"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



giovedì 30 gennaio 2014

OASIS: FAMILIAR TO MILLIONS? MAGARI!


OASIS: FAMILIAR TO MILLIONS? MAGARI!

 
Intro.
Guidavo, solo, nel pomeriggio estivo, fra le sequoia giganti sopra San Francisco, California.
Allora, qualche lustro fa, le auto a noleggio non avevano il lettore CD ([1]) e quindi ancora si andava a nastro.
Stonatamente, ma a tempo, cantavo “Champagne Supernova”.
Ecco, questo è il mio attestato di fedeltà agli Oasis: certo ho riso quando hanno spaccato qualche dente frontale a Liam Gallagher a München; certo continuo ad avere una modesta stima per The Beatles ([2]).

 
Poi ci sono altre due contraddizioni: la prima è che per me “Live Forever” ([3]) significa: “chi vuole vivere per sempre? Nessuno!” ([4]).
L’altra sta nel fatto che “The Masterplan” letteralmente mi scardina ad ogni ascolto, eppure si tratta di una canzone “pro-Dio”.

 
Una breve introduzione per un uno scritto che può risultare obsoleto o non degno di lettura.
Se volete, ve ne propongo un’altra.

 

 

2. Alternate intro.
Il ragazzino con le guanciotte, presto surclassato dal fratello ([5]) minore (di cinque anni) quanto a successo con le gallinelle (“birds”) nella Manchester quasi sinonimo ([6]) di pouring rain.
È Noel Gallagher.

 
Quel viso un poco tondo lo si ritrova anche nel filmato della “spina staccata” del 23 agosto 1996 al londinese Royal Festival Hall: roba fine (malato il little bro’ Liam, la chitarra acustica del senior Gallagher è sugli scudi) e una delle polo-shirt più brutte che io abbia mai visto.
È una piccola epica la saga della gang gallagheriana chiamata Oasis; formazioni solide come una custard cream, ma la determinazione di arrivare, subito, e rimanere, a lungo.

 
Se “ti faccio ascoltare quattro canzoni invece di due”, sono più sveglio della media: e questo accade, infatti, grazie anche alla lungimiranza di chi scrittura questi scapestrati mancuniani: Alan McGee.
Ecco quindi che l’esordio “Supersonic” serve al pubblico un bimbo che già cammina e parla, non un fantolino che gattona e farfuglia sillabe.
La scelta diventa prassi anche per i successivi due singoli.

 
Ne preferite una terza (quella originaria ([7])) di introduzione?

 

 

3. The original intro.
Prendete il secondo CD che costituisce il live set che dà il titolo a questo post: leggete la track list e ascoltate.
Qualcuno forse non ah nemmeno bisogno di leggere oltre: se gli Oasis sono questi, è il caso di approfondire direttamente e basta. Ma un po’ di confusione evidentemente può emergere, e a ragione.
Certo in loro sono presenti i labari di un laddismo inequivoco e le insegne da braccio della divisa di terraces dove l’onda casual non cancella del tutto l’apocalisse Doc Marten’s che la precedette.
Emerge anche una versione di una canzone di Neil Young non certo indolore ([8]) e quella di una lieder beatlesiana satanica che non omaggia gli U2 ([9]).

 
Fine delle introduzioni.

 

 

Tutto comincia a Manchester – dove “dolore” rima con “pioggia” – e, per caso, con quella nomea catch-all che ha fatto molte vittime (pensate agli Echobelly) e creato qualche equivoco (valgano i, qualche volta, eccellenti Suede): Britpop.


Ecco che in questo pseudo-ambito di genere musicale la stampa, almeno in parte, monta il dualismo fra Blur e Oasis; dove mi pare i più tifino per i primi ([10]). Ma dopo qualche metro non c’è più competizione: per quanto Modern Life Is Rubbish (che è già il secondo album ([11])) sia un bel disco, la valenza atemporale di Definitely Maybe è verbalmente rafforzata dalla canzone che lo apre.
Sommersi dalle vendite degli avversari – che con il successivo (What’s The Story) Morning Glory ([12]) assurgono a fama imperitura – i Blur si difenderanno gloriosamente, ma senza esito, con quel Parklife che ammicca ancor più smaccatamente (si veda la voce “ospite” di Phil Daniels ([13])) allo stile albionico esportato con successo negli USA un trentennio prima – stile ormai necessitante di protezione, pena l’estinzione – che il tossico decennio ottanta aveva volgarmente decimato sull’altare di un edonismo fluorescente dove ordinare “a pint of Stella” è in e chiedere “a pint of bitter” è out.

