"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



domenica 8 giugno 2014

PERLE MEDIATICHE 33 – LA CRITICA GASTRONOMICA RECIDIVA


PERLE MEDIATICHE 33 – LA CRITICA GASTRONOMICA RECIDIVA

 
Forse il post più letto di questa serie è il numero 13, intitolato “La critica gastronomica”.
Ad esso rinvio per tutti i riferimenti specifici, in quanto sono gli stessi che devo invocare anche in questo caso.
 
Una puntata non altrimenti identificabile di Cuochi e fiamme, programma ancora trasmesso dall’emittente televisiva LA7d: puntata vista il 7 giugno2014, intorno alle ore 20.00.
 
Alla domanda specifica del conduttore Simone Rugiati, il Signor Andrea Grignaffini, che ha preso il posto di Fiammetta Fadda quale esperto giornalista gastronomico, dichiara – di nuovo e nella stessa trasmissione – che il “Carpaccio” è creazione di Arrigo Cipriani.
No.
 
Il mio Maestro, rectius docente, di Istituzioni di Diritto Privato e di Diritto Civile, a lezione una volta disse riferendosi a uno studente esaminando: “vuol fare il fine e cita la ‘tutela dell’affidamento’”.
Si tratta cioè della citazione a sproposito, in quanto inutile. Ma nel caso di specie è dannosa, poiché, tanto, chi controlla?
 
Il problema: li pagano questi esperti. Gente che magari non chiede la “voce amica”, tanto il conto è in nota spese in quanto è il loro lavoro.
Ecco perché Arrigo (questa volta sì) Cipriani diffida delle guide ai ristoranti e simili dei “fabbricanti di pneumatici” e non.
 
Del resto, il Signor Grignaffini dichiara di essersi “formato” negli anni ottanta del secolo scorso.
Io invece andavo in trattoria, anche dal Signor Amleto in Via Felice Casati a Milano con mia Nonna Lina, già nel 1963 (anno di nascita del medesimo Andrea Signor Grignaffini) e 20 anni dopo in Calle Vallaresso a Venezia e ivi per altri 30 (trenta) anni, non in nota spese.
 
 
                                                                                                                      Steg
 

 

 

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martedì 3 giugno 2014

“DER MUSSOLINI” (Song series - 2)


“DER MUSSOLINI”
(Song series - 2)

 

Ogni tanto capita che qualche lettore arrivi sul post relativo ai Deutsch Amerikanische Freundschaft - DAF ([1]) cercando notizie su questa canzone.

 

Visto che a me serve praticare la lingua, eccezionalmente qui di seguito fornisco il testo originale e quello da me tradotto della celeberrima Lied del duo (a partire dal 1981) di Düsseldorf.
A parte il “di tutto o quasi” in termini di versioni dal vivo o di altri (su You Tube c’è un mix di un’ora), le versioni di studio originali sono due: la prima contenuta nell’album Alles ist gut, la seconda rimissata da Conny Plank nella ormai rara antologia D.A.F. (che contiene anche la prima versione). Gabi Delgado-López ne realizzò anche una versione con i suoi DAF Dos.

 

Una nota generale per i più giovani: l’ispirazione della canzone è, chiaramente, data dai balli stupidi dei primi anni sessanta: loro parodie sono anche il “Time Warp” in Rocky Horror Picture Show e, volendo, anche il “Pogo” di Sid Vicious.

 

Mi sembra che questa canzone sia il classico esempio della rilevanza anche dei testi, nelle canzoni. Diversamente, molto del meglio dei D.A.F. sarebbe liquidabile come elettronica muscolare.

La parodia è feroce, evidentemente.

