"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



venerdì 30 novembre 2012

PERLE MEDIATICHE 13 – LA CRITICA GASTRONOMICA


PERLE MEDIATICHE 13 – LA CRITICA GASTRONOMICA

 
Una puntata non altrimenti identificabile di Cuochi e fiamme, programma attualmente trasmesso dall’emittente televisiva LA7d: puntata del 29 novembre 2012, delle ore 19.10.
 
Ultima prova per i due concorrenti, quella di “presentazione”, piatto da presentare il “Carpaccio”.
L’autorevole giornalista gastronomica (non so se anche “eno”) Fiammetta Fadda, prima inter pares dei tre giurati fissi, si sente in dovere di citare l’origine del piatto e dichiara che il suo creatore fu Arrigo (sic!) Cipriani.
 
Il vostro reference blogger corresse molti anni fa Time (il settimanale in lingua inglese), rispetto alla ricetta del “Bellini” (altra creazione, un cocktail, nata in Calle Vallaresso a Venezia) da loro riportata.
Ottenne risposta cartacea alla sua lettera altrettanto tradizionale.
 
Per i curiosi filologici: consultate ([1]) L’angolo dell’Harry’s Bar di Giuseppe Cipriani (padre di Arrigo) a pagina 63.
In effetti il 2, il 4 e il 10 sono grandi “angoli”.
 
 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – incluso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 



[1] Il volume non è recente, credo dobbiate cercare in biblioteca.
Fu pubblicato da Rizzoli nel 1978 (ne esistono almeno due edizioni, identiche nell’aspetto).

giovedì 29 novembre 2012

MORRISSEY E L’APATIA DEI SUOI FAN


MORRISSEY E L’APATIA DEI SUOI FAN

 

Me lo dico da solo: meglio tardi che mai.
Ci sono pensieri che circolano nella mente ma faticano a raggiungere una forma definita.
 
Io non sono stupido ([1]), Morrissey è molto intelligente, eppure per anni noi sembravamo (nella mia mente) due pugili su un ring intellettuale che si studiavano senza trovare il varco nella guardia dell’altro.
Siccome solo io ho coscienza del confronto, dovevo – appunto – scoprire dove entrare con i miei pensieri nella sua opera.
Alla fine il tutto si è risolto nel mio apprezzare le sue sintesi formali e musicali di pensieri certo non unici, pur mantenendo il mio approccio critico (o anche solo diverso) per molte sue scelte che i suoi fan non discutono e semplicemente accettano: io non sono vegetariano (ormai non lo sarò più), però io non vedo ragione di biasimare il suo incensare una certa cultura albionica poco gradita ai più ([2]) perché certo aristocratica.
 
Ancora continuava a non quadrarmi qualche cosa.
Come mai?
Perché mi sfuggiva ancora un elemento e per di più quello decisivo?
Questioni di prospettiva, direi.
Leggevo scritti su di lui e interviste a lui, approfondivo anche i suoi gusti musicali, continuavo (come continuo) ad inchinarmi ai Ludus e all’arte visiva di Linder Sterling; come mio solito facevo i compiti.
Eppure niente!

 

Morrissey è un pessimo maestro, i suoi discepoli sono di conseguenza dei pessimi allievi (non apostoli per loro eccesso numerico) rispetto ad altri.
Questo lo capivo, ma perché? Soprattutto perché ciò mi dà grande fastidio tanto che per un decennio non ho mai ascoltato volontariamente The Smiths?

 

Ecco (finalmente. Troppo tardi?) l’illuminazione: Morrissey non innesca nulla, non induce a nulla.
Morrissey ha come effetto l’antitesi alla reazione alla vita quotidiana.
Morrissey è l’autoindulgenza malata e immobile che conduce al piangersi addosso fine a se stesso.
Morrissey ti consente di crogiolarti nell’abbruttimento senza reagire: “ogni giorno è come la domenica”? Bene stai sdraiato sul letto e guarda il soffitto, piangi, ascolta la tua musica, ...
“Novembre ha partorito un mostro”? Convivi con la tua mostruosità ([3]).
Forse ciò spiega perché in lui i suoi fan vedono il “salvatore”: deve essere lui a salvarli, appunto.

