"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



venerdì 23 dicembre 2011

SEASON’S GREETINGS - 3 (with a big help from Siouxsie and the Banshees)



SEASON’S GREETINGS - 3
(with a big help from Siouxsie and the Banshees)

To finish: a winter theme from Canada, but sent from Boston to me in London during the summer of 1984, courtesy of Steve Severin.





                                                                                                                      Steg



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SEASON’S GREETINGS - 2 (with a big help from Siouxsie and the Banshees)



SEASON’S GREETINGS - 2
(with a big help from Siouxsie and the Banshees)

These are front and back of the postcard Siouxsie promised me before their late 1983 tour in Israel (please note the British stamps, by the way).





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SEASON’S GREETINGS (with a big help from Siouxsie and the Banshees)



SEASON’S GREETINGS
(with a big help from Siouxsie and the Banshees)

There was a time when the most waited for Christmas card was the Siouxsie and the Banshees one.

Hence I decided to use some bansheeiana for the hard task of theese greetings.

Starting with the alternative artwork for Join Hands as signed by the best line-up ever: Siouxsie Sioux, Steve Severin, John McGeoch, Budgie.


                                                                                                                      Steg



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mercoledì 21 dicembre 2011

RICHARD HELL (Parlando un po’ di New York City)

RICHARD HELL
(Parlando un po’ di New York City)

Sebbene con qualche suo capriccio d’artista (come ad esempio il poco gradimento per la ripubblicazione di qualche suo film, oppure il disconoscimento del mix originale del secondo dei due album pubblicati con i Voidoids, Destiny Street) Richard Hell è una figura molto importante (non solo per Clinton Heylin ([1])), ma anche piuttosto atipica.

È di prossima uscita (il contratto è stato firmato ai primi di ottobre del 2011) la sua autobiografia intitolata I Dreamed I Was a Very Clean Tramp e quindi poco importa svolgere qui un riassunto stile Wikipedia (data anche la completezza del sito ufficiale di Hell).

Lo incontrai a Seattle una ventina di anni fa, avendo per caso scoperto che si esibiva in un locale quella sera stessa. Dopo il suo spettacolo fu molto gentile nel firmarmi un paio di suoi libri e stupito quando gli raccontai che anni prima avevo trovato in edizione originale il libretto di poesie da lui pubblicato insieme a, allora suo sodale, Tom Verlaine nel 1973 ed attribuito alla fittizia autrice Theresa Stern con il titolo di Wanna Go Out? ([2]).

Ecco in ciò si manifesta l’eclettismo di Richard Meyers, classe 1949.
Poeta, attore, musicista e cantante – cui qualcuno attribuisce la “fondamentale” introduzione della spilla da balia come accessorio d’abbigliamento –, bistrattato dagli amanti della tecnica pura come chitarrista (la solita storia delle audizioni nei Television raccontata da chi non sapeva che dei Television Hell era un componente e che di Verlain era amico), legato sentimentalmente a Lizzy Mercier Descloux.
Più recentemente scrittore in prosa, sempre meno musicista, ormai forse unico cronista affidabile di una stagione artistica, non solo musicale, soprattutto newyorkese, la quale ha avuto più morti di una battaglia, in proporzione.

Prendete l’incipit con cui egli descrive nell’obituary una ancora meno nota figura della scena manhattanita: Zoë was like a work of fiction. She was too skinny though! It was the drugs. (“Skinny” used to signify “young,” but since the 70’s it reads as “drugs” or even “AIDS.”)’, Zoë Lund ([3]).
Purtroppo di necrologi e di recensioni per pubblicazioni postume Hell ne ha scritti non pochi: per Johnny Thunders, per il romanzo The Petting Zoo di Jim Carroll, sono le prime cose che mi vengono in mente.

