"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



venerdì 24 gennaio 2014

BIG STAR E ALEX CHILTON (una innegabile eredità musicale)


BIG STAR E ALEX CHILTON
(una innegabile eredità musicale)

 
Se i Big Star fossero stati più popolari, probabilmente non mi sarebbero piaciuti.
Data la mia quasi idiosincrasia per The Beatles, al fastidio ogniqualvolta ad una compagine musicale viene attribuita qualche somiglianza con loro ([1]) si aggiunge anche un maggior fastidio ove si assiste a una banalizzazione da successo commerciale dell’artista di turno.
 
Con il gruppo di Memphis, Tennessee, questo non accade.
Stante l’incomprensibilità del termine “power pop” per definire un ipotetico genere musicale ([2]), è più semplice lasciar perdere; anche perché, con discreto ossimoro, avremmo dei ragazzi di Memphis ispirati da britannici che si sono ispirati al genere blues che evidentemente nel Tennessee è una sorta di “cespite musicale”.
 
A un certo punto della vita di una persona che ascolta molta musica non di “corrente principale”, capita(va)no in casa gli album di due gruppi statunitensi: New York Dolls e Big Star.
Diciamo che non necessariamente “dovevano” arrivare tutti, anche perché non vi sono molti punti musicali in comune fra questi artisti (se non che entrambi conoscono bene quello che è stato creato prima di loro), ma dato che la discografia di studio essenziale di entrambi è costituita da due soli dischi ([3]), non è mai stato proibitivo conoscere l’intera produzione di Bambole e Stelle.
In realtà, ritengo che sia piuttosto difficile fermarsi nell’arricchire la propria collezione, almeno rispetto agli uni o agli altri: l’archeologia per entrambi è cominciata relativamente presto e quindi con il passare degli anni (e dei formati fonografici).
 
Esiste, forse, un punto di etereo contatto stilistico fra le due band: il primo album del gruppo fronteggiato da Alex Chilton si apre con “Feel” che suona molto Todd Rundgren, cioè il produttore artistico dell’esordio eponimo delle Dolls.
E, magari, seguendo la linea townshendiana non tutti sono torti, in quanto Rundgren capitanò i più britannici degli statunitensi: i Nazz ([4]).
 
Con Alex Chilton ([5]) condivido la data di nascita: 28 dicembre.
Ma Alex è stato anche un ragazzo meraviglia: giovanissimo aveva già fronteggiato The Box Tops: oltre il milione di copie con il singolo “The Letter”, la registrazione è quella demo (tutto senza X-Factor e, per contro, Elvis Presley non in disarmo).
 
La storia dei Big Star è quella di aspettative deluse, successi preannunciati che hanno girato nel punto sbagliato, ... ([6]).
Con ovviamente conflitti interni e egocentrismi di statura colossale, ma entro un mondo che si chiama, lo ripeto, Memphis ([7]) e non Springville, ed ivi si trovano i leggendari Ardent Studios ove si registrano le fatiche dei quintessenziali alfieri del ... power pop e cioè oltre a Chilton: Chris Bell (l’altra meta del nucleo creativo), Jody Stevens e Andy Hummel.
 
Le strade che potete percorrere anche da soli ovviamente non ve le disvelo, secondo la linea impressionista ([8]) del blog.
Posso solo mettervi in guardia rispetto alla pletora di varianti versioni della stessa opera musicale registrata dalle, instabili e susseguentesi, formazioni dei ([9]) Big Star.
 
Il fatto è che, per Alex Chilton la storia artistica sembra ricominciata per la terza volta “dalle parti del punk”: solista e autorevole ispirazione fra i reietti, si costruisce una carriera di album più o meno misconosciuti, fra loro anche sovrapposti seppur non coincidenti, padrino suo malgrado di una bohemia urbana, ovviamente darling dalle parti della manhattanita Bowery, senatore quasi senza platea per le sue orazioni a sei corde, anche triumviro con Alan Vega e Ben Vaughn, eccetera.
 
Poi ci sono le “riformazioni” per quelli che sono cosi nostalgici che sosterrebbero anche che Ringo Star sia un bravo batterista.
Dalla intervista del 25 aprile 1993 concessa dopo il concerto alla Missouri University ([10]) si percepisce il disagio del frontman.
 
