"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



domenica 30 ottobre 2011

TRIBUTE TO TONITO - IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE? (Bonus pin)

TRIBUTE TO TONITO - IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE?
(Bonus pin)





Antonio “Tonito” Talatin, Felix The Cat metal pin as seen on his leather jacket
COLLEZIONE PRIVATA TL (per gentile concessione)

(Felix The Cat character: trademark & © FTCP, Inc. 2011 - pin reproduced for documentation purposes only)

sabato 29 ottobre 2011

URLANTE E PENSANTE: MÉTAL HURLANT

URLANTE E PENSANTE: MÉTAL HURLANT

Una delle più grandi rivoluzioni fumettistiche si consumò in Francia, a metà degli anni settanta.

Mentre allora Hugo Pratt cominciava a muovere i primi passi verso una notorietà anche in patria dopo essere stato soccorso da Pif (rivista belga in Francese) a fronte di una notevole miopia italiana sul suo talento, quattro persone da Parigi scardinarono il mondo delle strisce disegnate con un piglio che – con il senno di poi – è necessariamente da dirsi punk o pre-punk.

Philippe Druillet ([1]), Moebius (Gir/Jean Giraud), Jean Pierre Dionnet e il Capitaine (Bernard) Farkas, ovvero gli originali Humanoïdes Associés (ad oggi ancora denominazione della società titolare dei diritti relativi), si incontrano il 19 dicembre 1974 “alle ore 4.00 del mattino ora locale” ([2]) (come recita l’editoriale del numero 1) e l’anno successivo rovesciano il tavolo da gioco del fumetto e molto altro presentandosi al pubblico.
Da allora discutere su linea chiara e linea scura diviene secondario, ma anche disquisire sulla tematica di una testata editoriale periodica si trasforma in un’elucubrazione di retroguardia.

Nel gennaio 1975 esce dunque Métal Hurlant – pensate oggi andare in edicola e chiedere Metallo Urlante – più impegnativo che domandare Frigidaire – che inizialmente è “per adulti” (non che non si riesca a comperare anche in quei periodi pur essendo minorenni), ma il problema non è l’età del lettore bensì la distribuzione del periodico.
Il successo lo condurrà ad essere da trimestrale a bimestrale e poi mensile e poi …

Con tutta evidenza occorre una mente giovane per comprendere cosa sta succedendo, altrimenti ci si crogiola nel già assimilato.
O meglio serve che qualcuno racconti che esiste questa rivista e poi bisogna cercarla, in Italia nel – senza barare – probabilmente 1976. Perché un conto è leggere una storia su alterlinus (oppure non leggerla in quanto si tratta di Moebius che continuo a trovare noiosissimo) altro è esplorare una testata dal titolo ammiccante anche per chi ascolta musica di cui si scrive nel mensile diretto da Oreste del Buono.

Uno spin-off dal titolo Ah!Nanà, sorta di nucleo femminile femminista (tranne per un autore maschio a numero), avrà vita breve: nove numeri dal 1976 al 1978.

Di Métal Hurlant sarà realizzata già nell’aprile 1977 anche una versione in Inglese per il mercato nord americano: il fatto che si intitoli Heavy Metal dice già tutto, perché si perde una connotazione originale e si imbolsisce subito l’idea ([3]) anche perché questa testata non sarà una pedissequa traduzione dell’originale.

La portata eccezionale della rivista è data dal fatto che gli argomenti spaziano entro l’ambito di tutto quello che non è classificabile come cultura alta, almeno allora: quindi anche racconti di fantascienza, rubriche sul cinema, ottime recensioni di dischi (nel frattempo arriva il punk), in aggiunta agli albi a fumetti (dove trova spazio anche il bondage che si vendeva sottobanco oltreoceano qualche lustro prima) una collana di libri dal titolo “Speed 17” (diretta da Philip Manœuvre, oggi sorta di decano, per autorevolezza, dei giornalisti musicali rock e pop francesi) con autori del calibro di Hunter S. Thompson, Charles Bukowski (incredibilmente ivi pubblicato per la prima volta in Francese) e quella sorta di gioiello nascosto che da alcuni è considerato NövoVision — Les confessions d’un cobaye du siècle di Yves Adrien ([4]).