Ma ogni volta che ascolto o leggo qualcosa di suo, è come passeggiare per le strade di Gotham City, ed è sempre un piacere; quel piacere che si ha quando contemporaneamente si ha la certezza di essere in grado di seguire un percorso e la gioia di arrivare a conoscere qualche cosa di nuovo.
Certo, ormai più che scoperte sono spedizioni archeologiche, con pezzi sempre più grandi di vuoto, umano ma anche materiale (si pensi a chi non è mai passato sul marciapiede antistante il Chelsea Hotel, ormai non può più farlo).

Insomma, dal prossimo Richard Hell non mi aspetto più nessuna passeggiata lungo il lato selvaggio, ma neanche la versione da parco dei divertimenti di certe commemorazioni del passato troppo miopi.
Perché, quanto a New York City e al suo sound, bisognerebbe sempre partire dal crollo del Mercer Arts Centre e non rammaricarsi solamente a far data dalla morte di Joey Ramone o, peggio, da quella della chiusura del CBGB’s (che era ormai un living dead buono solo come rivendita di proprio merchandising).


                                                                                                                      Steg



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[1] Mi riferisco al fatto che questo autore con name-dropping utilizza i Voidoids come fermalibro finale a fronte dei Velvet (Underground) come fermalibro iniziale nel titolo di un suo studio sul punk nordamericano.
Interessante poi il libro di Tim Mitchcell, Sonic Transmission – Television, Tom Verlaine, Richard Hell, London, Glitter, 2006 anche in ragione del fatto che in Internet non si trova molto su Richard Hell e i primi Television pur se è ricomparso il sito http://www.thewonder.co.uk/index.htm.
[2] Fu ristampato in mille copie nel 1999 in versione con testo francese a fronte a cura di Michel Bulteau (altro personaggio che richiederebbe attenzione). Ormai esaurita da anni anche questa edizione.
[3] Nelle parole di suo marito Robert Lund: “Zoë Lund (née Zoë Tamerlis) lived many roles during her 37 years - musician, political activist, actress, model, writer, wife, junkie... She is most widely known for her starring role in the feature film Ms.45 (1980), and her screenplay for Bad Lieutenant (1992)”. Il sito da cui ho tratto questa breve descrizione è http://zoelund.com/.

martedì 20 dicembre 2011

IL SAPORE ANCHE AMARO DEI GUNS ‘N’ ROSES


Badge ufficiale in metallo del Use Your Illusion Tour europeo 
IL SAPORE ANCHE AMARO DEI GUNS ‘N’ ROSES

Nel vento fischiano i Guns ‘N’ Roses.
Duri, eppur poetici, conosciuti dalle masse, eppur paladini dei negletti.
Quasi è più facile scrivere dei Rolling Stones, almeno all’apparenza.

Incespica nelle liriche Axl per distillare la verità di “Welcome To The Jungle”.
Axl che si copre di tatuaggi per non affondare nei tratti delicati del proprio viso.

E che dire del più keif-ico di tutti gli allora giovani chitarristi, Slash ([1])?
Del resto non sono forse quasi morti artisticamente mentre aprivano concerti per i Rolling Stones?

Le t-shirt che sanno di punk di Izzy Stradlin, ma gli stivali con qualche filo d’erba di prateria misto al grasso di una catena di motocicletta, le cartucciere alla cintola che riconoscono anche il retaggio dei Motörhead.
È un baedeker visuale di ribellione, quello dei G’N’R, che ammicca ovviamente non all’ascoltatore casuale bensì al seguace delle diecimila copie di Live ?!*@ Like A Suicide prima dei 28.000.000 di copie di Appetite For Destruction.

L’onestà artistica nel riconoscere ciascuna delle loro ispirazioni ha portato più di un kid ad ascoltare canzoni altrimenti destinate ad un ingiusto dimenticatoio (rammento il caso di “It’s Alright” dei Black Sabbath il cui parlato serve per introdurre “November Rain” durante il Get In The Ring Tour).

Soluzioni facili? No grazie.
Ecco quindi “One In A Million” che non deve essere in alcun modo giustificata: prendere o lasciare. Io la prendo, con quelle chitarre dalle corde che non potrebbero suonare più sporche e più acustiche al tempo stesso.