Brutalmente e bruscamente: anche dopo la morte del bello e dannato Alex il 17 marzo 2010 (comunque molto più longevo di Bell deceduto il 27 dicembre 1978 ([11])), la Grande Stella continua a brillare per gli appassionati più maniacali e per i neofiti.
E forse è un bene perché i Big Star (e le NYD) devono ancora entrare, necessariamente, in molte case.
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Devo dire che, per fortuna, non mi è mai capitato che un gruppo che ascolto fosse assimilato agli U2, di cui tollero solo Achtung Baby e Zooropa dati i riferimenti urbani, Berlino, e la produzione, Brian Eno.
[2] “Power pop is a popular musical genre that draws its inspiration from 1960s British and American pop and rock music. It typically incorporates a combination of musical devices such as strong melodies, clear vocals and crisp vocal harmonies, economical arrangements and prominent guitar riffs. Instrumental solos are usually kept to a minimum, and blues elements are largely downplayed.
“Recordings tend to display production values that lean toward compression and a forceful drum beat. Instruments usually include one or more electric guitars, an electric bass guitar, a drum kit and sometimes electric keyboards or synthesizers” (dalla relativa voce di Wikipedia).
Eppure il termine sembra essere stato inventato da Pete Townshend! “Power pop is what we play—what the Small Faces used to play, and the kind of pop The Beach Boys played in the days of ‘Fun, Fun, Fun‘ which I preferred“: Altham, Keith. “Lily Isn’t Pornographic, Say Who”, NME, 20 Maggio 1967.
[3] Rispettivamente: New York Dolls (1973) e Too Much Too Soon (1974); #1 Record (1972) e Radio City (1974).
[4] Tre album per lo meno da vagliare ed antologizzare, sebbene non all’altezza nel loro complesso della successiva prima, ma abbondante, produzione solista dello Stregone Stellare.
[5] E con Mary Weiss, voce solista delle Shangri-Las.
[6] Per la loro storia, fino a un certo punto, rinvio a Rob JOVANOVIC, Big Star: The Story of Rock's Forgotten Band. London, Fourth Estate, 2004 e a Bruce EATON, Big Star's "Radio City" (33⅓). Continuum International Publishing Group Ltd, 2009.
[7] Lo stato del Tennessee (certo anche because of Nashville) con quelli di New York e della California detta - letteralmente - legge sul tema musica per tutto quanto non coperto dalla legislazione federale statunitense, e non è poco.
Fidatevi.
[8] Non voluta ma necessitata da onestà intellettuale e mediatica dell’autore.
[9] Lo so se scrivo “le” Bambole dovrei dire sempre “la” Grande Stella …
Esiste un album dell’evento, intitolato Columbia.
[11] Morto nel 2010, il 19 luglio, anche Hummel.

giovedì 23 gennaio 2014

1994


1994

 

Ricevo il nuovo post che qui di seguito pubblico da EKS (la quale ho già ospitato qui con altri scritti: cercateli con l’etichetta “EKS”).

 

Siccome non sono di quelli che si riscrivono la vita, posso sintetizzare il mio pensiero di allora sulla morte di Kurt Cobain così (ispirandomi a un verso dei Manic Street Preachers ([1])): “I just blinked when Cobain died”.

 

 

                                                                                                          Steg

 

 

 

 

1994

1994 a gennaio, muore mia nonna. Ricoverata per una bronchite, presa nonostante gli inutili vaccini anti influenzali e aggravatasi rapidamente. “E je ore di papuzasile vie” aveva detto sorridendo: “è ora di sciabattare via”. Ma no, nonna, vedrai che ti sistemano subito, in una settimana sei a casa. Ho appreso tutto da mia nonna senza che mi insegnasse o mi dicesse cosa fare. Ho sempre pensato che il suo modo di comportarsi fosse quello corretto è l’ho adottato, imprinting, come gli anatroccoli.
L’ultima immagine che conservo, è del cadavere nella bara nella cappella mortuaria dell’ospedale, con le mani cristianamente intrecciate sul petto, le dita irrigidite dal rigor mortis che fanno pressione, le labbra cucite dall’interno con un paio di punti. Un tempo si metteva una fascia per tenere la mascella del morto serrata, si vede anche nei film del dopoguerra con Totò, era pratica diffusa. Nel 1994 danno un paio di punti di sutura.
Evidentemente la morte ci lascia con la bocca aperta.

