"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



mercoledì 15 febbraio 2012

“STORM THE MEMORY PALACE” (talkin’ ‘bout The Associates, somehow)




“STORM THE MEMORY PALACE” ([1])
(talkin’ ‘bout The Associates, somehow)


 

Un mio amico, FV, potrebbe scrivere de The Associates e di Billy MacKenzie ([2]) – la metà più evidente del duo, l’altra è Alan Rankine – molto meglio di me. Ma lui è un artista musicale. Lui li ascoltava “mentre c’erano”, io invece leggevo che c’erano.
Leggevo che c’erano preoccupandomi piuttosto (nella tarda primavera 1982) delle corde vocali di Siouxsie ([3]).

 

Quindi per mettere a ferro e fuoco il Palazzo del Ricordo dopo quindici anni dal suicidio di Billy MacKenzie ([4]) sarò meno preciso del solito per – non è un ossimoro nel mio caso – un difetto di emotività generazionale.

 

Rispetto a The Associates tutto è poco chiaro e lineare, tutto.
Per i dati storici potete partire da una ricerca su Internet, anche perché qui siamo nel culto puro e pertanto troverete poco ma di regola esatto, e per un approfondimento sbilanciato – come tutto lo è in questa storia sul frontman e anche titolare del nome d’arte, Billy MacKenzie – potete far riferimento al libro di Tom Doyle, The Glamour Chase: The Maverick Life of Billy MacKenzie ([5]).

 

Ma quando vi metterete a cercare la loro musica la confusione diviene sovrana ([6]), il fuori catalogo o quasi è la regola, la possibilità di due edizioni dello stesso fonogramma non è un unicum.
Un punto di partenza: l’eccellente antologia doppia che uscì ormai anni fa dal titolo Double Hipness.

 

Il fatto è che The Associates nella formazione originale – qualitativamente la migliore seppure la voce del cantante resterà sempre notevolissima e Rankine, meritoriamente, dopo il suicidio del suo ex sodale sarà fra coloro che cercheranno di preservare l’intero patrimonio musicale esistente sotto forma di registrazioni indipendentemente dai line-up – soffrono un poco della “sindrome del duo” (pur se la coppia talvolta è un punto d’arrivo, in altri di partenza): considero Suicide, Soft Cell, D.A.F.
Ci si trova, cioè di fronte a una produzione disomogenea, in alcuni casi altamente eterogenea, con un contrasto fra opere musicali più commerciali (o meno “drastiche” ([7])) e composizioni più intransigenti.
Ecco allora che mentre è sempre un poco rischioso consigliare delle raccolte (non intendo qui alimentare la sterile discussione fra artisti “da singolo” e artisti “da album”; di altrettanto inutile c’è quella della prevalenza o meno del romanzo sul racconto in termini qualitativi) ci si può chiedere se possa per tutti avere un senso citare il formato album ([8]).

 

Se credete che The Associates fossero post-punk (per molti sembra un dato acquisito, non comprendo l’utilità del dato ([9])) optate per l’esordio con The Affectionate Punch, altrimenti cercate il terzo, Sulk. Però vi perdete ciò che è compreso fra i due.
Quando si fa presente che del primo album esistono due versioni diverse e la prima ha due versioni in CD, credo capirete la confusione.

 

Cercando di chiarire un po’: Billie MacKenzie ha una voce straordinaria ed è un divo (la baruffa a colpi di canzoni fra lui e Morrissey esemplifica un poco le cose) – anzi una “diva” dichiara l’amica Siouxsie ([10]) in un documentario (televisivo?) che trovate purtroppo solo sul web ([11]), ma senza Alan Rankine non ci sarebbe forse stato molto.

 

Dai nomi di coppie artistiche elencati prima, è chiaro che non dovete aspettarvi chitarre e assoli di batteria entro il nucleo della produzione fonografica della formazione storica.
Sostanzialmente sparita metà del duo (un pugno di registrazioni, davvero), MacKenzie in vita ha realizzato molto in studio, anche senza utilizzare “The Associates” come marchio. Un discreto numero di fonogrammi è stato pubblicato solamente postumo.

 

A mo’ di conclusione, quindi, cercate solamente le edizioni più recenti perché più curate, spesso caratterizzate da bonus track e auspicabilmente anche più facili ed economiche da reperirsi.
Peccato che non esista materiale video disponibile commercialmente, pur se nella Rete i più tecnicamente dotati troveranno sicuramente filmati di vario genere.

 

 

                                                                                              Steg

 

 

 

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[1] È il titolo di una canzone da solista di Billy Mackenzie.
[2] Nato William MacArthur,il 27 marzo 1957.
[3] Perché quanto a Siouxsie and the Banshees avremmo potuto restare soli con il singolo “Fireworks”, una splendida Kid Jensen Session e poco altro.
[4] Queste righe sono casualmente nate in questo periodo, ho rivisto il testo del post all’inizio di settembre 2013.
Egli morì il 22 gennaio 1997.
[5] Ritengo che la chiusura della recensione di Julie D (Lancashire) riassuma bene la situazione: “I cannot, cannot give this book less than a five star review. I can't do it for fear that some casual browser of Amazon one day be deterred from finding out more about Billy MacKenzie, his music and THAT voice. He still resonates loud and clear. The essence of the man lives on in his fans, I guess. One day a most fantastic book will be written about a man as difficult to pin down as a mountain stream. Until then, 'The Glamour Chase' will have to do.”.
Sappiate che nemmeno è chiaro quali siano le novità, prefazione a parte, fra l’edizione del 2011 e la prima del 1998 (e vorrei evitare di trovarmi con tre copie con testo uguale).
[6] Non a caso questo post trae il nome anche da un album non solo postumo, ma accreditato a Paul Haigh e MacKenzie: Memory Palace.
È vero che circola un CD dal titolo Demos che ne contiene una versione ulteriore, ma siamo già nella fascia collezionistica dei bootleg in formato CDR e sapere a quando risale pare arduo.
[7] Curiosamente per i Suicide non vedo sempre una maggior orecchiabilità in canzoni dall’impianto più tradizionale.
[8] Salvo poi l’altro dilemma poco producente fra: meglio il formato LP o quello CD. Rispondo: l’esordio dei Ramones e qualche disco di Todd Rundgren dimostrano l’eclettismo anche nelle durate sul supporto in vinile (non doppio). Fine.
[9] Motivo l’affermazione considerando l’eterogeneità di un termine che semplicemente caratterizza un’epoca piuttosto che un suono: considerate la trattazione di Simon REYNOLDS in Rip It Up and Start Again – Postpunk 1978-1984 e le sue discografie (talmente estese che le pubblicò sul sito Internet dell’editore e poi sul proprio).
A tacer del fatto che manca del tutto qualsiasi denominatore, anche se banalizzato, in termini di immagine e stile nell’abbigliamento.
[10] “Stay” di The Creatures gli è dedicata.
[11] http://dangerousminds.net/comments/the_glamour_chase_documentary_beauty_despair_singer_billy_mackenzie. Oppure: http://youtu.be/tnSi2MNYYRA.
Come vedete, con lo stesso titolo trovate un album, un libro e un audio video.

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