"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



domenica 31 gennaio 2016

VINTAGE (Tombstone series – 32)


VINTAGE

(Tombstone series – 32)

 

Vintage”: parola che in Italiano si usa spesso per descrivere un oggetto vecchio venduto a prezzo elevato a chi non sa cosa significa “vintage”.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 

venerdì 22 gennaio 2016

GIANNI BRERA? (Sketches series - 26)



Per quel che riguarda la critica,
probabilmente i due testi recenti più rari
(ringrazio Andrea Maietti quanto a Il tempo sperperato
e la Fondazione Mondadori per Storia di Gianni Brera) 



GIANNI BRERA?
(Sketches series - 26)

 

Scrivere in Italia rispetto a Gianni Brera, facilmente definibile per lo meno come il più noto giornalista sportivo nazionale, comporta almeno due rischi critico-sportivi: quello di coloro che rileveranno ogni difetto tecnico in riferimento alle cronache agonistiche eventualmente analizzate dall’improvvido autore che si cimenti a tal riguardo; l’altro di coloro che non amando la cronaca sportiva di Brera faranno di te e lui un sol fascio.

Un terzo rischio, generale: semplicemente essere bersaglio dei “breraiani”, che ne approfitteranno anche per cozzare con i critici del secondo genere.

 

Posto che questo è un blog, non mi pongo invece preoccupazioni di completismo e dunque crucci rispetto al rischio generale. Anzi queste righe, indipendentemente dalla loro consistenza, potrebbero inaugurare per loro dichiarata incompletezza anche d’analisi, una “sub series” all’interno della “Sketches series”.

 

Ho scritto diversi post in tema di “fattore territoriale”, spesso combinato con il “fattore storico”: quelli su New York, Berlino e Milano sono i principali.

Pur essendo un lettore serio di e su Emilio Salgari, è chiaro che il suo limite geografico lo ha, in ultima analisi, limitato.

Il fattore storico serve, anche, per riordinare le idee (oltre che per tramandare senza errori) di chi espone (e racconta?).

 

Per dichiarare che un risotto mangiato in un ristorante di Milano non è buono ([1]) occorre avere dalla propria parte entrambi i fattori; chi poi ha un palato non condizionato dai critici culinari o dal blasone del locale sarà anche in grado di sorprendervi, magari ricordando due buoni tipi di risotto (rispettivamente ai frutti di mare e al nero di seppia) in un ristorante “di pesce” che non esiste più – “Ca’ d’oro” ([2]) – e che, secondo alcuni, era meglio di “a’ Riccione” amato da Gianni Brera, che lì fondò il suo “Club del giovedì” ([3]).

Oserei dire “eccetera”. Insomma: almeno questi due fattori sono dalla mia parte; infatti, non credo scriverò mai di Petrolini (pur apprezzandolo). Di sport praticato non scriverò.

 

Inutile qui una mia biografia di Gianni Brera: a parte quelle rinvenibili in internet, se ne trovano (o meglio se ne dovrebbero trovare, secondo quanto scrivere in seguito?) almeno un paio ben fatte – Brera post mortem fra l’altro ha sempre goduto di una attenta tutela della sua figura e della sua opera da parte della famiglia ([4]) – sotto forma di libri ([5]).

Eccettuata l’aneddotica simil-politica: nato l’8 settembre (del 1919), paracadutista e giornalista sotto l’egida fascista ma poi passa alla resistenza che ricordare?

Beh quella che sicuramente è una sorta di mia caratteristica (sebbene non del tutto dominante) d’interesse o passione: anche ([6]) Brera è morto in un incidente automobilistico, ma da passeggero: il 19 ([7]) dicembre 1992 nelle prime ore della notte di ritorno da una cena certo non parca.

 

1899, 1919, 1937: sono gli anni di nascita di Ernest Hemingway, Brera e Hunter S. Thompson: è da escludere che l’ultimo dei tre abbia influenzato – per ragioni cronologiche e linguistiche – i primi due, ma come è noto Thompson è il definitore del “gonzo journalism” ([8]).