 

Direte: ma i concerti? Ah sì i concerti. Vecchie reminiscenze di The Smiths dopo 25 anni, una scintilla che dura qualche istante, altro che “luce che non si spegne mai”.
Poi il fan torna nella sua cameretta e torna alle sue (non) attività di sempre, con bolse letture wildeiane e poco altro ([4]).

 

Morrissey è ancora solo, alla fine.
Come 30 anni fa.
Perché i suoi fan si accontentano di come sono.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Chi passa il tempo a darsi dello stupido alla fine perde anche se la sua mente funziona.
[2] Per tutto il resto rinvio al mio post precedente: “Morrissey: why?, oh why?!” di cui questo è una sorta di complemento.
[3] L’elenco può proseguire sia con citazioni marchiate Rough Trade sia con altre sotto l’egida Attack, evidentemente.
[4] Niente Richard Allen, niente Kray Twins, niente James Dean oltre la banale superficie, niente Antoine de Saint-Exupery, niente drammi da lavello, eccetera.

mercoledì 28 novembre 2012

VERGOGNE MEDIATICHE


VERGOGNE MEDIATICHE
 
27 novembre 2012, prima serata: ho scorso 126 canali non a – ulteriore (pago Già il canone RAI) – pagamento.
È Il 70 anniversario della nascita di James Marshall – Jimmy, Jimi – Hendrix. Nulla ([1]).
Vergogna.

 
Il fatto che io non ne risenta non significa nulla.

 
The wind cries Jimi!

  

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] L’eventuale (non ho avuto modo di verificare) citazione in Res Gestae non può contare, evidentemente.

martedì 27 novembre 2012

IL PUNK AVEVA ARGINATO LA CENSURA MORALISTICA (ancora sull’ipocrita politically correct)


IL PUNK AVEVA ARGINATO LA CENSURA MORALISTICA
(ancora sull’ipocrita politically correct)

 

Vi siete mai domandati perché nelle storie di Stefano Tamburini e Tanino Liberatore ci fossero personaggi deformi?
Certo per domandarvelo dovete averle lette.

 

C’è una canzone dei Devo, gruppo che non mi fa impazzire ma di cui riconosco l’importanza ([1]), che spiega molto: è “Mongoloid”, pubblicata nel 1976 come singolo.
Da qualche anno dire “mongoloide” era già considerato sgradevole: dovevi dire “down”. Come pensare che il “non vedente” stia meglio di quando era qualificato “cieco”.
I Devo (punk? New wave? Whatever!) cercarono come altri di raccontare come stessero veramente le cose.

 

La risposta alla domanda precedente è probabilmente che (di nuovo?) si potevano esibire le proprie e le altrui mostruosità, non più nascosti dietro la falsità del “tutto va bene”. Grazie al punk.

 

Incidentalmente: ricordo uno splendido concerto di Siouxsie and the Banshees nel luglio 1985 all’ex Cottolengo di Torino: variante, ulteriore, su Freaks di Todd Browning.
Appunto: si veda “Pinhead” dei Ramones. Liberate i mostri apparenti ([2]).
Ma dei Brud(d)ers si consideri anche la più cupa “Lobotomy” ([3]).

 

Il punk era la famiglia dei reietti, dove le cicatrici esibite erano più belle dei gioielli (lo disse Rosso Veleno o prima di lei David Bowie?) e dove si valeva per ciò che si era.

 

Che dire, anche, di quella gemma recuperata in extremis (per chi si limita al prodotto ufficiale) di “Make Up To Break Up” ancora di Siouxsie and the Banshees?
O scavando ancora più a fondo, l’urlo di disperazione di “Thalidomide” de The Pack (che sarebbero diventati i Theatre Of Hate).

 

Oggi è – sempre di più – di nuovo tutto “carino e a posto”, come se il punk non ci fosse mai stato.
Ma quelli che non hanno il senso della vista continuano ad avere solo il nero come colore (o non colore?) costante e i subnormali non terminali sanno di non essere troppo intelligenti. Nessuna delle due categorie è trattata per ciò che è, si fa finta – censoriamente – che siano come noi.
Noi chi? Io non sono come quelli che mi circondano senza che lo scelga io di essere circondato da loro; io cerco di essere educato ([4]) eppure io continuo a chiamare ciechi i ciechi.