Gli speciali di Métal Hurlant agli inizi sono sporadici e notevoli come la rivista stessa, in particolare quelli sulla musica, dato anche un “fumettista rock” come Serge Clerc.

Con il passare degli anni evidentemente lo sprint si riduce, anche se i contenuti rimangono almeno in parte di livello notevole.
Il luglio 1987 esce l’ultimo numero regolare, il 133.

Comunque, Métal Hurlant ha sicuramente contribuito alla educazione dei suoi lettori teen-ager negli scorsi seventies e, per quelli italiani, li ha portati naturalmente ad appassionarsi agli sporadici numeri de Il Cannibale e poi al Frigidaire a “marchio Tamburini”.


                                                                                                                      Steg



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[1] Apocalittico e sublime nel tratto e anche nelle trame come pochi, nei miei gusti solo Bill Sienkievicz gli starà al pari per innovazione con “Stray Toasters”, sebbene Howard Chaykin non andrebbe trascurato ...”
[2]Le 19 décembre 1974, à quatre heure du matin heure locale; aux limites de Livry-Gargan et de la forȇt de Clichy …”.
[3] Pur se Heavy Metal avrà il pregio di pubblicare autori altrimenti poco assimilabili per quel mercato, come Stefano Tamburini e Tanino Liberatore con Rank Xerox/Ranxerox.
[4] Ristampato qualche anno fa.

venerdì 28 ottobre 2011

TRIBUTE TO TONITO - IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE? (Part 3 of 3)

TRIBUTE TO TONITO - IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE?
(Part 3 of 3)



Antonio “Tonito” Talatin, senza titolo/”Gangs clash 3”, pennarello su carta
(Anno accademico 1978-1979, realizzato presso l'Università degli Studi di Milano, Via Festa del Perdono, Aula 208, mattina durante lezioni Facoltà di Giurisprudenza)
COLLEZIONE PRIVATA

“THE MASSES AGAINST THE CLASSES”? NOT REALLY (a further critique after my post about “expanded edition”)


THE MASSES AGAINST THE CLASSES”? NOT REALLY
(a further critique after my post about “expanded edition”)
- The in English series starts here -

One of my first posts (for those who do not read Italian) dealt with the mild importance of certain expanded editions of “classic” (or considered to be classic) albums.
My conclusions were that: it is very unlikely for you to need the most massive editions, it is even less probable that you need editions which combine CD and vinyl formats (an opinion which is reinforced by the fact that not infrequently you receive a code for the downloading as well), the usual way of hearing music is in contrast with phonograms’ (sorry that is the technical way to name records, CDs, etc.) fine packaging (and when you will go through those massive booklets’).
Now this is round two about similar issues.

Being the music market in its actual poor state, with a well known split between “young ones” (few) and “not young anymore ones” (many), we recently saw also the birth of deluxe edition books dedicated to the music in a general sense, kind of beaux livres as French people say.

Well, but why give to this post the title of Manic Street Preachers’ single which achieved a great commercial success bearing on this sleeve the Cuban flag?
If it is true, and it is true for sure, that the Welsh band has a greater integrity than many other artists, during this Autumn of discontent my impression is that not even Rolling Stones will be able to equal such a flood of releases to be paid not so cheaply.
We start with the anthology National Treasures which comes in an array of versions such as double CD, double CD and DVD, and – more significantly – a boxed set that has a mixed content of replicas of few vintage vinyl singles and all the singles themselves (or almost, because it is not the complete discography) in CD format with the original 7” sleeves (hence you cannot have all in a format) plus other goodies (some of which might not be liked by those who own the originals, for instance there should be a powder/lipstick mirror trousse and we know there were a couple of very rare promo ones almost 20 years ago). To make things even more complicate the box is not easy to be bought online and is quite pricey.
Many (all?) of the serious fans already know and struggle about the vinyl version of the same album with an exclusive recording (for how long?) sold with Q Magazine.
And what about a book, which was announced not very loudly, by Kevin Cummins by the title of Sometimes the Sky’s Too Bright, whose “poor” edition of 250 copies is sold out since September (but the book comes out in November) although with a price of 200.00 UK pounds; the limited edition of 26 copies for a price of 550.00 UK pounds went sold out by mid October.
Currently the last publication for the great public (the masses, hence …) by the MSP is the true limited edition Death Of A Polaroid, first literary effort of Nicky Wire (bass player and more) which is mainly a photo book, price 300.00 UK pounds, in a run of 50 copies (sold out already?).