Sono stata a diversi funerali, ma non ho mai visto una persona morta. Gli incaricati del funerale danno anche due avvitate alle viti del coperchio della cassa, con il trapano, frullante e rimbombante nel silenzio dei sotterranei dell’ospedale, per evitare che si apra nel trasporto, immagino. Normale amministrazione, irrispettosa del sentire dei parenti. Fa freddo, non mi ricordo nulla del funerale.

 

Non avendo molto per cui rimanere, vado a Londra. Mi ospita una famigliola tranquilla, lui ha una società edile, lei è impiegata in comune, due ragazzini selvatici ai quali insegnare almeno a masticare a bocca chiusa e arginare le loro gare di rutti serali con la Pepsi. Laura di 11 anni, indecisa tra bambole e orsetti e mettere il lucidalabbra, di nascosto. Gregory di 9 anni, refrattario alla scuola, con grandi sogni da calciatore, con la smania di essere accettato da compagni di classe e compagni di squadra.
Il nostro vicino di casa David, sui 14 anni, ogni tanto bazzica da noi, per noia. Ha un fratello che non esce di casa, salvo il sabato, quando va con il padre a giocare a golf, pare abbia iniziato a frequentare corsi al college, ma si è ritirato subito, non si sa per quale motivo, e non è più uscito di casa. La faccenda è ammantata da fitto mistero e i ragazzi ci tengono un sacco a proteggere le loro informazioni e sbandierare il loro ruolo di persone parzialmente informate sui fatti.

 

Una sera di aprile, David viene a casa nostra in lacrime gorgogliando frasi indistinte tra un singulto e l’altro. Non capisco cosa sbiascica tirando su con il naso, ma è una faccenda grave. Gregory prontamente traduce il bofonchìo in una frase comprensibile “Cobain has blown his brain out”.
1994 a marzo, è apparso sui giornali italiani che Cobain ha forse tentato il suicidio a Roma, me l’ha detto mio padre al telefono. Se mio padre è al corrente della situazione, è davvero di dominio pubblico, è inevitabile. Essendo la più adulta in casa, sopraffatta dalla responsabilità della gestione delle giovani menti che mi guardano allarmate, mi sento in dovere di tranquillizzare tutti sulla perfetta normalità e ineluttabilità di quanto avvenuto.
 

Non so se sono rimasta male, mi piace Cobain, ha sempre avuto l’aria di uno votato al martirio, non può non piacere. Ma mi dà ai nervi Cobain, principalmente a causa di sua moglie.
Che grave perdita: risuonano tappi di champagne stappato in ogni redazione di quotidiano e rivista, olio alle rotative, vai d’incassi! Seguono immagini del funerale, Michael Stipe che sorregge la vedova.
I miei selvatici ragazzi trovano che il mio atteggiamento di accettazione dell’inevitabile li distingue dai loro amici e compagni di scuola. Il mio imprinting funziona sugli anatroccoli Laura e David. Gregory si conforma ai suoi amici, non ha bisogno di rinascimentale sprezzatura, a nove anni.

 

 

                                                                                                                      EKS

 

 

 
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[1] “I laughed when Lennon got shot” (da Motown Junk).

GIUNI RUSSO E KLAUS NOMI (fra l’artista e il cantante)


GIUNI RUSSO E KLAUS NOMI
(fra l’artista e il cantante)

 

Non ciclicamente, ma ripetutamente, appare una voce assolutamente portentosa. Spesso essa finisce male.
Penso a Klaus Nomi e a Giuni Russo, mi auguro di non offendere nessuno dei loro più ferventi appassionati.

 

Credo che se io fossi nato in una nazione di madrelingua inglese non avrei Giuni Russo come artista (non anticipo una conclusione) da affiancare a Klaus Nomi.
In questo sono, forse, stato fortunato.

 

Mi sono spolverato via ogni possibile stupore per queste due ugole, che non intendo nemmeno comparare a colpi di acuti.
Mi inducono malinconia e un poco di stizza per il fatto di essere sempre trattate entrambe poco sopra una creatura emersa da una mente toddbrowninghiana, con totale disattenzione per la loro dimensione autoriale, cioè oltre la loro popolarità come interpreti.

 

Nomi ha avuto diritto a un documentario anche in DVD; Russo a più di uno ([1]) ma nulla di davvero soddisfacente in termini di supporto audiovisivo.

 

Provate a raccogliere notizie su questi due artisti e forse anche voi noterete delle somiglianze: una morte comunque prematura, una sessualità penalizzata (per Nomi anche letale) in un modo o nell’altro, ... in una sorta di esistenza dove l’equazione ha come inevitabile risultato “insoddisfazione”.