 
Da qui in poi gli Oasis non hanno più freni, sebbene si scheggeranno qualche dente cercando invano di conquistare anche il mercato nordamericano.

 
Noel (mente) e Liam (voce) ([14]) continuano per anni a recitare un teatrino familiare che è pane tabloidico con prove musicali altalenanti ma esibizioni dal vivo solitamente più che soddisfacenti. 

Poi nel 2009 la frattura formale e duratura, ognuno dei fratelli per la sua strada; però l’albatross al collo di Liam e di tutti gli “ex” resta: a chiudere le Olimpiadi del 2012 i Beady Eye a interpretare quell’autentico mostro melodico che è “Wonderwall”, firmato da Noel ([15]).
Intanto i Noel Gallagher’s High Flying Birds …

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Il formato MP3 era ignoto.
[2] Neanche Lemmy dei Motorhead, dopo “neanche i Velvet Underground”, può farmi cambiare idea. D’altronde che i Fab Four fossero più famosi di Gesù cosa può importare ad un religiosamente ateo come mi dichiaro?
[3] Ma è possibile che nel videoclip per il mercato nordamericano di questa canzone ci veda solo io un omaggio al film Performance?
[4] Che non equivale al netto “I want to die” di Kurt Cobain che avrebbe, come reazione, ispirato questa canzone.
[5] Ce ne è un terzo: Paul, il maggiore (di un solo anno). Ma per questa storia non rileva.
[6] Si cfr. il libro di Kevin Cummins dal titolo: Manchester: Looking for the Light through the Pouring Rain.
Nei testi della band ho trovato, almeno: “morning rain” e, appunto, “pouring rain”.
[7] Anche questo post bolle da molto tempo. La verità? L’introduzione che preferisco è la prima.
[8] E Liam mente, “tirandosi indietro gli anni”; mentre l’annuncia.
[9] Che anche la hanno interpretata.
“Helter Skelter” è per un po’ anche il nome dell’”etichetta discografica” degli Oasis.
Ad abundantiam cercate anche sotto Siouxsie and the Banshees.
[10] La coppia Damon Albarn-Justine Frischmann, lei oltre che già ragazza di Brett Anderson (leader dei Suede) è anche a capo dei “press darling” Elastica.  
[11] I Blur sono un raro caso in cui il primo album soffre della “sindrome del secondo album”.
[12] Si noti il vezzo delle parentesi riecheggiante gli scorsi anni ‘60; invero pochi hanno considerato i muri “spectoriani” per densità della sonica gallagheriana.
[13] Come se una sorta di növomod
[14] Per gli effettivi ruoli vedetevi i “crediti”, per singole canzoni e registrazioni
[15] A cui non piace nemmeno moltissimo.

venerdì 24 gennaio 2014

WE (STILL) WANT PRINCE (anche per una cena)


WE (STILL) WANT PRINCE
(anche per una cena)

 

Una ventina di anni fa mi inventai, per addormentarmi, un gioco: “con chi vorresti uscire a cena per fargli un po’ di domande?”.
Erano poche le persone degne di un tavolo di ristorante ([1]), qualcuno nel frattempo è morto, più di qualcuno non è più interessante (infatti non me ne ricordo), insomma ne rimangono un numero molto esiguo.

 

Fra gli ancora restanti c’è Prince, uscire a cena per parlare con lui di lui, di Miles Davis, di Jimi Hendrix e del rock ‘n’ roll in generale ([2]), della new wave Stateside ([3]), del cinema, ...

