"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



giovedì 8 novembre 2012

BACK TO MONO? (caveat listener)


BACK TO MONO?
(caveat listener)
 
Molti anni fa EMI pubblicò un cofanetto, uno dei primi, di grande pregio: si intitola(va) come questo post, conteneva un’antologia in 3 CD di produzioni di Phil Spector: raro caso di produzione artistica e d’impresa (per essere precisi in termini giuridici), e un quarto CD con il suo impareggiabile ([1]) A Christmas Gift For You from Phil Spector.
Tengo molto a questo “prodotto” ([2]).
La potenza sonora mono è ineguagliabile per il “produttore dei produttori”.
 
Il ritorno al suono monoaurale nelle riedizioni degli ultimi anni non è un dono divino.
Dovete pensare invece a logiche commerciali che in passato si incontravano e scontravano con progressi tecnologici, mentre oggi possono essere riproposte versioni diverse senza compromessi sacrificali.
 
Il quadrifonico di Quadrophenia (ma non solo) è l’epilogo di anni di ibrido con album pubblicati prima in mono e poi in stereo, quindi altri editi in contemporanea in mono e in stereo e, infine altri realizzati solo in stereo ma con residua edizione in mono per coloro che non si aggiornavano ancora.
Seguirono gli scempi delle edizioni in MC7 e Stereo8 che non accontentavano altro che una fruizione veloce e senza pretese (come i mangiadischi che distruggevano i 7”).
Sul fronte degli LP le “aste” (buone anche per i singoli) che facevano cadere un disco dopo l’altro, uno sull’altro, soddisfacevano un ascolto pigro ([3]) e ondulavano il vinile.
 
Dal pentimento e dalla coscienza che il mercato ormai è diviso in due, ecco invece da qualche anno i produttori di fonogrammi offrire agli acquirenti ogni “canale” disponibile.
Anche perché, qui sta il dato interessante, non solo ciò che nasce monofonico suona meglio come tale, ma certe volte le versioni sono proprio diverse – anche per durata se si passa da una registrazione all’altra – se si passa al “canale destro diverso dal sinistro”: non è cioè un problema di masterizzazione ma di missaggio ed edizione delle tracce.
 
Dove non può il canale può o potrebbe talvolta almeno la scelta di chi “confeziona” il tutto: ecco allora che il missaggio di David Bowie su cui per anni si sputa, diviene prezioso e forse meglio di quello di Iggy Pop. Cosi Raw Power torna alle origini.
Peggio per i Velvet Underground: qui fra mono, stereo, missaggi alternativi e da “sgabuzzino” ([4]) ci si sbizzarrisce ogni manciata di anni. Non finirà mai.
 
Nulla di nuovo ([5]) ma magari uno spunto di riflessione.
Il fatto è che pani e pesci non si moltiplicano.
Si può gioire o soffrire su una riedizione e pensare anche al cinismo che porta a vendere anche separate le edizioni stereo degli album di The Beatles e solo in cofanetto quelle mono. Lemmy Motörhead preferisce le prime, ça va sans dire ([6]).
 
Ma appunto presti attenzione anche l’ascoltatore, senza incolpare, acriticamente, il venditore per una riedizione ([7]) che lo ha lasciato con l’amaro in bocca.
Let the buyer be aware.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
© 2012 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – incluso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.
 


[1] I punk credono a Santa Claus.
[2] L’edizione formato 12” conteneva anche un badge. Poi esso fu ristampato in angusto formato poco superiore a quello di un CD. Accadde anche per The Clash On Broadway.
Scempio anche per le riedizioni dei cofanetti contenenti le session complete degli album di Miles Davis, quelle quasi tutte con la iniziale costola in metallo.
[3] O da feste languide che purtroppo non finivano in scazzottate contro i crusher come in Big Wednesday!
[4] Il cosiddetto “closet mix”, appunto.
[5] Un post tranquillo, per variare.
[6] Per i lettori di La Repubblica è in corso la vendita di una bella minestrina riscaldata, entusiasmante come le enciclopedie vendute porta a porta: otto volumi della mia UTET a sostenere le mie casse del mio primo stereo.
[7] Yours blogging truly attende comunque quella dei due album dei Decibel, soprattutto in quanto stanco di citarli a lettori che faticano, credo, a reperirli; cui ormai seguono a ruota anche quelle dei primi due album solisti di Enrico Ruggeri.