Use Your Illusion è Moby Dick: quattro dischi per espiare ogni colpa e quindi albatros musicale impossibile da rispettare.
A mio arbitrario scegliere, sono costretto a indicare “Coma” - vero viaggio nel buio - e “Estranged” - funesta auto analisi - in un panorama più che abbondante e ricco.

Si arriva cosi a The Spaghetti Incident, neanche degnato di considerazione da molti critici.
È il ritorno agli ideali diecimila (anche se moltiplicati più volte), Spartani senza guida verso le proprie Termopili senza gloria.
Si tratta “del Pin-Ups” dei G’N’R, un album che ha il solo difetto di non essere doppio e l’ulteriore pregio di aver concesso ([2]) un poco di serenità economica a qualche artista non uso a essere un best seller oppure agli eredi.
Cito “Ain’t It Fun”, evidentemente, qui in una forma che non segue pedissequamente la versione dei Dead Boys, bensì si rifà anche a quella di Peter Laughner and friends (che ossimoro cinico!) ([3]) con la chitarra che scarifica come quella arrugginita di Neil Young di “Hey Hey, My My (Into The Black)”.

Ma è già finito tutto ([4]).


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[1] Sebbene Axl e Slash fossero spesso accostati anche, e forse più volte, ai “toxic twins” Steven Tyler e Joe Perry degli Aerosmith.
[2] Grazie alle percentuali in termini di “diritti d’autore” quanto alle opere musicali interpretate.
[3] O dei Rocket From The Tombs: in effetti manca la parte introduttiva parlata con cui Laughner la dedicava a Jane Scott, ma considerando che nel frattempo era morto anche lui, forse si è evitato il cattivo gusto.
[4] Un bell’articolo in taglio basso di Matteo Persivale pubblicato il 6 febbraio 2012 sul Corriere della Sera è accompagnato da due foto di W. Axl Rose: quella contemporanea mostra uno scempio; da ricerche effettuate sul web però l’immagine sembra falsa (mancano infatti tutti i tatuaggi sulle braccia di Axl e pare improbabile che se li sia fatti rimuovere nella totalità).

lunedì 19 dicembre 2011

“PINBALL WIZARD”

(copia del blogger)

 

“PINBALL WIZARD”


Gli anni sessanta non sono (solo?) quelli venduti come tali.
In effetti sussiste un equivoco totale che annulla la spinta modernista in favore della reazione alla medesima.

La notevole miopia cosi pretende di non vedere la dominazione della chitarra elettrica e delle prime tastiere anche elettroniche ([1]) nella musica e vuole spacciare per ciò che non furono molti artisti.

Che dire poi dei film tratti dai romanzi di Ian Fleming? Tecnologia pura.
E Diabolik, dopo i primi albi, di nuovo sublima la modernità e le macchine.

Ecco allora che non è inutile, siccome reiterata, bensì necessaria, poiché dimenticata, speculazione intellettuale spiegare la valenza anche sociale di “Pinball Wizard”.

Per chi non conosce la genesi della canzone di The Who valga l’immagine che illustra questo post (non è un racconto, bensì un romanzo breve).
Quanto alle versioni chi preferirà la più nota cantata da Elton John, chi quella originale interpretata da Roger Daltrey e chi sceglierà fra le versioni demo di Pete Townshend.