 

Qualcuno, del resto – un comico di cui purtroppo non ricordo il nome, qualche tempo fa si è anche inventato i “diversamente ricchi”: sono i poveri.

 

È la censura che è tornata attraverso il politically correct e non se ne va.
Oppure l’ordine costituito in L’Étranger di Albert Camus ([5]).

 

Gabba Gabba Hey!” a tutti coloro che non hanno da leggere queste mie righe, ma che saranno ciononostante la maggioranza dei loro lettori.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Al momento 105 loro registrazioni sul mio i-Pod.
[2] Prima dei pipistrelli dei Birthday Party.
[3] E volendo anche “Cretin Hop”.
[4] E spesso quasi mi investono, i ciclisti sul marciapiede, quelli ecologici e corretti. I loro omologhi in auto hanno comportamenti differenti, a seconda di come sono vestito io sempre pedone.
[5] Tanto per citare un libro intelligente al posto di quelli in classifica. Come quelle “canzoni che non trasmettono mai alla radio”.

venerdì 23 novembre 2012

“ME GUSTA LA TECHNO DE DETROIT”

ME GUSTA LA TECHNO DE DETROIT ([1])
 
Metroplex, Transmat e KMS sono la trimurti di una delle più interessanti, ma poco note, correnti musicali dell’ultimo quarto del secolo scorso.
 
La splendida ignoranza della massa fa sì che la Techno sia considerata come musica da macelleria danzereccia confezionata a BPM infartuali “gabber” da qualche parte nei Paesi Bassi ([2]).
Una sorella “minore e minorata” della House, della quale già nemmeno ci si preoccupa di svolgere considerazioni.
 
Ebbene almeno diciamo che la sorella/stra maggiore è di Chicago mentre la sua giovane germana nasce anch’ella in quel midwest lontano dalle due coste e che quindi soffre di inferiorità rispetto alle due capitali della musica riconosciute mondialmente ([3]) ([4]).
 
Tre le etichette e tre i nomi fondamentali: Derrick May, Kevin Saunderson e Juan Atkins.
Ragazzi che amano la musica elettronica, riconoscono valore sia ai Kraftwerk, sia ai Depeche Mode.
Nulla di strano se non fosse che l’asse fra la città dei motori e Düsseldorf ([5]) è tracciato da artisti di colore.
 
Dodici pollici pressati su vinile quasi butterato che si esportano in Europa (da pronunciare quindi “Oiropa”).
Un album fantasma per anni per un omonimo gruppo fantasma, Cybotron.
 
L’azzeramento visuale aumenta il mistero ([6]).
 
Che fare? Evidentemente ascoltare la musica assicurandosi di non incappare in derivazioni.
Si stagliano, quasi ad ogni costo, due antologie: Retrotechno-Detroit Definitive e Techno One and Two ([7]) e poi il l’espanso Motor City Machine dei Cybotron e l’assoluto Classics dei Model 500.
Dopodiché, ognuno potrà muoversi con le proprie gambe e, magari, cercarsi qualche antica antologia della berlinese etichetta Tresor.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Troppo facile intitolare il post “Techno por favor”, canzone da cui è tratta la citazione.
[2] Rispetto ai quali altra ignoranza garantisce soggiorni opachi fra un manifesto arrotolato di Van Gogh e velleità edonistiche comprate a poco prezzo per squallide escursioni tabagistiche o veneree. Rispettivamente: la prima prassi riferita prevalentemente alle donne, la seconda ad entrambi i sessi e la terza agli uomini.
[3] Nashville è snobbata, ma tre, ancora, sono le legislazioni statali fondamentali per la musica negli USA: California, Tennessee e New York.
[4] Ma come sanno i conoscitori, nella Città dei motori hanno avuto: i natali la Motown – crasi – e risonanza MC5 e The Stooges.
Aggiungo “Panic in Detroit” per il buon intenditore.
[5] Con una frangia berlinese. Posto che una influenza significativa, sebbene ancora meno nota, è data dalle Liaisons Dangereuses, compagine che nella formazione a trio ha creato “Los Niños Del Parque”.
Ebbene se Chrislo Haas arrivava dai non ancora cruciali Deutsch Amerikanische Freundschaft, Beate Bartel proveniva dalla all girl band nativa di Metropolis Mania D (vedi Malaria! per le sue compagne d’avventura).
[6] Un dato interessante è che questo genere musicale rimane assolutamente senza volto, a differenza dell’iconografia che la “costola hip hop” della House in qualche modo offre.
Anche per questo motivo, scrivo meno del solito.
[7] Si tratta dell’assemblaggio di due album in vinile in un doppio CD.
Fruscia il vinile in qualche traccia dell’altra compilation citata, a riprova del valore anche amatoriale (ma non dilettantesco: conferma ne sono le corpose note di copertina) del release.
 