 

Geh' ([2]) in die Knie
Und klatsch' in ([3]) die Hände
Beweg' deine Hüften
Und tanz' den Mussolini ([4])
Tanz' den Mussolini
Tanz' den Mussolini


Dreh' dich nach rechts
Und klatsch' in die Hände
Und mach' den Adolf Hitler
Tanz' den Adolf Hitler
Tanz' den Adolf Hitler
Tanz' den Adolf Hitler
Und jetzt den Mussolini

Beweg' deinen Hintern
Beweg' deinen Hintern
Klatsch' in die Hände
Tanz' den Jesus Christus
Tanz' den Jesus Christus
Tanz' den Jesus Christus

Geh' in die Knie
Und dreh' dich nach rechts
Und dreh' dich nach links
Klatsch' in die Hände

Und tanz' den Adolf Hitler
Und tanz' den Mussolini
Und jetzt den Jesus Christus
Und jetzt den Jesus Christus

Und klatsch' in die Hände
Und tanz' den Kommunismus
Und jetzt den Mussolini
Und jetzt nach rechts
Und jetzt nach links

Und tanz' den Adolf Hitler
Tanz' den Adolf Hitler
Und jetzt den Mussolini
Und jetzt den Mussolini
Tanz' den Jesus Christus

Beweg' deinen Hintern
Und wackel' mit den Hüften
Klatsch' in die Hände
Und tanz' den Jesus Christus
Und tanz' den Jesus Christus
Und jetzt den Mussolini
Und tanz' den Adolf Hitler

Gib mir deine Hand
Gib mir deine Hand
Und tanz' den Mussolini
Tanz' den Kommunismus
Tanz' den Kommunismus

Und jetzt den Mussolini
Und jetzt den Adolf Hitler
Und jetzt den Adolf Hitler
Und jetzt den Jesus Christus

Und jetzt den Mussolini
Und jetzt den Kommunismus
Und jetzt den Adolf Hitler
Und jetzt den Mussolini

Und jetzt den Mussolini
Tu' den Mussolini
Tanz' mit mir ([5]) den Hitler
Tanz' mit mir den Hitler

Und geh' in die Knie
Beweg' deine Hüften
Klatsch' in die Hände
Und tanz' den Jesus Christus
Und tanz' den Jesus Christus
Und jetzt den Mussolini
Mettiti in ginocchio ([6])
e batti le mani
muovi le tue anche
e balla il Mussolini
balla il Mussolini
balla il Mussolini

Girati verso destra
e batti le mani
e fai l’Adolf Hitler
balla l’Adolf Hitler
balla l’Adolf Hitler
balla l’Adolf Hitler
e poi il Mussolini
 
Muovi il tuo sedere
muovi il tuo sedere
batti le mani
balla il Jesus Christus
balla il Jesus Christus
balla il Jesus Christus

Mettiti in ginocchio
e girati verso destra
e girati verso sinistra
batti le mani

E balla l’Adolf Hitler
e balla il Mussolini
e balla il Jesus Christus (
[7])
e balla il Jesus Christus

E batti le mani
e balla il Kommunismus (
[8])
e poi il Mussolini
e poi verso destra
e poi verso sinistra

E balla l’Adolf Hitler
balla l’Adolf Hitler
e poi il Mussolini
e poi il Mussolini
balla il Jesus Christus

Muovi il tuo sedere
e ancheggia
batti le mani
e balla il Jesus Christus
e balla il Jesus Christus
e poi il Mussolini
e balla l’Adolf Hitler

Dammi la tua mano
dammi la tua mano
e balla il Mussolini
balla il Kommunismus
balla il Kommunismus

E poi il Mussolini
e poi l’Adolf Hitler
e poi l’Adolf Hitler
e poi il Jesus Christus

E poi il Mussolini
e poi il Kommunismus
e poi l’Adolf Hitler
e poi il Mussolini

E poi il Mussolini
fai il Mussolini
balla con me l’Hitler
balla con me l’Hitler

E mettiti in ginocchio
muovi le tue anche
batti le mani
e balla il Jesus Christus
e balla il Jesus Christus
e balla il Mussolini

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Intitolato “D.A.F.: tutto e tutti in discussione”: https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/10/daf-tutto-e-tutti-in-discussione_28.html.  
[2] I verbi sono apostrofati in quanto si tratta di forma imperativa.
[3] La preposizione “in” garantisce che siano le mani del destinatario dell’ordine che vanno battute, del resto anche in Inglese si usa dire “clap your hands” pur essendo l’aggettivo possessivo quasi superfluo.
[4] Siccome in Tedesco si declinano i complementi rispetto al soggetto, si passa dal titolo “Der Mussolini” a “Den Mussolini” che è la forma accusativa.
[5] “Tanz mit mir” è una canzone pubblicata come lato b del singolo, tratto dal secondo album, “Der Räuber und der Prinz”.
[6] Letteralmente “sulle ginocchia”.
[7] Mantengo tutti i riferimenti in originale. Ovviamente la traduzione è “Gesù Cristo”.
[8] Idem: “Comunismo”.