Il pinball, in Italia il flipper, è veloce e come tale futuristicamente moderno.
C’è la competizione fra uomo e macchina. La macchina non solo comunque vince a fine partita, ma con il tilt essa detta la regola.
C’è la artificialità sonora e luminosa.
C’è il tempo ristretto coerente con una società che vuole vivere a un ritmo compresso.
C’è anche il consumo fine a se stesso, che il replay o - fenomeno italiano - la partita (o l’aperitivo) offerta (o) dal gestore non possono modificare. Consumismo.
C’è la solitudine del giocatore (l’opposto del calciobalilla, o del biliardo) che gli spettatori enfatizzano: nessuno vuole essere guardato mentre combatte con il moloch elettrico di metropolis-iana memoria, bensì il giocatore si fonde con il punteggio finale che può renderlo campione e porlo super alios.
C’è il lato desiderato della solitudine, l’estraniamento dal mondo.
C’è la valenza effimera di quella supremazia che, di nuovo la velocità, evidenzia inesorabile come lo scorrere del tempo.
A tutto voler concedere, può anche esserci la competizione della sfida diretta, ma separata.
E a essere complici, c’era anche la partita in cui i due amici, parliamo di ragazzini sui nove anni, stavano ai due lati del pinball, ma chi teneva la destra per gestire il lancio della pallina cromata oltre che il proprio flipper?

Questo era il bello di mettersi davanti a un Gottlieb, a un Bally o a un Williams.
Cinquanta lire (tre partite cento, per anni) e si poteva partire per un mondo di luci, metallo scintillante e strane suonerie.


                                                                                                                      Steg



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[1] Un giorno qualcuno riuscirà a spiegare alle masse cosa furono i Pink Floyd di Syd Barrett allo UFO - non al “Country barn” - di Londra? Perché i feedback de The Velvet Underground sono tuttora inconcepibili per chi non li comprende da solo.

domenica 18 dicembre 2011

PERLE MEDIATICHE - 1 Canale televisivo tematico?

PERLE MEDIATICHE - 1
Canale televisivo tematico?


Dovendo cominciare da uno o da un altro mezzo di comunicazione di massa, apro con il medium televisivo.

Canale tematico RAI Storia, serie “Dixit” condotta da Giovanni Minoli, titolo del programma “La guerra a colori”: l’aviazione statunitense (cioè la “USAF”) nella seconda guerra mondiale avrebbe bombardato utilizzando aerei modello “B52”.

Non so chi sia il responsabile di ciò; mi domando però se siano, forse, gli effetti negativi della sua partecipazione a troppe manifestazioni “contro la guerra nel Vietnam”.



I do not mind lying, but I hate inaccuracy.” (Samuel Butler)

 
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venerdì 16 dicembre 2011

RIPRESA VAN PELT DEI PEANUTS

RIPRESA VAN PELT DEI PEANUTS
(“riceviamo e pubblichiamo” series)






Non intendo dare di me un’immagine che non sia soltanto quella reale.

Se scrivo a una testata o a un editore, non lo faccio per essere pubblicato nelle lettere dei lettori o per ricevere mezza dozzina di libri in omaggio. Ma ove le mie osservazioni siano corrette (e solitamente non scrivo a vanvera), gradirei riscontro privato.
Una volta, invece, è accaduto un fatto che mi ha lusingato.

Linus, il mensile, indisse una sorta di sondaggio fra i lettori rispetto ai personaggi creati da Charles M. Schultz, il quale era appena morto (il 12 febbraio 2000).
Io scrissi e fu pubblicata la mia lettera (noterete dal primo fra parentesi nel testo che non ho poi perso nessuna delle due mie caratteristiche: correzioni e parentesi).
Una precisazione: in Inglese il personaggio si chiama Rereun (che letteralmente significa replica oppure candidatura elettorale di rielezione).

Qui di seguito il testo integrale della mia lettera come fu scritta, dunque con virgolette e senza corsivi rispetto allo stile di questo blog, forse con un’espressione un poco arcaica in una frase.









Il mio “Peanut” (come fa ad essere Peanuts al plurale?) è Ripresa, quello di oggi.
Scoperta forse tardiva, ma all’attento lettore non sfuggirà la presenza del terzogenito Van Pelt anche nell’ultima hall of fame realizzata da Schultz, che non è la mezza tavola domenicale del 13 febbraio, bensì una mezza tavola di commiato. Onde Ripresa entra quasi senza biglietto di invito in una cerimonia di commiato che rischiava lo zuccheroso.