 

Tre ricordi di Prince dal vivo: a Milano in color pesca lui e la band; il concerto cancellato a Torino ([4]) (magari trovo il biglietto di quel concerto); a Madrid nella Plaza de Toros negli scorsi novanta ci regalò anche un a solo di batteria.
Per il resto misuro a campate di CD, a spanne di vinile ([5]) (e VHS e DVD) e a decimetri di scaffali occupati da libri e a cartelle di ritagli il mio interesse per quest’artista. Non mi reputo un esperto su di lui, ma diciamo che so più o meno dove guardare in caso di bisogno.

 

C’è un album intitolato We Want Miles ([6]).
Posto che, purtroppo, Miles Davis (il disco è suo) non è più fra noi, non possiamo chiedere Miles e Prince insieme ([7]), ma solo Prince.

 

Perché lo vogliamo? Per le ragioni che lo resero un gigante.
Egli distrusse i calendari delle case discografiche ([8]), con ritmi che ricordano quelli usuali degli ultimi anni settanta (prendete la discografia di David Bowie a titolo di esempio).
Egli fuse stili musicali (ancora oggi, l’ascoltatore medio e distratto non sa che Sly Stone è stato una sua matrice più di quanto lo siano stati Rick James o James Brown, della sua ammirazione per il mancino di Seattle si sa).
Egli infranse cliché sessuali: ascoltate “Controversy” ed anche “If I Was Your Girlfriend”.

 

Da anni il Signor Nelson sabota ([9]) la sua base di fan, rendendo pressoché impossibile trovare su di lui notizie che non siano state filtrate o censurate ([10]).
E questo non è certo un merito.

 

Talvolta mi chiedo se in certi momenti Prince non si comporti lungo una progressione autodistruttiva.
Perché essere un genio non fa rima con essere masochista.

 

Negli ultimi anni della sua vita Miles Davis “mungeva la mucca” con la pubblicazione di album non di grande livello qualitativo e sicuramente centellinandosi.
Prince per anni ha fatto il contrario, “uccidendo la mucca” con una produzione sterminata; ed ancora oggi egli disorienta con le sue virate che, sfortunatamente, non sono più positivamente radicali come un tempo e sono anche oscillanti: l’ultima svolta (2013) è di nuovo elettrica e muscolare con tre ragazze ad accompagnarlo ([11]).

 

Eppure per lui una sera libera per una cena la trovo sempre e ancora ([12]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] E certo non a Milano.
[2] Fra l’altro Prince mi pare essere immune da influenze stilistiche britanniche marcate, pur vedendo io in lui dei tratti rundgrendiani che quindi hanno almeno dei riverberi d’Albione.
Ho scritto marcate, per il fatto di aver suonato “Whole Lotta Love”, egli non diventa un emulo ledzeppeliniano.
[3] Bastarda ab origine mentre originale era la no wave, per saltum dopo il punk.
[4] Dopo un’andata in treno in prima classe portando con me Il doppio sogno di Schnitzler e avendo la Signora Chiara Boni di fronte.
[5] Uno di quei casi in cui il fan benedisse l’avvento del CD, perché gli album non ufficiali erano ormai sempre più spesso multipli e il vinile non reggeva quindi la mole di materiale che usciva (non si è mai capito, soprattutto dopo la fine del rapporto contrattuale con Warner Bros., se con una sorta di bonario spirito del laissez-faire da parte dell’artista).
[6] We Want Miles is a double album recorded by jazz trumpeter Miles Davis in 1981, produced by Teo Macero and released by Columbia Records in 1982. The album features one of the first live appearances by Davis in more than five years, at Boston's Kix Club, on June 27, 1981. Other tracks are recorded at Avery Fisher Hall, New York, on July 5, and in Tokyo, October 4 of that year. First released on CD in Japan as a two-disc set (CBS/Sony CSCS 5131/5132), subsequent CD releases fit the music onto one disc. Columbia Records have never released it on CD in North America”: da Wikipedia.
[7] È davvero frustrante quel pochissimo che circola fra gli appassionati.
[8] Uso questo termine anche se non è corretto, per essere leggibile.
[9] Nessun gioco di parole con la Sabotage: uno dei più rinomati produttori di suoi bootleg negli anni che furono.
[10] Una volta esistevano siti internet dedicati solamente alla sua discografia “parallela”.
[11] A noi appassionati di antica data mancano sempre le ragazze “rivoluzionarie” Wendy Melvoin e Lisa Coleman.
[12] Del resto questo post è rimasto in bozza per una ventina di mesi.