mercoledì 7 novembre 2012

MANIC STREET PREACHERS: SENZA PENTIMENTI (anti Beatles, anti R.E.M., anti Slowdive)


MANIC STREET PREACHERS: SENZA PENTIMENTI
(anti Beatles, anti R.E.M., anti Slowdive)

 

Devo dire che la sfida è impegnativa.
Innanzitutto perché scrivere due volte dello stesso argomento comporta rischi evidenti di ripetizione pur nell’indipendenza di ogni post. Questo non è un blog “dedicato”.
Poi perché la forma può non avere quella freschezza oppure quella lucidità di cui sono intrise – o dovrebbero esserlo – le prime righe offerte alla lettura.

 

Ma siccome un gentile lettore mi ha giustamente ricordato una strofa commentando ciò che ho scritto pochi giorni fa, è corretto stare al gioco, anche se apparentemente duro per taluni lettori.

 

Io stavo studiando per l’esame di Diritto Internazionale, di pomeriggio, in Sala B della Biblioteca dell’Università. Entrò qualcuno con una copia di un quotidiano del pomeriggio: titoli a caratteri di scatola di corn flakes.
Risposi a un universitario seduto al mio stesso tavolo: “almeno i Beatles non potranno mai riformarsi”.
Era il mio primo approccio ai Manic Street Preachers: nel dicembre 1980.
Confermo la mia frase, di cui non mi pento nella sua essenza perché il santino liverpudiano è sempre stato un mio cruccio: continuo a non condividere l’opinione generale (e questa include anche artisti che ammiro molto) su The Beatles come “belli e buoni ad ogni costo”.
Colpa di Paul McCartney, naturalmente, non di J. D. Salinger ([1]).

 

Anche dei R.E.M. non vedo l’essenzialità.

 

Pure degli Slowdive (rei di essersi fatti scudo di una grande canzone di Siouxsie and the Banshees per svolgere la propria attività artistica) posso fare a meno ([2]): “We will always hate Slowdive more than Hitler” dichiarò Richey James.
Certo sputare su John Lennon è più efficace che accanirsi su un gruppo indie ormai negletto. Soprattutto se il bersaglio grosso è il primo.

 

Siete confusi? Giustamente!
Ma i miei post non sono in una pagina di Wikipedia, o del sito internet ufficiale e quasi inutile del gruppo sotto l’ala Sony ([3]): sito lugubre e burocratico, l’opposto dei siti amatoriali ma non dilettanteschi loro dedicati, sempre ardui da rintracciare.

 

La strofa “Risi quando Lennon fu ‘sparato’” è tratta da “Motown Junk”, canzone che dà il titolo al secondo singolo (commerciale) dei Manics.
In copertina c’è la foto di un orologio con le lancette ferme per sempre, causa bomba atomica.
Benvenui nel mondo reale, con un quadrante che sarebbe impegnativo anche per il collo di Professor Griff dei Public Enemy ([4]).

 

L’augurio che Michael Stipe morisse di AIDS è di Nicky Wire ([5]). Diverso tempo dopo “ritrattato.

 

Ecco: propaganda o altro poco importa.
I ministri della dis-informazione ([6]) Richard “Richey James” Edwards e Nicky Wire hanno sempre ben compreso la portata dei loro proclami.
Né il verbo è mai stato sfumato da una musica comunque più ortodossa affidata al fuoco sonico di James Dean Bradfield e di Sean Moore.