The view of the market will not be complete without the already sold out limited edition of 250 copies of the book by Japanese photographer Sukita devoted to David Bowie: price 695.00 UK pounds; the standard edition will be priced around 400.00 UK pounds.
The book will come out next year.

At the end of 2010 John Lydon (aka Rotten; that is Public Image Limited and Sex Pistols) published a book with a run of 750 copies priced 375.00 UK pounds. Guess what? Sold out.

I am not discussing the quality level of those books, about phonograms I wrote already, but some price differences are perplexing (Bowie already signed some 3,000 copies of two previous volumes published by the same house of this last one).
On the other hand I was never convinced about John Lydon’s tome, who claimed that he was just financing his future PIL album.

The problem is that in certain cases you don’t even have the choice among: to buy, not to buy, to wait and make your opinion about the possibility of purchase.
Which persuades me about the correctness of my already known opinion: rock is old, so old that for years I said and still say (as I do not know about any other who summarized it in such a way I claim the authorship of the aphorism), inspiration coming from Philip K. Dick and also Bladerunner, that “rock ‘n’ roll is like a replicant who/which discovers, unlucky one, to have been manufactured without an expiry date” ([1]).
To make it probably worse, no one is immune from this consumerism frenzy which is simply dressed up (and as such the object of media propaganda) as a necessity which, if met, will make you even more classy.

When one thinks that in 1978 (yes in 1978) Julie Burchill and Tony Parsons ended their small book “The Boy Looked At Johnny.” – The Obituary Of Rock And Roll leaving the readers to their “butterflies collection” made of vinyl: being the crown jewel The Clash’s “Capital Radio” (I stress vinyl not the flexy) in picture sleeve or the then still (in theory) affordable Sex Pistols’ “God Save The Queen” on A&M label, the conclusion is inevitable: Like punk never happened (but this is another book, and maybe another post).


                                                                                                                      Steg



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[1] A splendid quote (reproduced also on one of their t-shirt dating 1992) by MSP’s Richey James says “All Rock ‘n’ Roll is homosexual”, maybe but we are speaking about authentic rock ‘n’ roll.
For quotes fanatics: see Simon Price, everything: A Book About Manic Street Preachers, London, Virgin Books, 1999, p.114.
 

giovedì 27 ottobre 2011

TRIBUTE TO TONITO - IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE? (Part 2 of 3)



TRIBUTE TO TONITO 
IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE?
(Part 2 of 3)




Antonio “Tonito” Talatin, senza titolo/”Gangs clash 2”, pennarello su carta
(Anno accademico 1978-1979, realizzato presso l'Università degli Studi di Milano, Via Festa del Perdono, Aula 208, mattina durante lezioni Facoltà di Giurisprudenza)
COLLEZIONE PRIVATA

LIVING FOR THE CITY (parliamo di NYC)


LIVING FOR THE CITY
(parliamo di NYC)


Frank Sinatra ha dedicato, o meglio ha interpretato, anche canzoni che parlano di Los Angeles e di Chicago, rispettivamente, però “New York New York” è quella che gli sta più attaccata.

Qualcuno scrisse che LA è la città che dice “fuck me” mentre NYC e` la città che dice “fuck you”. A Chicago c’è troppo vento e quindi la concorrenza risulta sbaragliata.

Ma andiamo su arie un poco meno conosciute: “Living For The City” di Stevie Wonder chiude con una sarcastica frase parlata: “New York, just like a picture”.
“The Message” di Grandmaster Flash & the Furious Five ([1]) allerta: “New York, New York big city of dreams/But everything in New York ain’t always what it seems”.