Quanto a Hemingway, più passa il tempo, più la sua figura si sbiadisce, non per i suoi eccessi e “scorrettezze”, ma per le falle nella sua capacità di essere affidabile narratore del suo mondo ([9]) e perché i suoi meriti letterari paiono almeno in parte funzionali anche a certa politica USA della sua epoca. 

Ciò non toglie – se si espunge dai pregi necessari della letteratura gonzo quello di una sua attendibilità da parte dei lettori, certo un fattore apprezzato dal “gonzo reader” che è per la stragrande maggioranza dei casi maschio ([10]) – che questi tre autori con uno stile e un vocabolario anche innovativo abbiano ognuno nel suo tempo influenzato i propri lettori ([11]).

 

L’eredità letteraria del gonzo journalism è essenzialmente deleteria, e lo è anche per Gianni Brera. Addirittura doppiamente, quindi in modo ancor più grave ([12]).

Innanzitutto esiste un rimbecillimento dei lettori che ritengono il quotidiano sportivo nobilitato comunque: dunque non serve leggere altro, proprio in ragione di quanto prodotto dall’autore di San Zenone al Po ([13]) che leggevano (ormai i loro genitori e anche nonni).

Di pari, e a influenzare ulteriormente i destinatari delle loro righe e colonne, sono i sé dicenti eredi di Gianni Brera, nati qualche anno dopo: cioè non sto scrivendo di Beppe Viola (il quale erede non poteva essere perché morto prima del maestro, nel 1982) o di Gianni Mura (destinatario del legato di una delle macchine per scrivere del suo maestro); figuri autodichiaratisi che fra l’altro sono debordati dalla carta stampata e sono approdati in altri media: televisione innanzitutto: il loro linguaggio è quasi sempre un autocompiacimento nel cercare iperboli assolutamente da dimenticare (e dimenticate), neologismi da adolescente, eccessi insensati ([14]) che siccome giornalisti (con un albo professionale) dovrebbero invece lasciare all’Italiano traballante quotidiano di categorie per definizione non use a lavorare con le parole e con la sintassi.

 

Certo, c’è anche la produzione letteraria del Gioannfucarlo, meno nota, rinverdita dalle cure, dell’uno dirette e dell’altro auspici, dei fratelli Del Buono: fu Pilade a instradare Oreste presso il comune nipote Alessandro Dalai ([15]), così anche titoli come Il corpo della ragassa e Naso bugiardo (con nuovo titolo: La ballata del pugile suonato) furono ripubblicati da Baldini e Castoldi.

La storia delle edizioni delle opere di Gianni Brera ha poi avuto uno snodarsi non semplice, anche con risvolti giudiziari.

 

In questo panorama, evidenzio due aspetti prettamente letterario-editoriali.

Il primo è quello dello studioso: non mancano le analisi dello stile breriano, peraltro appunto ristrette ad un pubblico da biblioteca più che da libreria (in senso lato) e nemmeno da tutte le biblioteche.

 

Il secondo, mi pare ([16]), è che anche negli anni in cui si vendevano ancora libri (diciamo gli ultimi dieci del secolo scorso) i lettori di Brera, quelli che ne hanno fatto gloria e fortuna cioè quelli delle testate giornalistiche sportive, frequentassero poco gli scaffali e si limitassero alle edicole appunto; dunque non erano più quelli che leggevano Brera perché Brera non c’era più.

Oggi provate a trovare i volumi contenenti gli articoli della rubrica “L’arcimatto” in libreria, appunto.

Insomma: Brera è diventato un autore con un pubblico assolutamente ristretto, forse in esaurimento proprio perché Brera era uno da quotidiano ([17]), da banco del bar, da tavolo di osteria, al più da gambe sul tavolino stravaccato sul divano con cravatta lasca.