 

Quindi essere non mero ascoltatore, bensì lucido ma incondizionato estimatore di quattro Gallesi dallo pseudonimo improbabile (avrebbero retto ugualmente se avessero optato definitivamente per il moniker Betty Blue? Inutile esercizio intellettuale: non accadde) riduceva le proprie frequentazioni.

 

Dei Manic Street Preachers nessun pubblico di massa si accorse sino al quarto album: Everything Must Go.
In realtà quello che molti conobbero furono i soli singoli.

 

Si susseguono poi canzoni, proclami, concerti, antologie, cadute, resurrezioni, prove soliste, famiglie, delusioni, tentativi, fallimenti, ..., Patrick Jones, Hall Or Nothing ...
Ma la street cred ancora regge. Se si è intelligenti quella non si perde mai: chi ti ascolta percepisce anche ciò che sta dietro ogni tuo sforzo.

 

Quindi ancora vale la pena.
Del resto con altri argomenti e altre parole lo ho già scritto, talvolta anche non ex professo.
Mi raccomando: sempre con entusiasmo del momento nell’ascolto e poi laborioso accanimento nel condividere e sviluppare citazioni e riferimenti certe volte cosi poco immediati che ci si può perdere per motivi anche generazionali ([7]).

 

Per i lettori che non mi/ci capiscono – ancora! – you love us ([8]).
Per i lettori che condividono – ancora? – stay beautiful.

 

 

                                                                                                                      Steg

 
La copertina

 

 

© 2012 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – incluso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 



[1] Credo che l’angolo dedicato a John Lennon, al Central Park di New York City, sia una delle idee più squallide e modeste che ci siano: in ragione di coloro che lo visitano.
[2] Ho uno o due loro CD, per forza di cose: da bansheeiano storico quale sono.
[3] Verosimilmente, i ragazzi erano legalmente mal assistiti quando lasciarono la Heavenly Records, come lo furono prima di loro The Clash.
Ma probabilmente si tralasciò qualche dettaglio per – anche – coprire le spese del generoso management di Philip Hall.
[4] Certo sarebbe un’idea se qualcuno realizzasse un orologio da polso con la cassa “replica” di quello di Hiroshima (o almeno riprodotta sul quadrante) devolvendo – per davvero – i ricavi in favore delle vittime di quella bomba.
[5] D’altronde gli è anche attribuita la frase: “I detest every other musician I've ever met”.
[6] Lo stile mio è quel che è: non perché “il talento fa ciò che vuole e il genio quello che può” – Carmelo Bene dixit – ma perché questa resta, anche, una fanzine, priva di periodicità.
[7] Lipstick Traces di Greil Marcus rimane un testo ostico, che già appariva superato o ignoto a chi non era un ‘77 rebel with a brain. Ma il double pun, anche dollsiano, forse piacque troppo.
In ogni caso è anche una antologia atipica dei MSP difficilmente trascurabile.
[8] In fondo anche un riferimento antziano.
 

 

sabato 3 novembre 2012

ORSON WELLES: UNA VITA IN DISCESA?


ORSON WELLES: UNA VITA IN DISCESA?

 

Sono stato affascinato da Orson Welles sin da quando venni a conoscenza che suo era il film da tutti ritenuto il più grande capolavoro del cinema, il suo primo lungometraggio da regista, del 1941: Citizen Kane ([1]), e – contemporaneamente – lo dipingevano come un fallito nella vecchiaia disposto a recitare in quegli spot pubblicitari televisivi italiani noti come Carosello.
Dovevo essere ancora studente di scuola media inferiore quando ebbi questa informazione fondamentale.
 

Ecco, fra questi due estremi ognuno può esplorare questa figura anche fisicamente imponente, se non addirittura dominante.
Per me egli è (altresì) un Ernest Hemingway “venuto meglio” ([2]), che si scola bottiglie di champagne nell’unico livello in cui ha significato lo Harry’s Bar di Venezia ([3]) cioè quello che soffre dell’acqua alta ([4]).
 