Ripresa è scontroso come Lucy e fantasioso come Linus. Ripresa sarà uno di quegli irriducibili skater che non seguono mode. Ma il giovane è davvero un garage kid come si è dichiarato alla compagna di banco nel descrivere i propri disegni. Mi chiedo se Schultz si ispirasse a qualche nipote dalla scarpa Converse un po’ vissuta e dalla perenne T-shirt stropicciata ed abbondante per tratteggiare il carattere di questo personaggio.

Ripresa soffre dell’essere fratello minore di due grandi personalità e si avanza nella vita in modo spigoloso.

Ripresa finisce meglio di tutti gli altri Peanuts: indimenticato in fase ascendente, come certi artisti (di solito band e non solisti, di nuovo il garage che emerge, come i gruppi della raccolta “Nuggets”: chiedete lumi a Bertoncelli) che se ne vanno dopo un album o due. Ripresa non potrà mai essere vittima di una “riunione” o di un “ritorno” e perciò si cristallizza come mito.

Mi trovo in Ripresa, dunque, anche se ho quarant’anni e sono figlio unico.
Non esco di scena come Ripresa, ma al suo mito, minoritario e nascente, rendo omaggio.









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giovedì 15 dicembre 2011

MAYBEPHENIA?


Official badge from 2002 London dates by The Who
with the late John Entwistle



MAYBEPHENIA?
(another hit and miss from an expanded edition)

I got inspired from the various reviews I found in, probably, the biggest internet shop (the one which begins with an “A”) about The Who’s Quadrophenia: Director’s Cut.

For the two or three readers (lucky ones: you will discover a great album by the way) who do not know, Quadrophenia is an album formally by The Who (but for some the most townshend-esque of all) which came out in vinyl as a double LP in October 1973.
Notably, the sleeve is in black and white and it contains a “fat” square booklet almost the 12” size of the gatefold sleeve.

As The Who launched a serious reissue campaign in the mid-nineties of the last century, Quadrophenia appeared in “proper” double CD version in 1996.
Well not really, as most fans will argue about a mixing which was not considered to be faithful to the original.

Let me put the record (no pun intended) even straighter: although I bought (cheaply) the 1996 version, I was lucky enough to get at very reasonable prices: both a copy of the Japanese CD version (their artworks are always better) which came as a vinyl replica in terms of sleeve and booklet, as well as a copy of the gold CD version from Mobile Fidelity.
A few years ago I also managed to get an original UK first edition of the vinyl version ([1]) for a not absurd sum of money.

Given the fact that Pete Townshend released a total of three double CDs (that is 6; I cannot remember if in terms of vinyl they are more than that) of demos within the Scoop series and that there is also a quite rare 5 CDs bootleg set by the title The Genuine Scoop, the conclusion is easy: a number of demos from Quadrophenia were already pretty well known.

Still …?
People hoped for a new Quadrophenia edition, on the heels of The Who Live at Leeds ([2]) which received a “super deluxe” treatment.

Well, the summer of 2011 had the expected news of a Pete Townshend supervised edition, with the “super deluxe” edition under that moniker which reminds certain movies: like Blade Runner or Apocalypse Now, sort of cult ones with a commercial appeal too.
The description of the contents left more than one surprised: because you have to buy the Director’s Cut version to hear all the demos which are part of the reissue; and also because indeed all the bonus (and the minus as we will see) were only in that set too.

We, fans of the album, loyally waited for the release, hoping also that, maybe, some adjustment could have been made as almost everyone asked why there would not be a full 5.1 DVD-A version for those wishing to hear the entire album in that format.

Aside from the reviewer (an Italian) who stated that the DVD contains also the movie of Quadrophenia (by Frank Roddam) – no, it does not – the sides of the now owners of the Director’s Cut version are quite evenly represented: the “five stars at any price” people and the more objective fans who sometimes slide towards the “one star because we are tired of being ripped off but we will continue to be ripped off” kind.