 

A mo di epigrafe, ma finale: “Gianni Brera, un autore destinato a durare più del pubblico dei suoi lettori”. Peccato.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] In tema di risotto alla milanese, scrivetemi in privato.
[2] Della famiglia Andriolo, di origine veneziana.
[3] Si veda il volume dedicato ai relativi scritti di Brera così rubricati del 1987 e 1988 – di molto successivi al sodalizio culinario creato nel 1956, si dice al tavolo n. 14: (A. MAZZOLA e P. BRERA curatori), Il club del giovedì, Torino, Aragno, 2006.
[4] Tanto che le prefazioni di suo figlio Paolo vengono quasi a noia, in quanto pressoché onnipresenti.
[5] Cito siccome le conosco due “ufficiali”, medesimi autori: P. BRERA – C. RINALDI, Gioannfucarlo, Pavia, Edizioni Selecta, 2001, sorta di coffee-table book ricco di foto, e il compatto P. BRERA – C. RINALDI, Giôann Brera – Vita e scritti di un Gran Lombardo, Milano, Boroli, 2004.
Sarei però ingeneroso se non menzionassi – non fosse altro che egli è meno famoso dell’altro epigono (portabandiera? Erede? Fate voi) Gianni Mura – Andrea Maietti: curatore di qualche opera antologica di Brera e autore di Com’era bello con Gianni Brera, Arezzo, Limina, 2002 in cui si rinviene anche il testo della sua tesi di laurea.
[6] Come James Dean, Roger Nimier, Ayrton Senna. Potrei aggiungere Albert Camus e la seriamente ferita Françoise Sagan. Tutti al volante.
[7] Fra il 18 e il 19 per Andrea Maietti.
[8] Rimando a http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/12/gonzo-journalism-le-vite-non-parallele_01.html.
Ivi citati sono anche Lester Bangs e Giancarlo Fusco e tratteggiato il misconosciuto Jeffrey Bernard.
[9] Per tutti: si leggano certe pagine in cui Jean Cau nel suo libro del 1961 Les oreilles et la queue (in Italiano: Toro, Milano, Longanesi, 1962) in cui gli Spagnoli smontano la conoscenza dell’arte taurina, e della tauromachia in particolare, dell’autore di Oak Park.
[10] Non che le femmine siano imprecise, ma ritengo che sia come scrivo.
[11] È evidente la limitazione territoriale di lettura di Brera rispetto agli altrui due, non necessariamente per la lingua usata, anche se forse impossibili sono le traduzioni di certe sue parole. Forse proprio il fatto che Brera è stato essenzialmente giornalista solamente in ambito sportivo giustifica questa sua notorietà limitata, anche se credo ci sia altro.
[12] In misura minore, almeno per quel che concerne i loro lettori in quanto anche ascoltatori, le stesse conseguenze perniciose si manifestano con i critici musicali: molti, incapaci di stili più accollati, adottano quello sbracato di Lester Bangs, ma senza lo stile e l’acume di questi.
[13] Provincia di Pavia.
[14] Peggio poi l’ex sportivo che “vuol fare il Gianni Brera”: ho seguito nel 2015 una telecronaca di una partita di pallavolo della nazionale italiana maschile commentata anche dall’ex Andrea Lucchetta: squallida ed incomprensibile (mancava anche di riferimenti tecnici, graditi al profano) faceva dimenticare le sue grandi doti di sportivo.
[15] Lo racconta PdB nel suo intervento alla giornata di studi tenutasi a Milano il 17 novembre 2012 in occasione del ventesimo anniversario della morte del suo amico Gianni.
[16] Le logiche degli editori, almeno sino a qualche anno fa, erano tali per cui tendo ad escludere che: 1) i libri di Brera vadano fuori catalogo e divengano “remainder” solo in esito a una causa; 2) quelle copie per mesi stazionino in numero immutato o quasi per poi sparire (e diventare merce di piccola bibliofilia).
[17] Il guerin sportivo oggi è un mensile, era un settimanale ai tempi di Brera: quanto vende?

giovedì 14 gennaio 2016

THE BIG BRASS RING: ORSON WELLES E DAVID BOWIE (parallelismi impossibili fra due artisti incommensurabili)


THE BIG BRASS RING: ORSON WELLES E DAVID BOWIE
(parallelismi impossibili fra due artisti incommensurabili)

 

1. Un incipit interrotto.

Questo post doveva intitolarsi: “69: note minime accidentali bowiane intorno a un numero” e lo ho iniziato il 9 gennaio 2016.
Cominciava così.