venerdì 30 maggio 2014

ROLLING STONES: PERCHÉ (Sketches series – 16)


ROLLING STONES: PERCHÉ
(Sketches series – 16)

 

Digerire “gli Stones” è stato laborioso, ma mentre non li consideravo ero certo che comunque sarebbero arrivati prima loro e, se loro non fossero arrivati, The Beatles non sarebbero neanche partiti.

 

“Tutto nero”: per uno scolaro delle elementari 196X (([1]) la arrabbiatura era evidente, anche se cantata da Caterina Caselli, e quella batteria isolata suonava indubbiamente inusuale. Ovviamente scrivo di “Paint It Black”.

 

Passano i lustri e (quel che succede non interessa a nessuno) alla fine i tasselli si incastrano. Complice magari uno di quegli articoli (di una rivista in lingua inglese, per forza cosa vuoi leggere?) che ho letto in vacanza.
Forse sono ammorbidito (sic!) anche in ragione della precedente lettura di quella storia a fumetti coloristicamente pirotecnica, graficamente gotica e barocca ma funerea nella dedica (cancro che ti priva della persona amata) intitolata La Nuit di Philippe Druillet, storia che mi impose l’ascolto e la lettura (del testo) di “Brown Sugar”.

 

Mi creo così, man mano, un pugno abbondante di canzoni che possono, anche, sintetizzare alcune mie opinioni.
A partire da quella crowleiana e blasfema, anche contra Kennedy, “Sympathy For The Devil”.

 

Che dire poi della – già citata altrove – guerrigliera urbana invocazione (pre “White Riot” di The Clash, inconfutabilmente) che è “Street Fighting Man”, la quale comincia defiante solo in canale destro nella versione stereo ([2])?

 

Ho una sorta di passione da trincea piena di fango e di topi, mentre ci bombardano da terra e dal cielo, per “Gimme Shelter”.
Forse in un’altra vita mi hanno scartato quando ho fatto domanda per la cavalleria del cielo. Rambo child negletto, ancora.

 

Aggiungo, why not?, la depressione di molte madri per constatare come morda rabbiosa anche nel 2014, “Mother’s Little Helper”.

 

Senza cadere nell’elencazione telefonica, preciso che mi domando “quid Brian Jones” di cui ricordo ancora la notizia in bianco e nero (ma bianche furono solo le farfalle di Hyde Park?) della sua morte al telegiornale (c’era solo quello serale) del 1969.

 

Sorrido alla “parentela” fra Richards e Johnny Depp.

 

Mi “ricordo sempre di Turner” (non il pittore) anche in omaggio a Nicolas Roeg.

 

Nota per i lettori maschi: le ragazze magari ti dicono che sognano Mick Jagger, ma in realtà sono perse per Keith Richards. Così naufragate per lui che nemmeno pronunciano Keif.
Non lo ho scoperto io, lo dicono le ragazze (poche, ma parlano per tutte), quindi hanno ragione loro e voi ragazzi dovreste trovare una di quelle che lo dicono: sono sincere e non vi mentiranno mai.

 

Precisazione: non li ho mai visti dal vivo, non andrò a Roma a fare carne da leoni: per dirla alla Oscar Wilde: molto “campo” e niente “camp”.
We can’t always get what we want ([3]), ma questo non obbliga ad accontentarsi.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Vent’anni prima, invero dieci. Altro che Dumas!
196X più 20: l’algebra della ribellione, ma più 20 appunto dieci anni solo dopo e non venti: chiaro? Diversamente andatevi a leggere i post “Tonito Memorial” e “Palach Memorial”.
[2] Eh già, perché esiste anche quella monofonica.
[3] Cfr. “You Can’t Always Get What You Want”.