Però Laura Nyro, grande cantautrice nata nel Bronx, scrisse ed intonò: “You look like a city/But you feel like a religion to menella canzone che intitola anche un suo album: “New York Tendaberry”.
Se la città fosse stata l’argomento di un convegno, questa strofa sarebbe la relazione di sintesi.

Tutti, anche David Letterman - che quarant’anni fa sarebbe stato dichiarato establishment ([2]) - si lamentano dello stato in cui versa New Amsterdam.

Invero una via di mezzo dovrebbe esserci fra quegli isolati quasi abbandonati e spettrali che si incontravano a sud di Times Square nel 1975 lungo avenue che non erano parte di Alphabeth City perché probabilmente poca era la soluzione di continuità fra numeri romani e lettere latine al tempo e la tendenziale asetticità propugnata prima per bonificare la zona intorno alla 42nd Street e poi estesa ormai anche alla Broadway con zone in cemento o asfalto dipinte di verde.
Ciò pur se non si può incolpare l’amministrazione Giuliani (e le sue precedenti campagne moralizzatrici) per decessi illustri come quelli di Joey Ramone o, anche se non in loco, di Johnny Thunders.

Certo come osservato il paesaggio si banalizza sempre più con talune trovate del major Bloomberg che parrebbero eccessive anche all’assessore al traffico di Lugano.

Che fare?
Come sempre: accettare i cambiamenti, cercare il nuovo e godersi anche quel che resta: il Chelsea Hotel ha chiuso, ma non l’hanno menata come per il CBGB’s in Europa; forse perché Jobriath e Sid Vicious sono meno eleganti di Patti Smith ([3])?
Possibilmente anche avendo senso critico: davvero Kat’s ha il miglior pastrami e davvero non è umiliante sottoporsi ai diktat di Peter Luger per un pezzo di carne ([4])?

Occorre insomma trattare la città come lei tratta noi, mettersi al suo pari anche se la conclusione mi pare evidente: se non la odii la ami, e allora ci puoi anche litigare e poi fare pace.


                                                                                                                      Steg



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[1] Unica delle canzoni qui citate contenuta in una raccolta (doppio CD) curata da Charlie Gillett (e facente parte di una serie dedicata ad alcune città USA) che consiglio: The Sound Of The City-New York.
[2] Avete notato: non sono mai usate parole di significato non immediato dagli anglofili d’accatto.
[3] Non ricordo particolari estasi a Palazzo Fortuny di Venezia molti anni fa, 1992, per una mostra fotografica di Mapplethorpe, più che suo amico; mostra dove diversi soggetti erano natiche maschili con talune adornate da manici di frusta inseriti nell’ano.
[4] Un’ultima avvertenza (anche se non voglio sembrare il sergente del rapporto mattutino di Hill Street Blues): per favore non comprate quegli oggetti che vi vendono venduti nell’incarto turchese se non nel negozio che si trova sulla Fifth Avenue al civico 727 all’angolo con la 57th Street East. Perché là si possono trovare anche cose eleganti e non necessariamente costose, qui invece fa molto bridge and tunnel, cioè cheap, indipendentemente come al solito dal loro prezzo.

mercoledì 26 ottobre 2011

TRIBUTE TO TONITO - IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE? (Part 1 of 3)

TRIBUTE TO TONITO 
IS IT COMING SOMETIMES, MAYBE?
(Part 1 of 3)




Antonio “Tonito” Talatin, senza titolo/”Gangs clash 1”, pennarello su carta
(Anno accademico 1978-1979, realizzato presso l'Università degli Studi di Milano, Via Festa del Perdono, Aula 208, mattina durante lezioni Facoltà di Giurisprudenza)
COLLEZIONE PRIVATA

domenica 23 ottobre 2011

ACCOZZAGLIA, SENZA STILE, DI BUONA QUALITÀ (Style Wars Series - 2)

 

ACCOZZAGLIA, SENZA STILE, DI BUONA QUALITÀ
(Style Wars Series - 2)

C’è un modo di vestire della buona borghesia, ciò che ne resta, qualificabile solo come accozzaglia di capi d’abbigliamento di buona qualità.