I am more in the second league, although I will say three stars to the boxed set (the album in itself is a five stars in my opinion. Full stop), because we got something.
But there are flaws: given my audio options I will not talk about the remastering (which does not seem to be so great) or the mutilated in tracks 5.1 sound version.

First: do we get all the demos and/or songs’ versions available (that is recorded by either Townshend alone and/or by The Who) of the album? I do not know, I suspect not.

Second: do we really need a poster?

Third: instead of the vinyl single replica (the French edition in terms of picture sleeve appears to have been a very modest choice), would have not been better to keep just the “paper reproductions” and add the proper booklet separately from the hardcover book which contains Townshend essay and credit notes as well?

I am raising this issue because someone objected that the quality of the original booklet photos, which are reproduced along the book which accompanies QDC, is not so great.
Well, this appears to be an understatement because of a confession included in the book itself: the photographer also made a set of colour photos during the “cover shot”, which means that if not the original negatives of the booklet photos at least something very close to them was and is available to be used as the matrix for the printing.

For all those who know and love Quadrophenia, the booklet is something very very special: to be annotated by some and to be kept immaculate by others. So we want it as it was in format and as good as it can possibly be in quality presentation.
We did not get it as such.
Let’s hope not “to have to” pay more money for a deluxe version of the booklet alone in the near future (maybe as a numbered portfolio?).

In the end, we did not get “The Real Quadrophenia” we almost dreamed of.


                                                                                                                      Steg



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[1] My first one is a Dutch or an US one, I don’t remember, still it came with the booklet as I purchased it more than 30 years ago.
[2] I am unable to get astonished by that album, I am sorry.

mercoledì 14 dicembre 2011

IL “PANTALONE” E IL “CAIPIROSKA ALLA FRAGOLA”: il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose




IL “PANTALONE” E IL “CAIPIROSKA ALLA FRAGOLA”:
il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose





 
Queste righe possono sembrare meno serie del reale ([1]).


A mia memoria, comincio con un ricordo quasi di infanzia e pertanto di circa 40 anni fa: la mania – innocua tranne per la non correttezza in Italiano – di rendere al singolare “pantalone” il plurale pantaloni da parte di qualche commesso/a di negozio di abbigliamento.
Ma era già un cedimento.



Gli anni settanta del secolo scorso furono piuttosto tranquilli, semmai con la diluizione (allora si diceva “inflazione”) di espressioni colte, delle quali il paradigma massimo rimane “nella misura in cui” usualmente ucciso nello stesso periodo da un “cioè”.


 

Il decennio successivo portò tecnologia e pessimi neologismi: per tutti la “videata” a significare una pagina (ma quale?) riprodotta sullo schermo di computer.
Intanto l’uso del congiuntivo cominciava a vacillare.


 

Grottesco in quegli anni anche il sorgere e proliferare dell’anglismo “il big boss” (per “il capo”). Con il senno di poi era uno dei primi segnali della tendenza a neutralizzare (evitare?) le difficoltà o anche solo la banalità mediante l’estraniamento linguistico.


 

L’accelerazione negli precedenti anni novanta si fa incontrollabile, e quindi esemplifico minimamente: “buona giornata/serata” al posto di “buon/a giorno/sera” (forse parevano antiquati?).
“Ciao bello/a” rivolto a chiunque e senza alcun senso (basta “ciao”), suona come uno slogan per vendere gelati.
“Come va? Tutto bene?” cui fa seguito il discorso di chi lo ha chiesto, ma non ascolta la risposta dell’interlocutore: finta cortesia e paura di veder perforato il proprio umore ([2])?


 

Arriviamo cosi al mostro alcolico (mi risparmio quanto all’uso dissennato di espressioni quali “movida”, “happy hour”): il “Caipiroska alla fragola” doppia devianza sul Caipiriña, il quale già non è un cocktail di rango “mondiale” (per esprimermi secondo AIBES ([3])).
Altri orrori etilici sono prossimi (“dietro l’angolo” avrebbe detto Maurizio Costanzo qualche lustro prima?).