 

Poi sui morti (Nomi nel 1983, Russo nel 2004) pontificano e operano, con le intenzioni più disparate (ed equivocate, magari) in diversi: “discografici” ancora scoperti con gli anticipi, eredi che sono eredi ([2]), rimpiangenti tardivi per definizione.

 

L’ennesimo sasso che butto nello specchio d’acqua che è il vostro pensiero musicale.

 

Certo avrei potuto intitolare il post “spalline cimiteriali”, ma anche il mio ermetismo ha un limite, non solo verbale ma anche foscolianamente e moralmente sepolcrale.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Con la solita davvero granitica, irreversibile?, apatica, disattenzione la RAI non “riesce” a vendere copie del proprio materiale d’archivio.
Aspetto che mi offrano una consulenza.
[2] Lo dico per coloro che ne capiscono poco di diritto: ben conscio io della linea di demarcazione fra il non condividere e l’insultare con eccesso di veemenza.

GRAZIE LEOPARDO!


GRAZIE LEOPARDO!

 
Ieri 24 gennaio 2014, il mio blog è andato in picco, ma non in distorsione: con gli aghi degli indicatori dei livelli “sui rossi” come quelli dei banchi mixer di trenta anni fa.
Quei banchi su cui lavorava anche Leonardo “Leopardo” Re Cecconi.
 
Ecco quindi un altro successo del grande Leo: ospite speciale del mio Angolo il quale non solo ha attirato i lettori sui due post che gli ho dedicato ([1]), ma anche su altri miei scritti meno popolari (e recenti).
 
Allora “thank you so much, Lio-pardo!” e una forte zampata.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 
POST SCRIPTUM
 Siccome tutto è migliorabile, vi offro un gancio non troppo ovvio, di quelli che escono dalla valigia del fuoriclasse, magari come floor-emptier di congedo quando il tumbler ormai litiga con la tazzina.
Eccolo qui, clocka a sette minuti abbondanti, sul monumentale (lì siamo oltre i dieci) “Ain’t No Stopping Us Now” (McFadden and Whitehead): “Rhythm Talk” di Jocko.
Vero Leo?
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

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[1] Precisamente: “Leonardo ‘Leopardo’ Re Cecconi (il Fangio dei d.j. radiofonici)” e “Leonardo ‘Leopardo’ Re Cecconi: dieci anni di … niente”.
 

martedì 21 gennaio 2014

JOHN LYDON: O MUORI O CEDI


JOHN LYDON: O MUORI O CEDI

 
Da anni non nutro particolare simpatia per John Lydon, ma gli riconosco storicamente dei meriti, anche dopo lo scioglimento dei Sex Pistols.
 
Grandiosa cronaca, che mescola Gotham City e Charles Dickens (entrambi scaduti o in attesa di riscoperta a quell’epoca: l’inizio del 1978), quella che vede un neo-Lydon marciare nella marcia neve newyorkese ([1]) tipica della fine di gennaio e inizio di febbraio ([2]) dopo essere stato abbandonato da tutti.
Le lenti di Joe Stevens sono in agguato ([3]), del resto come non dargli ragione avendo egli già regalato i suoi biker boots a Sid Vicious per preservare la propria incolumità durante la traversata di un pezzo degli USA in autobus con “i due John”?
Ma Lydon dimora presso un altro fotografo: la locale Roberta Bailey (peraltro capo-fotografo della rivista di Holmstrom e McNeil quindi tutto torna).
 
Le nostre vite tranquille si guastano quando esce nell’autunno dello stesso anno il primo singolo dei Public Image Ltd: perché da bravi travet del vinile il fatto di averne trovato (da Carù a Gallarate, evidentemente) una copia con copertina “come se fosse un quotidiano”, ci getta nelle ambasce quanto alla sua conservazione.
 
Dalle parti delle festività natalizie, dopo Give ‘em Enough Rope e The Scream ([4]), peggio ancora per i maniaci della manutenzione degli involucri: First Issue è un album con la inner sleeve rigida a rischio “ditate” ma senza testi e, soprattutto, un disco che gira – insieme a L’urlo di Siouxsie and the Banshees (non perché lo scriva il periodico francese Rock&Folk, è proprio così) – l’angolo del punk senza guardarsi più indietro, due pietre tombali.
 