Materiali e fattura sono pregevoli dunque durevoli, lo stile non guarda molto al contemporaneo e i colori sono quelli di cento anni fa; spesso il marchio non risulta evidente.

Li noti subito: scarpe da barca e calzini blu con pantaloni beige il figlio; toni del marrone la madre con scarpe a tacco basso e in tutti una perenne stonatura data dall’incapacità nell’abbinamento.
Solo in casi rarissimi lanciano uno stile ed in effetti io mi ricordo solo degli Sloane Rangers, quindi sempre dei giovani, che condussero anche alla volgarizzazione (non in senso giuridico, bensì di sua massificazione) di almeno un marchio britannico.

Insomma l’ennesimo capitolo a contrario del manuale di stile: riconoscete, studiate e non imitate i portatori di queste mescolanze assolutamente avulse da ogni canone stilistico.


                                                                                                                      Steg



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TAPE ART- For the record

Cimeli di Tape Art
(per il "mitico" si rinvia al post precedente)






                                                                                                                      Steg
 
 
 
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STILL SEARCHING FOR THE YOUNG SOUL REBELS (A proposito dei Dexy’s Midnight Runners)












STILL SEARCHING FOR THE YOUNG SOUL REBELS
(A proposito dei Dexy’s Midnight Runners)

 
Perché i Dexy’s Midnight Runners sono ancora una leggenda?
Penso lo siano in quanto inafferrabili.
Sorta di mito insuscettibile di essere ricondotto a realtà.

 

I Dexy’s Midnight Runners non sono il loro successo imbarazzante con il singolo “Come On Eileen”, non sono il loro improponibile look del (ancora) secondo album, non sono nemmeno quel terzo e ad oggi ultimo album di cui esistono almeno tre versioni in formato CD (credo).

 

I Dexy’s Midnight Runners erano, sono e resteranno un ideale impossibile di ascetica superiorità, forgiata in opposizione a un consumismo che deve (rectius doveva) ancora venire.

 

I Dexy’s Midnight Runners non sono, appunto, possibile oggetto di mercificazione.




I Dexy’s Midnight Runners sono faticosi anche da trovare: album fuori catalogo, a prezzi anche esorbitanti, e compilation frustranti.

 

I Dexy’s Midnight Runners sembrano in effetti una band che ancora deve pubblicare un disco, ripeto disco.

 

I Dexy’s Midnight Runners hanno dei titoli che suonano come chiamata alle armi per una purezza monastica.

 

Che fare, allora?
Semplice: trovare tutto di loro, ma dopo un percorso di espiazione (i Dexy’s Midnight Runners non avranno mai ciò che meritano mentre noi non ce li meritiamo) fermarsi al primo album, preferibilmente in versione doppio CD del trentennale; sapendo che però la sua edizione originale in vinile del 1980 con quella inner sleeve in cartoncino pesante, ma senza i testi, e quelle pagine intere pubblicate sui settimanali ad accompagnarlo restano la sintesi cui aspirare.

 

Loro sono i Giovani Ribelli del Soul in formazione paramilitare, noi li cerchiamo e vorremmo entrare a farne parte, affrancati dai nostri falsi bisogni quotidiani e purificati dalle nostre debolezze che ci aiutano ad andare avanti.

 

Chi non lo capisce dopo aver ascoltato l’incipit radiofonico di “Burn It Down” deve gettare la spugna e abbandonare ogni velleità e deve riconoscere, anche, di non avere nemmeno capito The Clash.

 

Forse i DEXY’S MIDNIGHT RUNNERS furono e sono il gruppo più punk che mai ci sarà.
E forse ho scritto anche, inavvertitamente, di Derek Raymond e della sua autobiografia, Hidden Files.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 21 ottobre 2011

“THE MASSES AGAINST THE CLASSES”? NOT REALLY (poco distanti dalle “expanded edition”)



THE MASSES AGAINST THE CLASSES”? NOT REALLY
(poco distanti dalle “expanded edition”)

Poiché il mercato è quello che è, con la ben nota frattura fra giovani (pochi) e non più giovani (molti), ecco la nascita delle edizioni di lusso dedicate alla musica, sorta di beaux livres, per dirla in Francese.