giovedì 22 novembre 2012

MARIO SCHIFANO (palme, stelle, donne, rock’n’roll …)


MARIO SCHIFANO
(palme, stelle, donne, rock’n’roll …)

 

Come è noto, io sono privo di ogni autorità per scrivere di Mario Schifano.
Del resto ho, appunto, dichiarato che Stefano Tamburini è più grande di lui: Tamburini dissentirebbe.

 

Se vi dicono che Schifano era ([1]) bello: non è vero.
Basta vedere le sue immagini degli scorsi anni ‘60 e compararle con quelle di Keith Richards o di Mick Jagger, talune addirittura raccolte da Schifano. Nessuno dei tre era un adone però il rock ‘n’roll painter (ma anche molto altro) proprio non aveva nulla che lo potesse definire entro i canoni (classici e non) della estetica maschile.
Del resto le dame Anita Pallenberg e Marianne Faithful hanno, nel loro insieme, avuto tutti loro tre ([2]) come eroi e fidanzati, quindi contava il fascino e non altro.

 

Acromi o monocromi? Va beh anche Piero Manzoni e Fontana ([3]) che però sono famosi per ben altro: rispettivamente “merde” e “tagli”, in massima sintesi.
Ci sono pero tutti “quei” futurismi rivisitati” schifaniani che davvero sono ammiccanti e ... futuristi.
Non a caso quella stessa foto impiegata dall’artista fu la base per i quattro di Frigidaire ([4]) e se Schifano piaceva al genio Tambura, non discuto il fatto che piaccia anche a me.

 

Perché Schifano volava come un aereo da caccia sotto i radar: egli era artista, ma ancora da strada (come Pier Paolo Pasolini?) anche quando ormai aveva un successo solido e ancora giovane nelle tecniche.



La pittura debord(a) dalla tela per invadere le cornici.

 

Stelle e palme? Se volete.
Immagini strappate al tubo catodico, luride nel colore (anche se negli scorsi anni ’80 le immagini pornografiche irradiate dalle emittenti televisive locali sono luride sì, ma in bianco e nero e di piccolo formato per quasi tutti).

 

Droga? Sì, e anche il tono lagnoso nella voce dell’artista tradisce quel consumo, a parte le sue disavventure giudiziarie al riguardo.
Meglio sorridere sulla sua ricetta della bistecca “alla Baudelaire”, allora.

 

Schifano ha creato almeno 40.000 opere ma molte migliaia sono false” ([5]). È uno dei si dice più diffusi: d’altronde, esiste un Archivio Mario Schifano creato nel 2005, che fa capo agli eredi, e una Fondazione MS (da cui uscì nel 2003 la vedova), che fare?
Se mai potessi permettermi una sua tela ([6]) mi rivolgerei solo alla galleria di Gio’ Marconi, porto sicuro.

 
I cataloghi delle sue mostre diventano rari presto, o se si preferisce restano per poco tempo nel limbo dei remainder.
Una buona partenza possono essere quelli delle due mostre schiena a schiena non troppi anni fa proposte dal citato Studio Marconi di Milano.
 
Non vi basta? Cercate il DVD Schifano Tutto (in effetti quasi essenziale) e la biografia (senza riferimenti precisi ([7])) del 2012 di Luca Ronchi Mario Schifano (potete evitare la inutile e brutta “Nota” che la apre, stupisce perché è scritta da Achille Bonito Oliva) e, se proprio volete esagerare, provate a trovare la riedizione in CD del raro album Le stelle di Mario Schifano.
 