Il secondo singolo dei PIL nell’estate del 1979 sintomaticamente impone scelte: 7” o 12”?
In difetto di idiozia scegli cosa vuoi ascoltare! Tenendo presente l’origine di “Death Disco”: sorta di omelia funebre per la madre di Lydon, morta di cancro (diverrà la commemorazione per ogni successiva persona deceduta a lui cara), eppure con quella canzone i Public Image Ltd compaiono a Top Of The Pops ([5]).
 
Come ho delineato già altrove ([6]), il 1979 è un anno di passione e fatica, mantenere il rispetto per se stessi è un compito non facile e impegnativo.
E cosa accade? Che con natalizia puntualità la vita musicalmente si complica di nuovo: questo album sono tre dodici pollici a 45 giri in una latta come quelle che contengono le pellicole cinematografiche, e quindi si chiama Metal Box ([7]).
Se quasi 30 anni dopo Simon Reynolds scriverà che quel formato (non la confezione) erano voluti per escludere un ascolto consecutivo dei tre dischi ([8]), la verità è che “Albatross” come apertura non induce i più timorosi a spingersi molto oltre, poi c’è il fatto che non poche copie risultano difettose quanto al vinile, comunque tendente a rovinarsi nella sua estrazione.
 
Difficile dopo tutto ciò avere qualche idea nuova, anche perché nel frattempo in ambito musicale ne sono “successe” di cose.
Ma per coloro, come me, che non sono: né sull’estremo che porterà a svolte epocali come fu (proprio nel 1981) quella de The Human League, né sull’opposto “a la Genesis P. Orridge”, né su quelle strane terze vie come Echo And The Bunnymen (che continuo a capire poco ancora oggi) ([9]), anche il terzo album dei PIL (con un radicale cambio negli organici), Flowers Of Romance è una bella sorpresa da porre a fianco della fede (che diverrà incrollabile) bansheeiana e degli ancora (e sempre?) piuttosto misconosciuti Bauhaus.
Tamburi, tamburi e tamburi (non c’è basso) e la voce di Lydon è ormai la litania di un muezzin, ma efficace (rispetto ai sempre troppo muscolari per i miei gusti Killing Joke), suoni che forse avrebbero dovuto farci cominciare a pensare all’Islam prima dei Public Enemy?
 
Il resto potete andarvelo a leggere sui bigini più o meno new/no wave ([10]).
 
Ecco perché trovo poco obiettivo sputare su John Lydon per quello che fece (e fa) dopo: incluse rimpatriate sempre più adipose con i Sex Pistols.
 
Infine, andate a vedere ed ascoltare quella che, probabilmente, è una delle tre (le altre due sceglietele voi) migliori interviste che egli abbia rilasciato ([11]): si tratta di “John Lydon - The British Masters – Chapter 8” di John Doran ([12]): https://www.youtube.com/watch?v=MjnjJrogb3Q.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Come ci avrebbe camminato a Londra: in entrambe le metropoli ci si interessa poco della sorte invernale dei pedoni, e anche degli automobilisti, innevati.
Ti ricordi Marco noi due sui marciapiedi albionici ghiacciati alla fine del 1978?
[2] Come ben sanno coloro che ci hanno abitato.
[3] Mi riferisco alla foto che fu pubblicata sul numero (il 14) di Punk The Original (sorta di incrocio fra fanzine e magazine, data la sua tendenziale patinatura e cura grafica, condotto dalla coppia John Holmstrom e Legs McNeil) dedicato al tour statunitense dei Sex Pistols.
[4] Rispettivamente il faticoso secondo album di The Clash e il debutto sui 33 giri di Siouxsie and the Banshees.
[5] D’altra parte in quella stessa stagione alla medesima trasmissione parteciparono anche S&TB con “Playground Twist”.
[6] Più mi leggete, meno io devo indicare dei riferimenti. Si tratta del post “’Excuse me are you a mod?’ Ovvero ‘Oh mummy what’s a Sex Pistol?’”.
[7] Certo la novelty un poco si perde in quanto evidentemente stanno già cominciando a sinistra le operazioni di santificazione di The Clash, formalmente sancite da London Calling.
[8] Si potrebbe anche sostenere che sei lati consentivano un numero discreto di “combinazioni di sequenza”.
[9] Mentre non ho problemi a confessare che The Associates ho cominciato ad ascoltarli solamente in seguito agli apprezzamenti di Siouxsie Sioux e di Steve Severin.
[10] In effetti mi fa un poco ridere pensare che qualcuno si sia posto il problema: i PIL sono “new” o “no”?
Ma d’altronde uno dei problemi accademici nel 1978 era il fatto che portasse al polso un orologio “al quarzo”.
[11] Anche perché questo post è rimasto giacente per mesi, seppur terminato, rischiando di andare perso pur essendo stato ispirato anche da questa intervista.
[12] Ovvero la persona cui siamo debitori per www.thequiteus.com.