BIG STAR E ALEX CHILTON (una innegabile eredità musicale)


BIG STAR E ALEX CHILTON
(una innegabile eredità musicale)

 
Se i Big Star fossero stati più popolari, probabilmente non mi sarebbero piaciuti.
Data la mia quasi idiosincrasia per The Beatles, al fastidio ogniqualvolta ad una compagine musicale viene attribuita qualche somiglianza con loro ([1]) si aggiunge anche un maggior fastidio ove si assiste a una banalizzazione da successo commerciale dell’artista di turno.
 
Con il gruppo di Memphis, Tennessee, questo non accade.
Stante l’incomprensibilità del termine “power pop” per definire un ipotetico genere musicale ([2]), è più semplice lasciar perdere; anche perché, con discreto ossimoro, avremmo dei ragazzi di Memphis ispirati da britannici che si sono ispirati al genere blues che evidentemente nel Tennessee è una sorta di “cespite musicale”.
 
A un certo punto della vita di una persona che ascolta molta musica non di “corrente principale”, capita(va)no in casa gli album di due gruppi statunitensi: New York Dolls e Big Star.
Diciamo che non necessariamente “dovevano” arrivare tutti, anche perché non vi sono molti punti musicali in comune fra questi artisti (se non che entrambi conoscono bene quello che è stato creato prima di loro), ma dato che la discografia di studio essenziale di entrambi è costituita da due soli dischi ([3]), non è mai stato proibitivo conoscere l’intera produzione di Bambole e Stelle.
In realtà, ritengo che sia piuttosto difficile fermarsi nell’arricchire la propria collezione, almeno rispetto agli uni o agli altri: l’archeologia per entrambi è cominciata relativamente presto e quindi con il passare degli anni (e dei formati fonografici)
 
Esiste, forse, un punto di etereo contatto stilistico fra le due band: il primo album del gruppo fronteggiato da Alex Chilton si apre con “Feel” che suona molto Todd Rundgren, cioè il produttore artistico dell’esordio eponimo delle Dolls.
E, magari, seguendo la linea townshendiana non tutti sono torti, in quanto Rundgren capitanò i più britannici degli statunitensi: i Nazz ([4]).
 
Con Alex Chilton ([5]) condivido la data di nascita: 28 dicembre.
Ma Alex è stato anche un ragazzo meraviglia: giovanissimo aveva già fronteggiato The Box Tops: oltre il milione di copie con il singolo “The Letter”, la registrazione è quella demo (tutto senza X-Factor e, per contro, Elvis Presley non in disarmo).
 
La storia dei Big Star è quella di aspettative deluse, successi preannunciati che hanno girato nel punto sbagliato, ... ([6]).
Con ovviamente conflitti interni e egocentrismi di statura colossale, ma entro un mondo che si chiama, lo ripeto, Memphis ([7]) e non Springville, ed ivi si trovano i leggendari Ardent Studios ove si registrano le fatiche dei quintessenziali alfieri del ... power pop e cioè oltre a Chilton: Chris Bell (l’altra meta del nucleo creativo), Jody Stevens e Andy Hummel.
 
Le strade che potete percorrere anche da soli ovviamente non ve le disvelo, secondo la linea impressionista ([8]) del blog.
Posso solo mettervi in guardia rispetto alla pletora di varianti versioni della stessa opera musicale registrata dalle, instabili e susseguentesi, formazioni dei ([9]) Big Star.
 