Certo è senza un Nobel il colosso di Kenosha, Wisconsin, ma come scrisse Niccolò Machiavelli i titoli da soli non sono significativi delle persone al contrario sono queste ultime che “li illustrano”.

 

Grandi film realizzati e grandi film non realizzati.
Ecco per esempio l’asse ideale fra Welles e James Dean con un The Little Prince (ché uscì prima negli USA e poi in Francia) da entrambi sognato in versione cinematografica: cercate la sceneggiatura scritta dal primo.

 

Oppure un Don Quixote non completato, ma iniziato.

 

E che dire, per coloro ([5]) che hanno nel cuore Apocalypse Now ([6]), del progetto di una trasposizione su celluloide di Heart of Darkness di Joseph Conrad? Esiste solo qualche prova.

 

Tori e corrida per Hemingway, Welles e Dean. Per inciso.

 

Ma prima del capolavoro dei capolavori per il grand ecran, c’è il gesto ancor più ribelle: forse invidiato da Guy Debord o da Malcolm McLaren: la invasione dei marziani, nel 1938. Solo una lettura radiofonica dalla War of the Worlds del suo quasi omonimo, già illustre H. G. Wells: il 30 ottobre ([7])?

 

Ma non si vive di sola rendita: si pensi a un successo commerciale come quello de The Lady from Shangay che vede protagonista sua moglie Rita Hayworth.
Più sottili forse Touch of Evil oppure The Third Man (non una sua regia) ([8]).
 
Poi c’è quel progetto, ultimato, che è Confidential Report (o Mr. Arkadin, titolo con cui forse è più noto).
O quello strano prodotto filmico che ricordo con uno dei suoi molti titoli: F for Fakes.

 

Orson Welles aveva anche un bel tratto grafico, essenziale come quello di, suo ammiratore, Jean Cocteau.
Se potete, cercate il volume del 1982 di Maurice Bessy intitolato semplicemente con nome e cognome del grandissimo regista e sceneggiatore e attore: troverete degli splendidi esempi del disegno wellesiano.
 

 

                                                                                                                      Steg



 

POST SCRIPTUM

 
Per i più curiosi e pazienti, vale la pena di cercare su You Tube la versione di 2 ore e 44 minuti del documentario BBC: Arena – The Orson Welles Story. Ovviamente sarebbe bello se fosse possibile comprarne copia, ma al solito le masse assumono ben altro oppio audiovisivo.

 

 

                                                                                                                      Steg


 

 

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[1] Lo preciso per te lettore/trice, il/la più giovane del blog per cui idealmente solo/a scrivo.
[2] La mia opinione più contraddittoria è forse su questo scrittore.
[3] Che non è il solo e storico nel mondo.
Ne esiste uno a Parigi ben più antico, già centenario, noto anche come Harry’s New York Bar, che con la “barra” dell’albergo Ritz di Place Vendome si contende il titolo di locale dove fu inventato il Bloody Mary. Of cockails and men...
[4] Dove i tavoli arrivano al numero 12, ma sono 14.
[5] Me incluso e una mia amica lettrice che non nomino al solito per proteggere gli innocenti.
[6] Degli, anche loro corpulenti, Francis Ford “Rumblefish” Coppola e John “Big Wednesday” Milius.
[7] Molti anni fa fu pubblicata in CD. Oggi chissà.
[8] Ennesima dimostrazione – anche – del fatto che Alida Valli sapeva recitare.
Sulla bellezza assoluta del viso di questa attrice, tale da rendere banale quello di Grace Kelly!, bisognerebbe meditare ogni giorno.

È MEGLIO IL POGO (Sniper series - 2)


È MEGLIO IL POGO

(Sniper series - 2)

 

Negli scorsi anni 60 c’erano oggetti per il tempo libero piuttosto bizzarri, fra essi ricordo il cappellino con visiera con sopra una piccola elica; e poi una barra di ferro con alla base una parte a stantuffo rivestita da una grossa molla e sopra detta base due pedane (sempre cilindriche) sui lati in senso perpendicolare (una sorta di croce rovesciata, insomma): il Pogo.