 

La fine dei plurali stranieri declinati correttamente in Italiano (cioè mantenendoli al singolare) è affidata a: “murales” al singolare, “geishe” (fortunatamente non ci sono “karateki”, per ora), etc.


 

Per gli anni duemila e il contemporaneo quasi nulla scampa al massacro del neologismo ottimista con pretesa seria (di chi lo usa).
Quindi ci si “ri-aggiorna” nell’arco di ore: credo che l’errore sia addirittura doppio.


 

Lo schifo totale lo provo con la parola, inesistente, “scannerizzazione” a indicare una procedura nota e dotata di termine in Italiano ben prima dello scanner. Si badi che essa non è nemmeno – pur se ciò non lo giustificherebbe (semmai “scanning”?) – utilizzata come sinonimo di scansione (appunto), bensì come termine proprio.
Nel frattempo il congiuntivo è quasi morto.


 

Facciamo però una “piccola pausa”: ecco allora “buon week-end” (evidentemente il “fine settimana” è riduttivo) perché sono “stressati” e devono “staccare”.


 

Le “criticità” sono figlie delle “tipologie”.
Infatti il commerciante ha scoperto che “tipologia” suona molto bene (meglio di “categoria”), resta generico e quindi dicendo poco illude meglio: l’acme è raggiunto sulle tipologie abitative o di viaggio (con il risultato che certi alberghi 4 stelle esteri sono delle topaie: in effetti non erano dei 4 stelle ma di “tipologia 4 stelle”).
Sta bene, ma quando si passa da “problema” a “problematica” il gioco è più sottile.
Non solo: chi risolve una problematica è un esperto non lo è chi risolve un problema ([4]).
Siccome anche problematica suona come una difficoltà si arriva alla “criticità”, un termine sufficientemente astratto e serio al tempo stesso, sempre con possibilità per chi la risolve di vantarsene in modo esagerato e serioso (curiosamente poi però parlano di “problem solver”, misteri della approssimazione nell’Inglese).


 

Ed ecco che non si muore più! Si “scompare”, si “lascia”.
Ai funerali la gente si veste male, applaude, fa cose stupide; meglio ancora le esequie diventano “addio” anzi “ultimo addio” (quale sarebbe il penultimo? ([5]))
È possibile “morire” solamente in situazioni che si vorrebbero paradossali tanto sono ammantate di “buono”: lo “shopping”, dopo una notte di “movida”, eccetera.


 

Mia madre ancora “va a fare la spesa”, io se devo andare a comprare un paio di scarpe vado a comprare le scarpe (volendo posso “andare a far compere”).


 

Mi pare che le “criticità” linguistiche non lascino scampo ([6]).


 


 


                                                                                                                      Steg


 


 


 


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[1] Cercherò di evitare di commentare le espressioni impiegate anche da comici o da libri scritti da autorevoli autori ma con taglio ironico.

Analogamente mi astengo anche da commentare parafrasi di titoli di libri per titolare articoli (povero Charles Bukowski), uso di titoli di film per intitolare programmi televisivi e di espressioni “brutte” per intitolare altri programmi televisivi.

[2] Si noti che il “come stai” è più impegnativo perché più diretto.

[3] Associazione Italiana Barmen e Sostenitori.

Anche il Martini non è perfettamente in salute e, per fare un testa coda con la nota successiva, mi rendo conto che talvolta il Negroni è chiesto molto pallido, troppo.

[4] Ma qualora l’idraulico non venisse (cfr. Carlo Fruttero in Fruttero & Lucentini, L’idraulico non verrà, Milano, Mario Spagnol Editore, 1971; ristampato da Il melalogo di Genova nel 1993) sarebbe davvero un problema!

[5] Senza dimenticare “piccola folla” e “grande Kermesse”.

[6] Qualcuno dirà “’sti c***i”, ma qualcun altro, preoccupato, esclamerà “me co***i”. Sempre che sia loro – se non laziali (territorialmente parlando) – nota la differenza fra queste due espressioni, ovviamente.