Il fatto è che, per Alex Chilton la storia artistica sembra ricominciata per la terza volta “dalle parti del punk”: solista e autorevole ispirazione fra i reietti, si costruisce una carriera di album più o meno misconosciuti, fra loro anche sovrapposti seppur non coincidenti, padrino suo malgrado di una bohemia urbana, ovviamente darling dalle parti della manhattanita Bowery, senatore quasi senza platea per le sue orazioni a sei corde, anche triumviro con Alan Vega e Ben Vaughn, eccetera.
 
Poi ci sono le “riformazioni” per quelli che sono cosi nostalgici che sosterrebbero anche che Ringo Star sia un bravo batterista.
Dalla intervista del 25 aprile 1993 concessa dopo il concerto alla Missouri University ([10]) si percepisce il disagio del frontman.
 
Brutalmente e bruscamente: anche dopo la morte del bello e dannato Alex il 17 marzo 2010 (comunque molto più longevo di Bell deceduto il 27 dicembre 1978 ([11])), la Grande Stella continua a brillare per gli appassionati più maniacali e per i neofiti.
E forse è un bene perché i Big Star (e le NYD) devono ancora entrare, necessariamente, in molte case.
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Devo dire che, per fortuna, non mi è mai capitato che un gruppo che ascolto fosse assimilato agli U2, di cui tollero solo Achtung Baby e Zooropa dati i riferimenti urbani, Berlino, e la produzione, Brian Eno.
[2] Power pop is a popular musical genre that draws its inspiration from 1960s British and American pop and rock music. It typically incorporates a combination of musical devices such as strong melodies, clear vocals and crisp vocal harmonies, economical arrangements and prominent guitar riffs. Instrumental solos are usually kept to a minimum, and blues elements are largely downplayed.
Recordings tend to display production values that lean toward compression and a forceful drum beat. Instruments usually include one or more electric guitars, an electric bass guitar, a drum kit and sometimes electric keyboards or synthesizers” (dalla relativa voce di Wikipedia).
Eppure il termine sembra essere stato inventato da Pete Townshend! Power pop is what we play—what the Small Faces used to play, and the kind of pop The Beach Boys played in the days of ‘Fun, Fun, Fun‘ which I preferred“: Altham, Keith. “Lily Isn’t Pornographic, Say Who”, NME, 20 Maggio 1967.
[3] Rispettivamente: New York Dolls (1973) e Too Much Too Soon (1974); #1 Record (1972) e Radio City (1974).
[4] Tre album per lo meno da vagliare ed antologizzare, sebbene non all’altezza nel loro complesso della successiva prima, ma abbondante, produzione solista dello Stregone Stellare.
[5] E con Mary Weiss, voce solista delle Shangri-Las.
[6] Per la loro storia, fino a un certo punto, rinvio a Rob JOVANOVIC, Big Star: The Story of Rock's Forgotten Band. London, Fourth Estate, 2004 e a Bruce EATON, Big Star's "Radio City" (33⅓). Continuum International Publishing Group Ltd, 2009.
[7] Lo stato del Tennessee (certo anche because of Nashville) con quelli di New York e della California detta - letteralmente - legge sul tema musica per tutto quanto non coperto dalla legislazione federale statunitense, e non è poco.
Fidatevi.
[8] Non voluta ma necessitata da onestà intellettuale e mediatica dell’autore.
[9] Lo so se scrivo “le” Bambole dovrei dire sempre “la” Grande Stella …
Esiste un album dell’evento, intitolato Columbia.
[11] Morto nel 2010, il 19 luglio, anche Hummel.

giovedì 23 gennaio 2014

1994


1994

 

Ricevo il nuovo post che qui di seguito pubblico da EKS (la quale ho già ospitato qui con altri scritti: cercateli con l’etichetta “EKS”).

 

Siccome non sono di quelli che si riscrivono la vita, posso sintetizzare il mio pensiero di allora sulla morte di Kurt Cobain così (ispirandomi a un verso dei Manic Street Preachers ([1])): “I just blinked when Cobain died”.