POST SCRIPTUM
(GIOCANDO COL FUOCO)

 

A breve annotazione di parte dei commenti di Glezos.



Morrissey è un sostenitore delle New York Dolls.
Johnny Thunders fu la chitarra solista delle NYD.
Johnny Thunders aveva nel suo repertorio dal vivo “Play With Fire” dei Rolling Stones.

 

A definitivo scanso di coerenza: è noto quanto James Dean significhi per Morrissey. Eppure essi sono inconciliabili quanto alla corrida.

 

Per completezza: i ricordi di Morrissey riescono ad avere scarti di anni ([1]). Perciò non lo ritengo affidabile nemmeno in quanto a coerenza nei suoi gusti, appunto; pur apprezzandone io – come ho anche scritto – la scorrettezza oltre a parte della sua carriera artistica.

 

Temo, anche, che dopo 24 anni, con qualche aggiustamento nel testo la canzone di Morrissey “Get Off The Stage” potrebbe ben adattarsi a Morrissey.
D’altro canto, io non ho indicato canzoni dei Rolling Stones “recenti” e, questa è una strizzatina d’occhio: Keith Richards ha rifiutato il titolo di Sir, come probabilmente lo rifiuterebbe Morrissey (“The Queen Is Dead”).

 

Nel rispetto di tutte le opinioni.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] i Ludus non hanno - perché non esistevano - pubblicato nulla nel decennio settanta. Quindi associare i loro primi due singoli all’esperienza di Morrissey con i Nosebleeds è da parte sua una svista notevole.

 

domenica 25 maggio 2014

BERLÌN (ein Geisteszustand)

Berlin Tempelhof


BERLÌN
(ein Geisteszustand)



Uno stato mentale diverso dall’usuale. Uno stato mentale urbano.
Più di 1 stato mentale urbano: quanti se ne possono avere? Dipende, io sono una persona da città, ne conto 2 molto forti di stati mentali urbani e qualcun altro meno intenso, comunque sempre certo e indelebile.
 
La canzone di Billy Joel – di cui rileva il titolo e non il contenuto – si intitola “New York State of Mind” ([1]). Ma qui provo a scrivere di Berlino, meno distante geograficamente di Gotham City, ma con altri ostacoli, a partire da quello linguistico che - per la nostra notoria incapacità di percepire le differenze non evidenti - induce a minor sforzo e a fare un unicum di tutta la Germania, mentre Berlino con il resto della Germania non c’entra più molto da quasi 70 anni.
 
Fine della premessa ([2]) a questo enorme schizzo.
 
 
L’accento va sulla lettera “i”, non è un dettaglio.
 
Credo che David Bowie non sia comprensibile appieno a chi non ama Berlin.
Ci sarebbe da domandarsi – non mi risulta qualcuno se lo sia domandato – se Berlin o già “Berlin” di Lou Reed abbiano influenzato Bowie per lo meno nella sua scelta di trasferirsi in questa capitale ([3]).
Non limitatevi al dato cronologico, per favore e, per assurdo, nemmeno a quello geografico: in una intervista del 2006 Reed dichiara di non essere mai stato nella capitale tedesca ([4]).
Senza, evidentemente, dimenticare Iggy Pop ([5]), come si vedrà.
 
Devo anche precisare che chi arriva per la prima volta a Berlin (di nuovo mi raccomando la “i”) oggi, non ha modo di capire molto della sua storia recente: i cambiamenti si notano solo conoscendo il prima che non esiste più.
 
Anche perché Berlin è come Düsseldorf (o viceversa), cioè due città poco considerate ([6]) se non dai proto-punk e dai primi “eroi” (cfr. clothes for heroes).
Chi, nel 1972, andò a leggersi Christopher Isherwood dopo aver visto al cinema Cabaret di Bob Fosse?
Chi, nel 1977, visitò la città natale dei Kraftwerk dopo il successo di “Trans Europa Express” ([7]) ([8])?
 
Nel 1986 le barriere nella stazione di metropolitana dello Zoo mi parevano come le paratie per tori e cavalli selvaggi nei rodeo.
Era stata una visita fugace, d’estate, arrivando da quella autostrada in cui era meglio non fermarsi che attraversava la “Germania dell’est”. Ricordo una bibita al tavolino all’aperto di un bar lungo la Ku’damm ([9]).
 
