mattew Barrie e Antoine de Saint-Exupéry. Sintetizzando: Peter Pan e Piccolo Principe ([3]).

 

Sono forzosamente tenuto a ragionare per canoni non mondiali, non ne sarei in grado: quindi posso solo scrivere delle sensazioni e delle deduzioni.

 

Ora pensate alla vita di donnaiolo dell’autore francese e a quella sicuramente meno poligama dell’autore scozzese.

Bene: atteggiamento bonario nei confronti del letterato di Lyon; mentre “contra Barrie” il suo eterno bambino (nemmeno ragazzo inizialmente: un neonato abbandonato o “perduto” ([4])) diviene addirittura una sindrome maschile: forse per la “bigamia” di Peter ([5])?

 

Il Piccolo Principe è il porto sicuro per il libro da regalare ai giovani lettori. Peter Pan fuori dal mondo anglosassone un poco meno.

 

In realtà, la creatura di Saint-Exupéry non è poi così innocente: almeno a pensare alla passione per lui avuta da James Dean e da Orson Welles e da Morrissey ([6]).

 

Insomma, io starei più attento a scagliare la prima pietra. Poi ciascuno può fare le proprie scelte.

 

Io mi schiero con i lost boys e il loro capo, altresì in ragione di un romanzo che (anche a un non-beatlesiano come me) dimostra la eternità tendenziale – cioè il non invecchiare (e come potrebbe?) – di Peter Pan: Jardines de Kensington dell’argentino Rodrigo Fresán ([7]).

Diversamente, il Piccolo Principe lo trovo un poco invecchiato.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Basti considerare che mi procurai una banconota fior di stampa da 50 Franchi Francesi in collezione, visto che già scrivo del perdente nel confronto.

[2] In realtà, Barrie ha scritto non poche versioni – con titoli diversi – di “Peter Pan” inizialmente nemmeno personaggio principale, e innanzitutto poi per il teatro.

Per ogni approfondimento rimando al volume che raccoglie la produzione barriana: The Collected Peter Pan a cura di Robert Douglas-Fairhurst, edito da Oxford University Press, 2019.

[3] Petit Prince ma inizialmente pubblicato in lingua inglese come Little Prince. Per completezza l’articolo determinativo precede l’altrimenti nome generico del personaggio.

[4] Continuo a chiedermi se “lost” non sia meglio tradurlo con “perso” come un oggetto smarrito (altra opzione di traduzione).

[5] I personaggi femminili in questione sono Tinker Bell e Wendy Darling.

[7] Inizialmente pubblicato nel 2003.

Una edizione italiana ha avuto poco successo.

giovedì 23 giugno 2022

LA MORTE DELL’ANFIBIO? (Whatever happened to Disciplinatha is not amusing)

 

LA MORTE DELL’ANFIBIO?

(Whatever happened to Disciplinatha is not amusing)

 

Autocritica e rigetto delle facili consolazioni: potrebbe essere un – altro – titolo.

 

Dario Parisini è morto da pochi giorni: il 9 giugno 2022.

Sua la frase “anteporre la postura dell’anfibio al trascinarsi sfatto della ciabatta” ([1]).

 

Su quella frase, costruii il titolo di un mio post che ha avuto discreto numero di lettori: “LA POSTURA DELL’ANFIBIO” (Nemo Disciplinatha in patria) ([2]).

In questa sede, basta ricordarne un frammento senza note a piè di pagina (che trovate partendo dalla “stringa” dello scritto): “Queste righe non hanno una struttura organica, se non quella di essere forme di pensieri occasionati da un documentario edito in formato DVD di 68 minuti intitolato Questa non è una esercitazione, realizzato dai Disciplinatha sui Disciplinatha”.

 

Nel 1984 (o era il 1981), ricordo che ero a Londra, vidi in metropolitana un ragazzo con la punta di uno dei suoi anfibi tenuta insieme da nastro adesivo per imballaggi.

 

Oggi ho confrontato il mittente della mia copia del cofanetto, formato CD, de Tesori della patria ([3]) con quello del DVD, separato, del documentario – regia di Alessandro Cavazza – che non è stato più, formalmente, ripubblicato da quasi un decennio (è compreso appunto in detto cofanetto), ma che è invece disponibile ([4]). Il mittente è lo stesso, quanto all’indirizzo, dei due “prodotti”.

La vicenda era nota a Parisini?

 

L’anfibio, dunque, non è nemmeno tenuto insieme dal nastro adesivo, esso si è trasformato in un paio di lise scarpe da ginnastica, di cui prima o poi una si “aprirà davanti” come la bocca di un pesce.

 

Non è la prima volta che ho notizia di vicende del genere: fra i diretti interessati volano sempre stracci alla fine. E crolla la stima, anzi crollano più stime e anche altro.

 

Sic transit gloria mundi.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Si trova sia nel documentario di cui “devo” nuovamente occuparmi, sia nel libro biografico scritto da Giovanni ROSSI, Tu meriti il posto che occupi – La storia dei Disciplinatha, Milano, Tsunami (prima edizione numerata con copertina cartonata, 2019).

[4] Ero stufo di dover ogni volta, letteralmente, svitare i bulloni per aprire il cofanetto e recuperare il DVD.