Comunque era un signore: pagare una pelliccia per la propria “donna” con un disegno non è da tutti.
Ah e poi c’e la storia della sua Rolls-Royce ([8]) “prestata” ed utilizzata da altri anche come mezzo per far espatriare dei sospettati di atti terroristici ([9]), o che egli usava sì, ma vergognandosi un po’.
Insomma, non vi annoierete a scoprire la vita, oltre alle opere, di Schifano.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Nato a Homs (allora Libia Italiana) il 20 settembre 1934 e morto d’infarto a Roma il 26 gennaio 1998.
[2] Schifano filma Jagger che canta “Street Fighting Man” - prima canale destro, poi canale sinistro, le corde delle elettriche quasi lasche, i tamburi che rivelano l’anima jazz di Charlie Watts, la voce una prece inascoltata: puro champagne molotov.
[3] L’argentino che tutti credono italiano e di cui nessuno ricorda mai il nome di battesimo: Lucio.
[4] Quattro come quelli di Métal Hurlant.
[5] I numeri cambiano oscillano, per un certo periodo si parlava di 2.000 autentici su 10.000.
[6] Dopo un multiplo di Francis Bacon e una Merda d’Artista di Piero Manzoni, contemporaneamente a un Robert Malaval.
[7] Basta Internet per quello? No non basta è confuso anche il mondo della Rete.
[8] Comprata dopo aver venduto quadri a un gallerista elvetico (Marcello Secci), incerta la datazione dell’acquisto dell’auto: 1973 o 1974? Oppure già il successo gli aveva procurato forti incassi?
Esiste una interessante casistica in tema di Rolls-Royce e persone giovani di successo
[9] Oreste Scalzone si sarebbe “servito della Rolls Royce del pittore Mario Schifano, grande finanziatore di Pot[ere] op[eraio], per far espatriare nel 1973 Marino Clavo e Manlio Grillo, ricercati per l'assassinio dei fratelli Mattei”.
Questa citazione circola in diverse pagine Internet, ovviamente resta la questione dell’anno.

domenica 18 novembre 2012

“LA GIORNATA DELLA GIORNATA” (Sniper series - 3)


“LA GIORNATA DELLA GIORNATA”

(Sniper series - 3)

 

Non so se ve ne siete accorti, ma il calendario è costellato, o meglio infestato, di “giornate”: del/della/dei, etc.

 

Fino a qualche anno fa, ce la si cavava con ricorrenze stupide, che si potevano seguire oppure no. Qualcuna magari sancita con una ragione di fondo, ma poi finita male nella prassi: quanto è triste l’8 marzo con gli uomini costretti a comprare mimose; nemmeno perché se lo ricordano, ma in quanto segnalati da venditori che sostituiscono le loro merci usuali con fiori di provenienza più o meno certa.

 

Ma oggi è ben peggio: si accavallano remote celebrazioni che si arricchiscono di cattivo gusto: celebrare la giornata del risparmio nel 2012 quando i cittadini hanno problemi economici e, contemporaneamente, nessun banchiere “spiega” mai come sono investiti i prestiti da loro ricevuti a tassi irrisori ([1])? No grazie.

 

Si aggiungo poi giornate o settimane o mesi “finti”, cioè inventati da una qualche categoria: il mese del bruxismo (ma c’è anche quello del benessere psicologico) mi pare notevole ([2]).

 

Propongo di introdurre l’“anno del rispetto dell’intelligenza delle persone”: per 12 mesi non ci vengano dette o proposte idiozie ([3]).
Che ve ne pare?

 

 

                                                                                              Top Shooter

 

 

 

© 2012 Top Shooter
     © 2012 Steg, Milano, Italia.
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[1] Questo blog ha un indirizzo di posta elettronica, mi scriva qualche portavoce dell’ABI, per favore.
[2] Buttate una unità di misura del tempo in un motore di ricerca, aggiungetevi il genitivo e il gioco è fatto.
[3] Per correttezza faccio presente che esiste la “giornata mondiale dell’intelligenza”, però non la vedo molto pubblicizzata e, comunque, non ci sono solo coloro che sono ammessi al (o alla) MENSA, ma anche menti normali e ciononostante pensanti.
A tacer del fatto che un giorno non basta.

sabato 17 novembre 2012

HUGO PRATT: QUANTO ANCORA C’È DA RASCHIARE? (e qualche mio aneddoto, con un pensiero alla “grande belga” Anne Frognier)


HUGO PRATT: QUANTO ANCORA C’È DA RASCHIARE?
(e qualche mio aneddoto,
con un pensiero alla “grande belga” Anne Frognier)

 

L’impressione è che il barile prattiano sia ormai raschiato anche sui lati.