 

 

                                                                                                          Steg

 

 

 

 

1994

1994 a gennaio, muore mia nonna. Ricoverata per una bronchite, presa nonostante gli inutili vaccini anti influenzali e aggravatasi rapidamente. “E je ore di papuzasile vie” aveva detto sorridendo: “è ora di sciabattare via”. Ma no, nonna, vedrai che ti sistemano subito, in una settimana sei a casa. Ho appreso tutto da mia nonna senza che mi insegnasse o mi dicesse cosa fare. Ho sempre pensato che il suo modo di comportarsi fosse quello corretto è l’ho adottato, imprinting, come gli anatroccoli.
L’ultima immagine che conservo, è del cadavere nella bara nella cappella mortuaria dell’ospedale, con le mani cristianamente intrecciate sul petto, le dita irrigidite dal rigor mortis che fanno pressione, le labbra cucite dall’interno con un paio di punti. Un tempo si metteva una fascia per tenere la mascella del morto serrata, si vede anche nei film del dopoguerra con Totò, era pratica diffusa. Nel 1994 danno un paio di punti di sutura.
Evidentemente la morte ci lascia con la bocca aperta.

Sono stata a diversi funerali, ma non ho mai visto una persona morta. Gli incaricati del funerale danno anche due avvitate alle viti del coperchio della cassa, con il trapano, frullante e rimbombante nel silenzio dei sotterranei dell’ospedale, per evitare che si apra nel trasporto, immagino. Normale amministrazione, irrispettosa del sentire dei parenti. Fa freddo, non mi ricordo nulla del funerale.

 

Non avendo molto per cui rimanere, vado a Londra. Mi ospita una famigliola tranquilla, lui ha una società edile, lei è impiegata in comune, due ragazzini selvatici ai quali insegnare almeno a masticare a bocca chiusa e arginare le loro gare di rutti serali con la Pepsi. Laura di 11 anni, indecisa tra bambole e orsetti e mettere il lucidalabbra, di nascosto. Gregory di 9 anni, refrattario alla scuola, con grandi sogni da calciatore, con la smania di essere accettato da compagni di classe e compagni di squadra.
Il nostro vicino di casa David, sui 14 anni, ogni tanto bazzica da noi, per noia. Ha un fratello che non esce di casa, salvo il sabato, quando va con il padre a giocare a golf, pare abbia iniziato a frequentare corsi al college, ma si è ritirato subito, non si sa per quale motivo, e non è più uscito di casa. La faccenda è ammantata da fitto mistero e i ragazzi ci tengono un sacco a proteggere le loro informazioni e sbandierare il loro ruolo di persone parzialmente informate sui fatti.

 

Una sera di aprile, David viene a casa nostra in lacrime gorgogliando frasi indistinte tra un singulto e l’altro. Non capisco cosa sbiascica tirando su con il naso, ma è una faccenda grave. Gregory prontamente traduce il bofonchìo in una frase comprensibile “Cobain has blown his brain out”.
1994 a marzo, è apparso sui giornali italiani che Cobain ha forse tentato il suicidio a Roma, me l’ha detto mio padre al telefono. Se mio padre è al corrente della situazione, è davvero di dominio pubblico, è inevitabile. Essendo la più adulta in casa, sopraffatta dalla responsabilità della gestione delle giovani menti che mi guardano allarmate, mi sento in dovere di tranquillizzare tutti sulla perfetta normalità e ineluttabilità di quanto avvenuto.
 

Non so se sono rimasta male, mi piace Cobain, ha sempre avuto l’aria di uno votato al martirio, non può non piacere. Ma mi dà ai nervi Cobain, principalmente a causa di sua moglie.
Che grave perdita: risuonano tappi di champagne stappato in ogni redazione di quotidiano e rivista, olio alle rotative, vai d’incassi! Seguono immagini del funerale, Michael Stipe che sorregge la vedova.
I miei selvatici ragazzi trovano che il mio atteggiamento di accettazione dell’inevitabile li distingue dai loro amici e compagni di scuola. Il mio imprinting funziona sugli anatroccoli Laura e David. Gregory si conforma ai suoi amici, non ha bisogno di rinascimentale sprezzatura, a nove anni.

 

 

                                                                                                                      EKS

 

 

 
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[1]I laughed when Lennon got shot” (da Motown Junk).