Quando per le mie vacanze natalizie scelsi Miami Beach fui trattato ([10]) come un eccentrico o peggio, era il 1987.
Qualche anno dopo non ebbi maggiori consensi per le mie visite invernali alla non più squartata Metropolis ([11]).
Molto fango nella Ebertsraße, fra la Brandenburger Tor e Potsdamer Platz ([12]), e poi tutti quei grovigli di tubi (spesso dipinti di rosa) sopraelevati ([13]).
 
Però con Berlin occorre prima o poi fare i conti, nella propria vita. Oppure non li si fa, come non li si fa con New York City ([14]), e un certo giorno è troppo tardi.
Se non li avessi fatti non scriverei (o non potrei scrivere ([15]) queste righe).
 
L’ordinata – nelle procedure – capitale ha una doppia rete di metropolitana, ma i convogli si confondono nelle tratte in cui la U-Bahn è sopraelevata come la S-Bahn.
No, non sto scrivendo una breve guida alla città, il fatto è che l’Atene della Spree ([16]) ha la rara caratteristica di avere tratte gradevoli (o intellettualmente interessanti) anche quando si viaggia in vagoni, come testimonia “The Passenger” di Iggy Pop.
 
Un vantaggio della città è che non soffre di quella triste patologia che sono gli anni sessanta: Parigi e Londra, che non sono cambiate molto se non in peggio ([17]) nei loro centri extra-finanziari ([18]), subiscono ancora gli ultimi postumi, rispettivamente, di sessantottismo e di swingite ([19]).
Qui quel decennio è forse quello meno gradito del secondo dopoguerra.
 
Oggi il muro (“die Mauer” ([20])) per la massa è poco più che un ruvido pseudo-monumento turistico da portarsi a casa: si vendono ancora “pezzetti di muro” ([21]) e vedere quelli che li comprano ora mi fa l’impressione di vedere coloro che compravano gli LP postumi di Jimi Hendrix autografati dal deceduto.
Ma vi assicuro che un poco lo si percepisce ancora, in certe zone.
Il punto della città che preferisco? Di fianco al severo e vigile Adlerkopf ([22]) del vecchio Berlin Tempelhof.
 
E la musica? Beh, evidentemente un poco di confusione esiste, per lo meno in quanto la scena punk e successive derivate occidentali e quelle omologhe orientali erano, appunto, separate.
Poi c’è “tutta la scena techno” che si può riassumere volendo nella parola Tresor e che in qualche modo è – fra il 1991 e il 2005 – un “ballare in faccia all’avversità” ([23]) passata (ed ormai definitivamente (?) conclusa) e all’incerto futuro.
 
Come è capitato, raramente, per altri post, credo necessitino degli “apparati”, ovviamente soggettivi.
Evidentemente chi conosce almeno elementarmente la lingua tedesca in queste righe può solamente trovare un altro punto di vista e, quindi, le indicazioni che fornisco sono – di nuovo – al più alternative.
Con tre precisazioni preliminari:
1) Trabant significa satellite;
2) U2 è per me sempre e solo la linea 2 (rossa) della metropolitana sotterranea (U appunto);
3) nonostante tutto non sono ancora riuscito a vedere Der Himmel über Berlin ([24]) di Wim Wenders.
 
Partendo dalla letteratura, per chi ha velleità trascendenti ciò che ho scritto l’inizio può essere il volume, oltre mille pagine, di Alexandra Richie, Faust’s Metropolis – A History of Berlin ([25]).
Altri libri possono essere il pre-9 novembre 1989 Der Mauerspringer ([26]) di Peter Schneider. Sempre con la città divisa e solo parzialmente ambientato ivi The Boy Who Followed Ripley di Patricia Highsmith ([27]). Ricordo anche The Innocent di Ian McEwan.
Un’antologia intelligente, che combina cronaca e narrativa sulla sera cruciale, è Die Nacht, in die der Mauer fiel ([28]), curata da Renatus Deckert dove ancora una volta si precisa a più riprese che il muro non cadde fisicamente.
Per chi legge almeno il Francese, esiste un numero monografico (il 625) della rivista letteraria Les Temps modernes dal titolo Berlin mémoires. Sempre d’oltralpe è l’opera narrativa di Oscar Coop-Phane Berlin demain.
 