 

Il giorno 8 gennaio 2016 David Bowie ha compiuto 69 anni e ha pubblicato Blackstar ([1]).

 

Il giorno 8 gennaio 2016 ho cominciato a leggere David Bowie ouvre le chien, di Jérôme Soligny ([2]).

 

Il numero 69 ([3]) è più affascinante di una parola palindroma. Basti pensare alla hendrixiana “If Six Was Nine” ([4]).
Più – forse? – seriamente, questo numero evoca graficamente, o è la riflessione aritmetica, di yin e yang.

 

Si parla, dunque, di opposti e di specchi.

 

La mia formazione accademica è stata forgiata da grandi Maestri e, anche, da dubbi che si sono rivelati fondamentali.
La base di ogni, ogni, mia lettura mia ricerca, mio approfondimento è ormai da decenni la seguente: trova e apprendi la regola, soltanto dopo potrai affrontare le eccezioni ([5]).

 

 

2. Una prosecuzione a due voci.

Qui si interrompeva il testo, e – indipendentemente dalla morte di David Bowie – il suo sviluppo è diverso per due ragioni: un pensiero interrotto a metà non lo ho più recuperato, il giorno 13 gennaio 2016 mi è passato per la mente l’impossibile parallelismo.

 

Prima, però, una precisazione: il libro di Soligny è molto interessante, ma leggerlo come testo di base per conoscere David Bowie è sconsigliato, in quanto esso non offre certezze, bensì presuppone altre e più ferme opere dedicate all’artista britannico per mettere anche in dubbio alcune date, alcune note tecniche, eccetera. Insomma, esso è un buon indice del fatto che anche grandissimi artisti non sono definibili e “sicuri” come regole immutabili, a partire dal fatto che anche loro si sono sempre dimostrati insoddisfatti di se stessi.

 

Orson Welles: nato il 6 maggio 1915 a Kenosha (USA), morto il 10 ottobre 1985 a Hollywood.
David Bowie: nato l’8 gennaio 1947 a Londra (Regno Unito), morto il 10 gennaio 2016 a New York ([6]).
Anche non considerando gli indici dell’aspettativa di vita, per cui almeno un lustro in più d’aspettativa sarebbe attribuibile a Bowie rispetto a Welles, è evidente che il primo nell’aspetto avesse una cera ben più sana del secondo.
Dunque, sin da subito l’apparente vicinanza di età alla morte fra questi due figure – per le quali anche sinonimi come colossi, giganti, titani e simili paiono insufficienti – si risolve in un dettaglio numerico ([7]).
Due opposti dunque? Forse non proprio.

 

Il titolo, quello nuovo e definitivo, di questo post è quello di un film non realizzato da Welles: per la sua incomprensibilità in Italiano, esso è stato tradotto con La posta in gioco ([8]). L’anello non è più piccolo ma grande: dunque è una ricerca, una “quest” per l’eccellenza ([9]).

 

Che Welles e Bowie fossero due ambiziosi è indubbio.
Che le loro carriere per certi versi siano opposte anche: Welles alla prima regia è in vetta alla cinematografia in termini sicuramente qualitativi, David Bowie deve faticare molti anni prima di un successo “da classifica”.
Opposti, allora, come il 6 e il 9.

 

Specchi: dove si riflettono ([10]) immagini e personalità, non lo spirito delle persone complesse.
Nella stanza degli specchi si svolge una memorabile scena di The Lady from Shanghai diretto e interpretato da Orson Welles ([11]).
A David Bowie, cui è sempre stato stretto (pur se ancora utilizzato – e “autorizzato” – nel recente cofanetto [ Five Years 1969-1973 ] da Ray Davies) il soprannome “camaleonte” ([12]) in quanto questo animale cambia sì, ma non per distinguersi, certo non sono mancate molte personalità di scena e quanto a specchi basti rammentare la famosa immagine riflessa, che non è quella che ad esso si pone di fronte ne The Man Who Fell To Earth di cui Bowie è protagonista ([13]).