 

Per anni nessuno lo considerò, l’altro Pogo era un personaggio dei fumetti piuttosto elitario ([1]).
Poi nel 1976 Sid Vicious inventò “il Pogo”, un ballo che riproponeva i salti del metallico passatempo: un simbolo del punk e una danza ([2]).

 

Negli anni ho visto maggiori (spesso di molto) di 19 anni muoversi sopra skateboard o pattini a rotelle ([3]): una sorta di citazione sportiva o di costume si può sempre trovare per loro.
Ma quando vedo, oggi, adulti, talvolta anche in abito formale, muoversi per Milano penso che siano solo stupidi.
È meglio, allora, il Pogo, quello con la molla!

 

 

                                                                                              Top Shooter

 

 

 

© 2012 Top Shooter
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[1] Si trattava anche della omonima “striscia” quotidiana, creata dal cartoonist Walt Kelly. Era pubblicata in Italia il mensile Linus.
[2] Non più stupida di quelle che settimanalmente erano inventate anche ad usum televisivo in UK ed USA dopo il Twist.
[3] Quelli in linea hanno avuto meno fortuna.

domenica 28 ottobre 2012

D.A.F.: TUTTO E TUTTI IN DISCUSSIONE (dedicato a Conny Plank)



D.A.F.: TUTTO E TUTTI IN DISCUSSIONE
(dedicato a Conny Plank) ([1])


 


Nel pregevole volume ([2]) di Jürgen Teipel Verschwende deine Jugend (o meglio, per tutti coloro che non leggono correntemente la lingua di Goethe e di Nietzsche, nella sua traduzione francese intitolata Dilapide ta jeunesse ([3])) si racconta anche di come i Deutsch Americanische Freundschaft nella formazione a due che li ha consacrati conquistarono il pubblico skinhead di uno dei loro primi concerti nel Regno Unito.


 


Gabi Delgado-López si dichiara (dichiara ...) omosessuale, Robert Görl da molti anni è buddista.
Politicamente sono a sinistra ma – come sanno i pugnaci lettori del blog – “White Riot” docet.

 

A Milano, nel novembre (il 5 per la precisione) 1981, un muro di registratori a cassetta MC7 è alle loro spalle. Il pubblico dell’Odissea 2001 suda con loro.

 

I D.A.F. sono assolutamente contro, o punk se si vuole.
Ancora oggi.

 

Li ho visti e ascoltati tre volte dal vivo. Vorrei fossero state trenta.

 

Ogni volta che le mie orecchie li odono il limite è uno solo: il volume dovrebbe essere a 20 su 10: napalm sonoro al cui confronto la “Cavalcata delle Valkirie” usata dal Colonnello “Death From The Above” Kilgore in Apocalypse Now è una dolce lied per bambini.
 
Contro tutti perché a “Der Mussolini” (che si canta in coro mentre si danza una spastica marcia, autodistruttiva per la mente eppur rigenerante) si contrappone ([4]) nel 2003 la lode a Ulriche Meinhof ([5]) di “Kinderzimmer” ([6]).
 
Per essere un seguace dei D.A.F. occorre inizialmente “rinnegarsi” e, se del caso, farsi violenza intellettuale.
Accettare tutto per poi riconsiderare tutto come essere pensante e trarre (volendo e potendo) delle inutili conclusioni.
Con la struggente provvisorietà di “Als wär’s das letze Mal” sempre sulla spalla.
 
Nero e cuoio e “basi” registrate. Questo è il tableau di Gabi e Robert sul palco.
 
Una saga complicata quella dei D.A.F.
Ma davvero da coltivare: la linea è ormai nota: Silver Apples, Suicide, D.A.F. ([7]), Soft Cell.
Ricordo, in quel hangar zurighese, che prima del concerto dei Depeche Mode la colonna sonora comprendeva anche una canzone dei D.A.F. ([8]).