Per la musica tutto si fa più complicato per una ragione banale: musica delle rive della Spree non significa musica di suoi nativi. Inoltre, esistono delle ripetizioni.
Una ritenuta fondamentale, ma rara, antologia in CD è Als die Partisanen kamen. Forse più semplice è trovare Berlin 61-89 Wall Of Sound (un doppio CD). Depurando da tutto il non “locale” (ma non ha senso in quanto si tratta di un lavoro fondamentale) si veda un altro doppio compact: Verschwende deine Jugend. Non semplice da reperire il CD più DVD Berlin Super 80. Per “adiacenza concettuale” indico anche il libro Berlin Sampler di Théo Lessour che analizza una serie di opere musicali “berlinesi”.
Passando ai singoli artisti, fra i tedeschi sono da citare per lo meno Nico ([29]), Malaria!, Einsturzende Neubauten, i parzialmente berlinesi Liaisons Dangereuses.
Rispetto a tutta la scena del Tresor, a parte le molte compilation realizzate dal locale medesimo, necessario e sufficiente è il già citato documentario Sub Berlin – The Story of Tresor che oltre al DVD consta anche di un CD.
Quanto agli stranieri, per David Bowie sono essenziali ([30]) i “soliti” tre album: Low, “Heroes”, Lodger e la canzone “Station To Station” ([31]), mentre per Iggy Pop The Idiot e Lust For Life. Provocatorio il Rock Around The Bunker di Serge Gainsbourg.
La distanza fra le influenze di una sola parola è udibile in Live in Pankow dei CCCP rispetto a Florence In Silence dei Pankow ([32]).
 
Per il cinema, a fianco di Metropolis cito espressamente soltanto One, Two, Three di Billy Wilder, Good Bye Lenin! e il recente Oh Boy.
 

Aggiungo un bonus: non mi risulta che sia disponibile ufficialmente, e su You Tube è diviso in 5 parti. Si tratta di David Bowie An Earthling At 50, andate alla “part 3” (https://www.youtube.com/watch?v=oXOnANBUT2o), intorno a 1’45” per un paio di minuti importanti.
 
In conclusione, non solo “Where Are We Now?” ([33]), ma anche e sempre where are YOU now?
 