 

domenica 19 gennaio 2014

L’OSSIMORO SMILE (The Beach Boys non sono mai stati allegri)


L’OSSIMORO SMILE
(The Beach Boys non sono mai stati allegri)

 
Ho cominciato ad essere affascinato, questo e solo questo può essere il verbo, da The Beach Boys – cioè da Brian Wilson (e i suoi parolieri) – tramite “Good Vibrations”: un’opera musicale assolutamente barocca per la quantità di suoni che la compongono (non a caso esiste un triplo CD dedicato ad essa: “ovviamente” (si veda qui di seguito) edito nella collana “Unsurpassed Masters” della Sea Of Tunes Records ([1]).

 

Un paio di lustri dopo – scusate ma il punk era un tiranno esigente – apparve nel quadro che contemplavo, senza nemmeno un granello di sabbia fra le dita, Charles Manson e i suoi omicidi di fine decennio sessanta scorso, mentre Brian era nella decade successiva invisibile ai molti ([2]).

 

Ecco pian piano insinuarsi nella mente il mostro Smile (o se si preferisce SMiLE) l’album inesistente che esiste, a partire dalla grafica di copertina e addirittura dalle copertine stampate dalla Capitol Records in centinaia di migliaia. Perché il problema non è riuscire ad ascoltare questo, IL, supremo disco fantasma, ma solo come e quanto (quanto, ripeto) ascoltarlo.
Un cofanetto antologico ufficiale (significativamente intitolato Good Vibrations: è un quintuplo in CD) per i trent’anni di carriera dei Ragazzi della Spiaggia dà la stura con un pugno di registrazioni che smentiscono ogni leggenda di inesistenza delle matrici siccome distrutte. Ma non basta!

Esiste letteratura sul Sorriso, un doppio (doppio cosa? Ne troverò una versione in duplice CDR) di tale etichetta Vigotone (sembra sia giapponese) album, eccetera eccetera. Più Smile trovi più ne vorresti; schizzi, frammenti, tracce singole, piste sovrapposte, immagini più o meno sgranate del genio al lavoro con in testa un casco da pompiere ...
Ti calmi solo quando incontri il cofanetto triplo pubblicato ancora una volta dalla Sea Of Tunes che è corredato anche da un corposo libretto (lungo come due CD allineati in verticale) e il “compagno” CD singolo che compila una possibile versione dell’album.

Quando l’album uscì ufficialmente moltissimi anni dopo nel 2011 (e con ritardo di mesi: ormai speravo che non fosse pubblicato: a noi appassionati non serviva ([3])), comprai la versione in 5 CD di Smile solamente per evitare di avere spifferi sonici ([4]).e per godermi quella copertina tridimensionale che raffigura la vetrina di una bottega poco californiana e semmai reminiscente del Village newyorkese (quello, ormai scomparso, con i negozi nei basement.).

 

Come finisce questo post? Inevitabilmente, ma non banalmente, con la canzone più triste di tutte, sin dal suo titolo: “Surf’s Up”.

 

Per il surf guardate altrove, sin da questo blog, ché forse il mito della tavola che cavalca le onde non ha bisogno di un bardo, ma solo di un musico: cfr. “Pipeline” e “Wipe Out”, (anc)ora e sempre.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Si saprà mai se dietro ad esso si celava lo stesso Brian Wilson?
[2] Devo questa scoperta a una rivista di surf USA che non riesco a localizzare da troppi anni, quanti?, nel mio archivio.

[3] Ci tengo a precisarlo: in Italia Smile interessava a pochissimi: quando ne parlavo nessuno mi aiutava: ho costruito il mio archivio nei negozi newyorkesi dove tutto era lì, ma solo se sai cercare: valeva per tutti gli artisti, gli Italiani si pascevano, stolidi, di U2 e Bruce Springsteen.
[4] Della versione corredata da tavola da surf ho scritto altrove.