 

Overbudget: il più famoso per David Bowie fu quello per le scenografie del Diamond Dogs tour. Per Orson Welles non si contano.

 

Progetti incompiuti. Wikipedia dedica un capitolo ai film incompiuti o semplicemente sceneggiati di Welles, ne ricordo tre: Don Quixote, Heart Of Darkness e The Little Prince/Le Petit prince (incidentalmente: andate a riguardare la copertina di Reality di David Bowie).  
I progetti incompiuti di David Bowie sono più semplici da identificare se si procede con un elenco di canzoni registrate e non pubblicate ufficialmente o in alcun modo pubblicate: per tutti valga l’album Toy e gli ultimi cinque demo di cui parla Tony Visconti come possibile seguito di Blackstar ([14]).

 

Ecco allora il minimo comun denominatore di due artisti diversi sin dal rispettivo aspetto fisico (invero irrilevante per la loro fama mondiale): l’ottenimento del big brass ring o del Saint Graal ([15]): il premio ultimo, certo dotato anche di un enorme potere.
Per entrambi però esso alla fine si rivela non essere altro da sé, bensì solamente l’opera d’arte ultima siccome definitiva e assoluta anche per il suo autore, non pago di tutto quanto egli ha già creato.
In fondo, sia Welles sia Bowie affermavano la possibilità dell’uomo di essere super, anzi di poter aspirare financo allo status di Supergod, ahimè mortale come tutto.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Suo ventiseiesimo album solista di studio. 25 sarebbero calcolando quello intitolato The Buddha of Suburbia una colonna sonora.
[2] Paris, Editions La Table Ronde, 2015.
[3] Astenersi spiritosi per forza.
[4] Che risale a quando Bowie era ancora un giovane artista di belle speranze o poco più.
[5] C’era a questo punto una lunga nota fuori testo che ho eliminato, probabilmente l’avrei eliminata comunque.
[6] L’eventuale luogo accidentale di morte diverso per Bowie non rileva in quanto accidentale, appunto.
Rilevano invece le città, opposte fra loro oggettivamente per entrambi e soggettivamente almeno per l’artista britannico. Come ricordai in un vecchio post, Los Angeles è la città che dice “fuck me”, New York la città che dice “fuck you”; ma per Bowie la metropoli californiana fu quasi fatale, mentre Gotham City divenne una sorta di seconda patria.
[7] A meno di addentrarsi nei dettagli cabalistici, non è materia che sono in grado nemmeno di accennare.
[8] Si veda il volume contenente la sceneggiatura nella versione italiana: O. Welles, La posta in gioco, Genova, Costa & Nolan, 1989, la spiegazione del titolo alla pagina 10 e anche https://en.wikipedia.org/wiki/Brass_ring.
[9] Invero già nella sua dimensione normale in Inglese si parla di brass ring come sinonimo di primo premio .
[10] Jean Cocteau: “Les miroirs feraient bien de réfléchir un peu plus avant de renvoyer les images” (da Le sang d'un poète).
[11] E da Rita Hayworth, allora sua moglie.
[12] Tutto nasce con l'uso del termine da parte sua nel testo di “The Bewlay Brothers”?
[13] Regia di Nicolas Roeg e sceneggiatura di Paul Mayersberg (autore anche per Merry Christmas Mr. Lawrence).
[14] Secondo una ben nota teoria, l’ultima canzone (rectius registrazione della medesima) in un album di David Bowie suggerisce lo stile musicale dell’album successivo.
[15] Bowie riferiva il suo interesse per il Terzo Reich anche alle ricerche del Graal portate avanti su ordine di Hitler.

martedì 5 gennaio 2016

INVESTITORI, SPECULATORI E RISPARMIATORI (Tombstone series – 31)


INVESTITORI, SPECULATORI E RISPARMIATORI
(Tombstone series – 31)

 

Quando un investitore dichiara di essere “un risparmiatore e non uno speculatore” è perché egli/ella ha sbagliato l’investimento e, probabilmente, non sa distinguere nemmeno fra breve e lungo periodo.
Ovvero: l’abbaglio dell’albero degli zecchini d’oro continua a mietere vittime.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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