 
                                                                                                                      Steg
 
Berlino ai tempi del Mauer con l'indicazione dei vari settori
 
Variazione sul tema Berlino ai tempi del Mauer
 
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[1] Reperibile anche in qualche sua antologia, apparve nell’album Turnstiles, che significa “tornelli”: quelli della metropolitana.
[2] La mia narrativa soffre di tanti e tali difetti che siamo al non pubblicabile, se non fosse che il prezzo dell’inedito mi sembra troppo alto sia per l’autore, sia per i lettori.
[3] Questo post rientra fra quelli che mi fa piacere scrivere, ma che non sono semplici in quanto meditati. Il risultato è che questa considerazione precede di mesi la morte di Lou Reed.
La canzone fa parte del primo album solista, eponimo, di Reed (1972), mentre il long playing dal medesimo titolo è dell’anno successivo: sebbene fra loro stia Transformer (prodotto da Bowie), va considerato come la canzone sia anche l’ispirazione dell’album cui dà il titolo e che “apre”.
[4] L’intervista, televisiva e di circa 67 minuti, è nota come “Lou Reed joined Anthony DeCurtis at 92Y on September 18, 2006”, l’ho reperita come: http://www.youtube.com/watch?v=Ms4V0faf94M. Per esattezza il programma dovrebbe intitolarsi “92 Street Y”.
[5] Incidentalmente: Ian “Curtis’s obsession with Germany – according to his wife Deborah, their wedding fetured a hymn sung to the tune of the German national anthem [più che verosimilmente si tratta di “Das Lied der Deutschen”, che quasi tutti sono soliti ricordare con l’incipit “Deutschland über alles”, NdA] – stemmed partly from the Berlin chic of his glam heroes, Reed, Pop and Bowie” scrive Simon Reynolds nel suo libro Rip It Up and Start Again-Postpunk 1978-1984 (pag. 183).
La paternità dell’espressione post punk è peraltro solitamente attribuita a Jon Savage al tempo in cui scriveva per il settimanale musicale Sounds e si fa risalire già alla fine dell’anno 1977.
[6] La Germania tende ad essere poco considerata, ed anche un poco insultata quando non si sanno distinguere i tipi di birra o di wurst.
[7] Che tutti o quasi conoscono nella versione in lingua inglese “Trans Europe Express”.
[8] Dalla stessa città arrivano anche Neu!, Deutsch Amerikanische Freundschaft, Die Krupps, …
[9] Io e il mio amico MZ ci stupimmo: le donne non si depilavano le gambe.
[10] Senza scomodare l’oceano d’inverno.
[11] Perché se NYC è Gotham City, è altrettanto chiaro che Fritz Lang è fedele alla madrepatria quando immagina il suo Meisterwerk.
[12] Qualche immagine (talvolta accelerata) dello stato della presto nuovamente capitale della riunita nazione tedesca si rinviene nel documentario SubBerlin – The Story of Tresor.
[13] Che servivano, e servono, per pompare l’acqua (dato che la città ha una falda molto vicina alla superficie) ogniqualvolta si costruiscono degli edifici.
[14] Questa è una prospettiva più oggettiva di quella in premessa.
[15] Non essendo io un artista.
[16] Il fiume della città.
[17] Ho un’età per cui posso rimpiangere “il” Drugstore (nome corretto drugstore Publicis) che guardava sulla piazza a Saint-Germain-des-Prés a qualche passo dalla Brasserie Lipp.
Credo lo copiò un poco (insieme ad altro) Elio Fiorucci quando aprì in Via Torino a Milano.
[18] Scelte diverse: La Défense tutta fuori, mentre i grattacieli gomito a gomito con la vecchia City.
[19] Potrei divertirmi a scrivere di ciò.
[20] Muro è sostantivo di genere femminile in Tedesco.
Lo è anche Brücke: per chi si voglia sforzare e andare a vedere il museo.
[21] Un piccolissimo frammento è contenuto nel cofanetto Tesori della patria dei Disciplinatha.
Io ne ho anche due frammenti avvolti in carta stagnola come fossero caramelle: l’idea di un giornalista italiano che “era là” quando fu abbattuto il muro – curioso tutti parlano di “caduta” come se fosse crollato per eventi naturali – e li regalò a una sua festa quando tornò (non partecipai, me li portarono).
[22] Der Adler e der Kopf: ancora due cambi di genere.
[23] Si tratta del titolo di uno dei due CD che costituiscono una fondamentale antologia della newyorkese ZE Records.
[24] Pur disponendo anche dell'edizione Criterion.
[25] Di cui esiste anche l’edizione italiana: Berlino, storia di una metropoli.
[26] Edizione in Inglese intitolata The Wall Jumper.
[27] Fa parte della “saga” di Tom Ripley la quale, fra l’altro, è caratterizzata da una discreta ambiguità sessuale molto “berlinese”.
Il titolo italiano del libro è eccessivo: Il ragazzo di Tom Ripley.
[28] Tradotto in Italiano con il titolo identico de La notte in cui cadde il muro.
[29] Oltre alla sua versione di “Das Lied der Deutschen”, si vedano tutte le sue canzoni cantate nella madrelingua contenute nel doppio CD The Frozen Borderline – 1968-1970.
[30] Più una aggiunta di chiusura.
[31] In qualche modo “compilati” nella colonna sonora del film Christiane F. – Wir Kinder vom Bahnhof Zoo, tratto dall’omonimo libro di Christiane Vera Felscherinov, con l’aggiunta anche di “Stay” e “TVC15” tratte dall’album Station to Station e una versione bilingue del simbolo “Heroes”-“Helden”.
[32] Di Garbo e Enrico Ruggeri ho già scritto altrove.
[33] Che si riflette nel sottotitolo, precedente a questa canzone tratta dall’album di David Bowie The Next Day, del mio blog.