 

È stato pubblicato in queste settimane (autunno 2012) un volume intitolato Capitan Cormorant che contiene il solo episodio, il primo, disegnato da Hugo Pratt: ma non sono stati usati gli originali perché essi sono stati dispersi fra i collezionisti tanti anni fa.
Se quando si ripubblicano registrazioni audio si parla delle rimasterizzazioni, sarebbe corretto anche in caso di fumetti (che non sono libri tradizionali) spiegare “da dove si parte”.
 
Mortificante anche il volume Wheeling pubblicato sempre nel 2012: infatti, il libro contiene come extra quella serie di tavole intitolate Leggende indiane, unico modo per far comprare quel volume da chi altrimenti non lo comprerebbe.
Ciò perché questo Wheeling soffre un formato che non è di ampio respiro, con anche gli acquerelli d’accompagnamento “impiccati”.
Un rimpianto, un altro, per il “totemico tomo” edito a Genova da Ivaldi nel 1972: quale che sia l’edizione che riuscite a reperire ([1]), un gioiello e basta (tutte le successive edizioni sono pochissima cosa).

 

Bel volume di Laura Scarpa, intitolato Hugo Pratt - Le lezioni perdute, uscito sempre in questo autunno 2012, ma alla fine anch’esso si dimostra incompleto e molto di parte ([2]).
O meglio: esso si risolve in una sorta di visione dal buco della serratura, come già in passato accadde.
Del resto un venditore di bandes dessinée parigino, dalle parti della Gare du Nord, mi sibilò che era lui a prestare a Dominique Petitfaux gli albi poco comuni riprodotti nelle due, fondamentali, opere dedicate a Pratt da questo autorevole scrittore francese ([3]).

 

Nel libro della Scarpa sono riprodotte pagine di grande interesse, ma tutto è ancora (e sempre?) parziale e paralizzato.
La ragione principale è nota: sull’opera di Pratt il controllo è massimo, i soci di controllo ([4]), appunto, della elvetica Società Anonima Cong non perdonano.
Quindi ci si muove entro quello che gli anglosassoni chiamano “fair use” e esercitando il diritto a parlare almeno di sé, diritti che a nessuno si possono negare, inclusi gli oggetti che fanno parte della propria storia. Anche la figlia Silvina nel proprio bel libro ([5]) non ha, è mia opinione, potuto o voluto raccontare papà Hugo come si poteva pensare e comunque quanto lei ha raccontato ha un retrogusto di soggezione che stona ([6]).
 

Meno comprensibile è  – lo ritengo un dato oggettivo poiché anni fa mi vennero offerte (non le acquistai) “matite” dove era evidente anche il suo tratto – il relegare da parte della Scarpa Mario Faustinelli a nulla o quasi come apporto grafico (“altri disegnatori” (pagina 14)) ([7]), mentre – diversi collezionisti possono smentire l’assunto di questo fumettista – Stelio Fenzo non è il solo a disporre di disegni prattiani ([8]) del periodo iniziale della sua carriera.

 

Ebbene, con un po’ di tenerezza ricordo me stesso: circa 7 lustri fa: consultando l’elenco telefonico di Venezia, alla stazione ferroviaria, incappai nell’indirizzo di Malamocco di Hugo Pratt. Cioè lo trovai facilmente ma ... Piccolo segreto.