Sta bene, ma cosa c’entra il titolo di un singolo di grande successo commerciale dei Manic Street Preachers che in copertina porta la bandiera cubana con questo post?
Se è vero che la band gallese ha certo più integrità di altri, in questo autunno dello scontento l’impressione è che nemmeno i Rolling Stones possano eguagliare una tale raffica di uscite da pagarsi a caro prezzo.
Si comincia con l’antologia National Treasures che esce come doppio CD, come doppio CD più DVD, ma soprattutto un cofanetto che ha un contenuto “misto” fra repliche in vinile di antichi sette pollici e tutti i singoli oggetto della antologia in formato CD (dunque “separati”) e le copertine originali, più altre amenità acquistabile (difficilmente) su un paio di siti al prezzo che va dai 130,00 (centotrenta/00) Euro in su (!).
Poi c’è l’edizione in vinile dell’album, con una registrazione in esclusiva (per quanto tempo?) venduta solo in abbinamento alla rivista Q.
Segue un libro, da nessuno annunciato con enfasi, di Kevin Cummins intitolato Sometimes the Sky’s Too Bright, la cui edizione “povera” di 250 copie è da settimane esaurita: prezzo 200,00 (duecento) sterline, la versione limitata in 26 copie a 550,00 (cinquecentocinquanta) sterline è anch’essa esaurita.
Al momento ultima iniziativa dedicata al grande pubblico … è la edizione limitata di Death Of A Polaroid, prima fatica letteraria di Nicky Wire (bassista) che consta essenzialmente di fotografie, prezzo 300,00 (trecento) sterline.

Il panorama è da completare con la già esaurita tiratura di 250 copie del volume del fotografo giapponese Sukita dedicato a David Bowie: prezzo 695,00 (seicento novantacinque) sterline, l’edizione normale costerà – pare- sulle 400,00 (quattrocento) sterline.
Il libro non è ancora uscito.

Lo scorso anno John Lydon (aka Rotten; ovvero Public Image Limited e Sex Pistols) pubblicò un volume in tiratura di 750 copie al prezzo di, almeno, 375,00 (trecentosettantacinque) sterline, pare tutte vendute.

Non discuto il livello qualitativo dei volumi, anche se certe differenze di prezzo mi lasciano perplesso (Bowie ha già firmato almeno 3.000 copie dei due volumi già pubblicati dal medesimo editore del prossimo); mentre proprio non mi convinse Lydon che pure accampava l’iniziativa come finanziamento del suo futuro album con i PIL.

Il fatto che in alcuni casi non esista nemmeno la scelta fra comperare, non comperare, aspettare e pensarci su prima di decidere per l’acquisto mi convince della bontà di due mie riflessioni già note: il rock ‘n’ roll è vecchio, tanto che da anni dico (e non mi risulta che altri abbiano fatto tale similitudine, quindi ne assumo la paternità) ispirandomi a Philip K. Dick e anche a Bladerunner che “il rock ‘n’ roll è come un replicante che scopre, per sua sfortuna, di non avere scadenza” ([1]).
E, forse peggio, nessuno è immune da questo consumismo mascherato da necessità che dovrebbe rendere anche più chic.

E pensare che già nel 1978 Julie Burchill e Tony Parsons chiudevano il loro libro “The Boy Looked At Johnny.” – The Obituary Of Rock And Roll lasciando i lettori alla loro “collezione di farfalle” in vinile: fosse il pezzo raro “Capital Radio” di The Clash in vinile (non un flexy) con copertina illustrata oppure l’allora teoricamente ancora abbordabile “God Save The Queen” stampato dalla A&M dei Sex Pistols.

Like punk never happened (ma questo è un altro libro).


