"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



giovedì 3 novembre 2011

HUGO PRATT (diradando le nebbie del mito)

La versione meno comune della sovracoperta (invariato il volume) della prima edizione del 1971;
poi ripubblicato in Italia come Aspettando Corto

HUGO PRATT
(diradando le nebbie del mito)

Può darsi che qualche lettore del blog pensi che io non apprezzi Hugo Pratt.
Totalmente sbagliato.
Però come capita con tutti gli autori o gli interpreti particolarmente apprezzati, se non si sconfina in una passione maniacale (nel senso deteriore del termine) ad un certo punto si abbandona la linea della santificazione e si arriva alla critica quando la critica occorre farla.

Sette anni fa scrissi una sorta di presentazione per un volume collettaneo dedicato al fumettista italiano più famoso nel mondo e chiesi di non scrivere a proposito di uno dei suoi personaggi e/o serie più noti, ma “degli indiani”.
Perché i pellerossa prattiani, come certi suoi character africani (quale Cush che non a caso è raffigurato in una tavola-tributo dedicatagli da Tanino Liberatore con la testa mozzata di Corto Maltese infilzata su un pezzo di legno), sono davvero unici.
Le ben note “donne disegnate di Pratt” sono altra cosa, perché credo che il/la lettore/lettrice siano affascinati da un tipo che cercano anche nella loro vita reale; il che conferma indirettamente la sua capacità di creare delle figure che travalicavano lo spazio delle tavole a fumetti.

Ma nonostante le sue indubbie grandissime doti di artista, anche Hugo Pratt era fatto come tutti gli esseri umani, e quello che si pensa comunemente sia il Pratt vero in realtà è tanto vero quanto lo era Hemingway, per esemplificare.
Succede però che la gente non sia poi così propensa a reggere l’impatto del mito visto senza piedistallo, il che forse da solo spiega per quale motivo un bel libro (per chi vuole leggere a proposito di un Hugo più Ugo che lo HP delle avventure di Giuseppe Bergman) come Un romanzo d’avventura di Alberto Ongaro potesse rimanere non ristampato per quasi 40 anni.
Un altro tentativo, e lo dico positivamente, è il più recente Avec Hugo di sua figlia Silvina Pratt (pubblicato anche in Italia).

Forse qualcuno si dispiacerà di queste righe, ma a me da più fastidio che la firma di Hugo Pratt sia trattata come un marchio registrato (lo è), o che si sia proceduto al revisionismo coloristico sostituendo quelli di Ann(e) Frognier con i colori di Patrizia Zanotti (e altri).
Non necessito di spiegazioni “in diritto” per la prima scelta e non ho bisogno di “saperne” per la seconda, conosco bene i due argomenti.

Poi naturalmente mi immergo nelle splendide pagine della prima (1972) edizione di Wheeling, oppure in certe stralunate narrazioni di Le pulci penetranti, o sfoglio qualche numero dei primi 20 (che sono 19) de Il Sgt. Kirk e ritrovo il “fumettaro”.

Quel fumettaro che avevo scoperto quando ancora non era, per fortuna, un idolo delle masse di lettori e a cui dissi, con discreta sfacciataggine incontrandolo a Lucca nel 1976: “credevo che lei fosse più alto”, dopo avergli chiesto “Scusi Lei è Hugo Pratt?” ed ottenendo come risposta “Sssi fra le tante cose sono anche Hugo Pratt”. Mi fece il primo della mia piccola serie di suoi autografi.
Era un bel personaggio allora ([1]) il futuro Maestro di Malamocco.



Ah, a chi interessa, questo è ciò che scrissi in quella introduzione (a cui ho corretto un termine ripetuto):

WHEELING

Sono stato autorizzato a scrivere una introduzione piuttosto “libera”, il che significa fatta di impressioni, piuttosto che di dettagli storici (rinvenibili in altre sedi, prattiane e non data la natura della storia).

Anche Wheeling arriva in Italia con Ivaldi e con modalità quasi regali: un lussuoso volume in formato orizzontale (di cui esiste una tiratura – pare 187 copie – su carta, Fabriano, di maggior grammatura: spiega l’editore per il semplice fatto che gli fu offerta a condizioni molto vantaggiose una partita di quella carta) a riprova della lungimiranza del Mecenate ligure cui moltissimo si deve per la diffusione di Pratt.

Fra le pagine introduttive ricche di foto, testi e soprattutto splendide tavole a colori prattiane - in cui ancora non c’è quella perdita dei contorni e quindi di linee a pennino che caratterizzerà la sua più matura produzione acquerellata - ci si smarrisce, quasi si trascura la storia vera e propria, di ampio respiro come si addice alla narrativa d’avventura, di quella frontiera sebbene un poco “spostata”: sia temporalmente a ritroso sia geograficamente un poco più in alto, rispetto all’epopea western.

Col senno di poi, evidentemente, si può capire come Hugo Pratt si sia in qualche modo fatto le ossa con questa saga, con personaggi ben definiti e caratterizzati, seppure storici, prima di arrivare cinque anni dopo a quella che resta la pietra angolare dell’intero edificio della sua opera: Una Ballata del Mare Salato.
Entrambi i lavori hanno, peraltro, origini in qualche modo umili: la letteratura d’evasione di stampo anglosassone di cui l’Autore mai si vergognava, anzi si vantava: Zane Grey (e ovviamente Fenimore Cooper) oltre che Passaggio a Nord Ovest di Kenneth Roberts per quel che qui importa.

Il “mio Wheeling” è quello, sebbene poi sia stato ampliato e completato, molti anni dopo.
Lì si trova anche Hugo Pratt, che presta il proprio volto al rinnegato Simon Girty e questo è un dettaglio curioso, perché nel 1972 in Italia non tutti sapevano come era di persona l’autore di quelle storie a fumetti che cominciavano ad essere prese sul serio.

Credo che questa storia sia rimasta nel sangue al suo creatore per tanti risvolti, non del tutto evidenti.
Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che il secondo episodio ed alcune tavole di raccordo siano state completate ad ogni costo, per apparire nella edizione definitiva, in volume, di qualche mese postuma rispetto alla morte del loro creatore.

Nella seconda parte, quella non argentina appunto, si trovano pellerossa massoni in omaggio anche a questo lato della vita di Pratt, ma secondo me a Pratt “piacevano davvero tanto gli indiani” delle pianure del nord, sia nelle apparenze sia nei comportamenti.
Dal profilo a matita e biro magistralmente schizzato su un foglio A4 con il numero di telefono di Bertieri in bella evidenza (fu pubblicato in un portfolio poco noto) a quello splendido esempio di cattiveria e di cinismo che è Jesuit Joe, con quella morale tutta sua come era Hugo Pratt, anche lui in fondo glaciale nello sguardo e nei giudizi, quando voleva.
Gli indiani, gli indiani … In fondo gli unici soggetti capaci di rubare la scena a Corto Maltese nel cuore dei lettori, mica poco, no?




                                                                                                                      Steg



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[1] Alla trattoria Poste Vecie di Venezia, a Rialto, ancora verso il 1980 c’era un blow-up di una sua foto in bianco e nero, con l’impermeabile chiaro vicino a dei binari se ricordo bene.
Chissà se qualcuno la ha conservata quella foto. 

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