 

Un quarto di secolo dopo, abbastanza facilmente trovai un altro indirizzo, cui scrissi; in Francia.
Allora volevo scrivere il mio libro sul padre di Corto Maltese.
Ricevetti da quell’indirizzo una qualche risposta, per posta elettronica mi pare.
Finì che andai a Malamocco a quell’indirizzo dell’elenco telefonico, due volte in due splendidi giorni di estate.
La seconda mangiammo – io, la mia fidanzata e Anne (o Ana, o Anna) Frognier ([9]) – degli ottimi scampi preparati dalla padrona di casa su una terrazza deliziosa. Alla fine della nostra seconda conversazione (non le ho mai sbobinate) si andò in auto (la Signora Frognier era già “nonna volante”, come lei amava definirsi con sottile charme mascherato da una sincera genuinità ([10]) “a trovare Ivo” (Pavone). Lì incontrai anche Roberto Reali: letteralmente un motore di ricerche e scoperte e iniziative prattiane, strappato qualche anno dopo alla vita da un tumore, un vero gentleman ([11]).
Non vidi più Madame Frognier, con cui (e con Silvina Pratt) ebbi ancora qualche cordiale corrispondenza, incontrai qualche volta Roberto Reali e in un paio di occasioni Ivo Pavone.
Da tutto ciò trasse giovamento e sollievo la mia passione collezionistica; ma, soprattutto, decisi che il mio libro su Pratt poteva aspettare, forse per sempre perché qualche aneddoto preferisco ancora tenerlo per me.

 

Io continuo strenuamente, faziosamente e univocamente a considerare i colori “di Anne” per le storie di Corto Maltese i più belli ed inimitabili e Anne Frognier, cui rivolgo un ennesimo saluto e un altro infinito ringraziamento per il tempo dedicatomi, una donna eccezionale e affascinante.
Andate a leggere Anna della giungla, ascoltate poi quel che volete (“Sweet 16”, “Little Wing”, “A Question of Time”, ...) e forse capirete cosa provò Pratt a Buenos Aires per questa ragazzina bionda e lentigginosa.

 

Hugo e Anne vivevano fianco a fianco, ripeto fianco a fianco, lì a Malamocco con Silvina e Giona.

 

Tutto il resto rischia di essere solo fatto di dimensionalmente grandi e qualitativamente modeste, inutili, vecchie e retoriche, monate ([12])!

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] E potete permettervela.
Certo leggere questo fumettista dal 1973 mi ha aiutato nel creare una biblioteca delle sue opere a prezzi normali. Il tempo della ricerca ovviamente ha un valore, ma era collezionismo (e alla libreria Il Sileno di Genova i numeri de Il Sergente Kirk, sempre Ivaldi, pochi li consideravano e lo stesso accadeva alla Milano Libri dove comprai anche, appunto, Wheeling).
[2] Prevalentemente da esso prende spunto questo secondo post su Hugo Pratt.
[3] Si tratta di De l’autre coté de Corto e Le Desir D’Etre Inutile.
Entrambi editi anche in Italia.
[4] Non è ozioso ricordare come Silvina e il fratello Jonas, figli di Hugo Pratt e Anne Frognier, abbiano fondato un comitato per tutelare i propri diritti: http://comitepratt.canalblog.com.
[5] Avec Hugo. Un’edizione anche qui da noi, la quale credo abbia venduto qualche decina di copie, purtroppo.
[6] Le foto di famiglia dove tutti ridono, a Malamocco, sono (o erano?) altra cosa.
[7] Questa riscrittura, comune a David Bowie, della propria carriera mi rattrista in quanto essa è soprattutto post Pratt (e Faustinelli) mortem, ma non solo: come dichiara Ivo Pavone a pagina 35 del libro di Scarpa.
[8] Se li firmava, allora era con Ugo senza la h e il cognome prima del nome, magari anche con “Davide” vicino, che era lo pseudonimo di Mario Faustinelli.
[9] Seconda – unica vera? – moglie di Hugo Pratt.
Sono polemico? Ma certo che lo sono. E ricordo anche Gisela Dexter.
Quelli erano i due volti femminili su cui costruivo le scorrerie porteñe di Hugo narrate da Alberto Ongaro e quelli rimangono anche oggi.
[10] Come talune donne della pampa argentina.
[11] Conservo ancora anche certe sue buste e certi suoi piccoli appunti.
[12] Anche perché della santificazione di Pratt, Vincenzo Mollica docet, io sono stufo.
Possibile che nemmeno oggi, che sono entrambi disponibili, non sappiano i cultori di Pratt leggere l’aspetto ribelle e ruthless di cui a Le pulci penetranti e a Un romanzo d’avventura?
Eppure Corto Maltese avvisava: “Fermarsi nel passato come fa lei… è come custodire un cimitero” (da “Una ballata del mare salato”, tavola 131).