                                                                                                                      Steg



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[1] Una splendida frase (riprodotta anche su una loro t-shirt del 1992) di Richey James dei MSP recita “All Rock ‘n’ Roll is homosexual”, può darsi, ma quello autentico di rock ‘n’ roll.
Per i patiti di citazioni, rinvio a Simon Price, everything: A Book About Manic Street Preachers, London, Virgin Books, 1999, p.114.

domenica 16 ottobre 2011

TAPE ART: il negozio



TAPE ART: il negozio

Quando non c’erano i CD c’era Tape Art ([1]).

Milano, come notoriamente sostengo da circa 25 anni, non è capace quasi mai di vere novità.
Eppure per diverse stagioni la mia città dispose di un negozio che era un club esclusivo. Si chiamava Tape Art.

Apparentemente un negozio di dischi, in realtà un luogo di conversazione, di edonismo, di azzeramento di ogni eventuale differenza sociale fra i suoi frequentatori; però anche incapace – per scelta – di trattare con chi non era degno di entrare a far parte di una clientela la quale magari pagava a caro prezzo un disco, salvo vedersi offerto l’aperitivo minuti dopo.

A ben vedere non è che ci fosse nulla di magico: i dischi più o meno arrivavano dai grossisti e si trattava di selezionarli per la clientela.
Quando sceglievi l’unica copia pervenuta a Milano di un doppio bootleg di Adam and the Ants (o Antz) le cose si complicavano. Inserirlo nella “vaschetta” delle novità o tenerlo da parte e proporlo solo ai clienti. Appunto.

Qualche importatore mangiò la foglia e aprì dei negozi, dove anche andavamo, però Tape Art era altra cosa: stava alla bottega tradizionale come Frigidaire stava a Topolino.
Nicola, disc-jockey del Plastic, certe volte comprava due copie di un disco in battuta, capitava anche che di un disco seppure ufficiale arrivasse un solo esemplare e allora era un problema, ma già i turbamenti sorgevano in caso di duplice copia.

Ricordo di essere stato fra quelli cui (grazie) in qualche occasione veniva riservato l’appellativo “mitico”, ma circa 30 anni fa.
Ricordo che quando uscì ai primi di novembre del 1982 A Kiss In The Dreamhouse di S&TB, andai io dall’importatore a ritirare il disco (con il mio maggiolone VW nero di seconda mano) perché era tardi però si capiva che ci tenevo considerati anche i problemi alle corde vocali che Siouxsie aveva avuto in quell’anno. Si fece l’intera vetrina: 30 copie o giù (dopo le mie due scelte maniacalmente) di lì che ormai era ora di cena.

Ricordo, anche, i miei passaggi nel 1983 dopo le numerose ricerche per la mia tesi alla vicina Università Bocconi io studente della Statale: i discorsi erano quelli da bar, però si sostituivano le squadre di calcio con gli artisti e così ce n’era per tutti e ognuno a evocare concerti, nastri delle Peel Session acquistati o scambiati per corrispondenza, … naturalmente non era obbligatorio comperare, magari stavi lì due ore e poi te ne andavi, poteva essere un chill-out dopo lo studio o il lavoro (la mattina era meglio passare dopo le 11.00 per non rischiare la saracinesca ancora abbassata).
Non ho fatto feste per la mia laurea, sicuramente uno dei più sentiti giri di brindisi lo feci da Tape Art.

Tape Art era come i pochi, veri, after hour che si svolsero a Milano a metà degli scorsi anni ‘80: catch it/them while you can.
Non perché eravamo giovani, ma perché proprio ci si divertiva in quello stretto negozio da una sola luce in Corso di Porta Vigentina fra i civici 26 e 28, di cui ancora conservo l’ormai inesistente numero di telefono (oppure segnala ancora occupato il 5464411? Come quando al telefono Sergio stava magari parlando dei fatti suoi con un amico o corteggiando una ragazza e tu fremevi invano per sapere cosa era arrivato o, peggio, “se era arrivato …”!).


                                                                                                                      Steg



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[1] Il badge dimostra gli anni, ma resta sicuramente un cimelio.