 

Due ultime annotazioni.
I Deutsch Amerikanische Freundschaft “arrivano“ ([9]) da Düsseldorf (come i Kraftwerk).

 

Comunicazione per gli über-gegen-Alles: cercate l’album Future Ultra dei Delkom (successivo progetto musicale dell’immigrato Gabi Delgado-López) onde alienarvi – se siete fra coloro che acconsentono a che altri possano curiosare nella vostra discoteca – anche le simpatie di chi combatte le tossicodipendenze: con una canzone dal titolo “Viva la droga” cantata in Castigliano non potete fallire.

 

Alles ist gut mein Freund ([10]).

  

                                                                                                                      Steg

 

 

 
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[1] Konrad “Conny” Plank (1940-1987) ha fra l’altro prodotto artisticamente i due album fondamentali dei DAF (per un totale di quattro della band cui prestò la propria attività e il proprio talento): Alles ist gut e Gold und Liebe.
Nota tecnica, mantengo le maiuscole ai sostantivi come richiede la lingua tedesca.
[2] Esiste una antologia, doppio CD, dal medesimo titolo, il suo curatore è l’autore del volume, che è obbligatoria e racconta in modo impeccabile la neue Welle. Dopo cercherete altro e troverete poco.
[3] Facile dunque comprendere il significato del titolo: mutuato da quello di una canzone dei D.A.F. (rinvio anche al mio post intitolato “Gioventù: bruciata, sprecata, inutile”).
Il che non toglie che io ne abbia anche due copie, prima e seconda edizione, dell’originale in Tedesco, nella speranza, prima o poi, di poterlo leggere anche in quell’idioma.
[4] Attenzione: la difficoltà di comprensione della lingua germanica rischia di confondere le idee.
Non è che sia “buono” tutto quello che è cantato “in Tedesco” e suona industriale/elettronico: I Laibach impallidiscono con la loro cover di “Alle gegen Alle” rispetto all’originale, e non so parlando di Rammstein.
[5] L’esponente più noto insieme a Andreas Baader della Rote Armee Fraktion, formazione terroristica tedesca creata nel 1970 (incidentalmente, nel 1978 a Londra si compravano tranquillamente badge con il simbolo della RAF: una stella rossa a cinque punte con sovrimposto un fucile mitragliatore e, appunto, la sigla RAF).
 È ben vero che di tributi a questa figura del terrorismo ve ne sono non pochi, ma la canzone dei D.A.F. ha come sottotitolo “Heldenlied”, cioè canzone per gli eroi.
[6] Tratta da Fünfzehn neu DAF Lieder: album della riunione di Görl e Delgado-Lopéz dopo oltre tre lustri.
La discografia dei D.A.F. rischia di apparire complicata a causa, anche, dei DAF DOS (in cui compare il solo Delgado-Lòpez). I 7 album non sono omogenei nel genere e nella qualità complessiva, lo stesso vale per una messe di singoli (l’ultimo del 2010 e per ora inedito su album).
[7] Sarei tacciabile di approssimazione se non specificassi che un legame (nessun gioco di parole) con i Deutsch Amerikanische Freundschaft hanno i Liaisons Dangereuses, gruppo in cui compariva Christiaan Ludwig “Chrislo” Haas.
[8] Il sogno elettronico sarebbe un bill concertistico con Suicide, D.A.F. e Depeche Mode. Dress code: “celebrazione nera”.
[9] Ferme le diverse origini dei componenti, per quanto qui rileva: Delgado-López è spagnolo di Cordoba, Görl è bavarese.
[10] Per gli insaziabili della devastazione, soprattutto propria, indico senza pretesa di completezza: Dagmar Krause con Panzerschlacht e Nico con The Frozen Borderline o – almeno – con “Janitors Of Lunacy”.
Anche i Tedeschi hanno un’anima, scientemente bombardata ex adverso.