"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



domenica 28 ottobre 2012

D.A.F.: TUTTO E TUTTI IN DISCUSSIONE (dedicato a Conny Plank)



D.A.F.: TUTTO E TUTTI IN DISCUSSIONE
(dedicato a Conny Plank) ([1])


 


Nel pregevole volume ([2]) di Jürgen Teipel Verschwende deine Jugend (o meglio, per tutti coloro che non leggono correntemente la lingua di Goethe e di Nietzsche, nella sua traduzione francese intitolata Dilapide ta jeunesse ([3])) si racconta anche di come i Deutsch Americanische Freundschaft nella formazione a due che li ha consacrati conquistarono il pubblico skinhead di uno dei loro primi concerti nel Regno Unito.


 

Gabi Delgado-López è omosessuale, Robert Görl da molti anni è buddista.
Politicamente sono a sinistra ma – come sanno i pugnaci lettori del blog – “White Riot” docet.

 

A Milano, nel novembre (il 5 per la precisione) 1981, un muro di registratori a cassetta MC7 è alle loro spalle. Il pubblico dell’Odissea 2001 suda con loro.

 

I D.A.F. sono assolutamente contro, o punk se si vuole.
Ancora oggi.

 

Li ho visti e ascoltati tre volte dal vivo. Vorrei fossero state trenta.

 

Ogni volta che le mie orecchie li odono il limite è uno solo: il volume dovrebbe essere a 20 su 10: napalm sonoro al cui confronto la “Cavalcata delle Valkirie” usata dal Colonnello “Death From The Above” Kilgore in Apocalypse Now è una dolce lied per bambini.
 
Contro tutti perché a “Der Mussolini” (che si canta in coro mentre si danza una spastica marcia, autodistruttiva per la mente eppur rigenerante) si contrappone ([4]) nel 2003 la lode a Ulriche Meinhof ([5]) di “Kinderzimmer” ([6]).
 
Per essere un seguace dei D.A.F. occorre inizialmente “rinnegarsi” e, se del caso, farsi violenza intellettuale.
Accettare tutto per poi riconsiderare tutto come essere pensante e trarre (volendo e potendo) delle inutili conclusioni.
Con la struggente provvisorietà di “Als wär’s das letze Mal” sempre sulla spalla.
 
Nero e cuoio e “basi” registrate. Questo è il tableau di Gabi e Robert sul palco.
 
Una saga complicata quella dei D.A.F.
Ma davvero da coltivare: la linea è ormai nota: Silver Apples, Suicide, D.A.F. ([7]), Soft Cell.
Ricordo, in quel hangar zurighese, che prima del concerto dei Depeche Mode la colonna sonora comprendeva anche una canzone dei D.A.F. ([8]).

 

Due ultime annotazioni.
I Deutsch Amerikanische Freundschaft “arrivano“ ([9]) da Düsseldorf (come i Kraftwerk).

 

Comunicazione per gli über-gegen-Alles: cercate l’album Future Ultra dei Delkom (successivo progetto musicale dell’immigrato Gabi Delgado-López) onde alienarvi – se siete fra coloro che acconsentono a che altri possano curiosare nella vostra discoteca – anche le simpatie di chi combatte le tossicodipendenze: con una canzone dal titolo “Viva la droga” cantata in Castigliano non potete fallire.

 

Alles ist gut mein Freund ([10]).

  

                                                                                                                      Steg

 

 

 
© 2012-2013 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – incluso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 





[1] Konrad “Conny” Plank (1940-1987) ha fra l’altro prodotto artisticamente i due album fondamentali dei DAF (per un totale di quattro della band cui prestò la propria attività e il proprio talento): Alles ist gut e Gold und Liebe.
Nota tecnica, mantengo le maiuscole ai sostantivi come richiede la lingua tedesca.
[2] Esiste una antologia, doppio CD, dal medesimo titolo, il suo curatore è l’autore del volume, che è obbligatoria e racconta in modo impeccabile la neue Welle. Dopo cercherete altro e troverete poco.
[3] Facile dunque comprendere il significato del titolo: mutuato da quello di una canzone dei D.A.F. (rinvio anche al mio post intitolato “Gioventù: bruciata, sprecata, inutile”).
Il che non toglie che io ne abbia anche due copie, prima e seconda edizione, dell’originale in Tedesco, nella speranza, prima o poi, di poterlo leggere anche in quell’idioma.
[4] Attenzione: la difficoltà di comprensione della lingua germanica rischia di confondere le idee.
Non è che sia “buono” tutto quello che è cantato “in Tedesco” e suona industriale/elettronico: I Laibach impallidiscono con la loro cover di “Alle gegen alle” rispetto all’originale, e non so parlando di Rammstein.
[5] L’esponente più noto insieme a Andreas Baader della Rote Armee Fraktion, formazione terroristica tedesca creata nel 1970 (incidentalmente, nel 1978 a Londra si compravano tranquillamente badge con il simbolo della RAF: una stella rossa a cinque punte con sovrimposto un fucile mitragliatore e, appunto, la sigla RAF).
 È ben vero che di tributi a questa figura del terrorismo ve ne sono non pochi, ma la canzone dei D.A.F. ha come sottotitolo “heldenlied”, cioè canzone per gli eroi.
[6] Tratta da Fünfzehn neu DAF Lieder : album della riunione di Görl e Delgado-Lopéz dopo oltre tre lustri.
La discografia dei D.A.F. rischia di apparire complicata a causa, anche, dei DAF DOS (in cui compare il solo Delgado-Lòpez). I 7 album non sono omogenei nel genere e nella qualità complessiva, lo stesso vale per una messe di singoli (l’ultimo del 2010 e per ora inedito su album).
[7] Sarei tacciabile di approssimazione se non specificassi che un legame (nessun gioco di parole) con i Deutsch Amerikanische Freundschaft hanno i Liaisons Dangereuses, gruppo in cui compariva Christiaan Ludwig “Chrislo” Haas.
[8] Il sogno elettronico sarebbe un bill concertistico con Suicide, D.A.F. e Depeche Mode. Dress code: “celebrazione nera”.
[9] Ferme le diverse origini dei componenti, per quanto qui rileva: Delgado-López è spagnolo di Cordoba, Görl è bavarese.
[10] Per gli insaziabili della devastazione, soprattutto propria, indico senza pretesa di completezza: Dagmar Krause con Panzerschlacht e Nico con The Frozen Borderline o – almeno – con “Janitors Of Lunacy”.
Anche i Tedeschi hanno un’anima, scientemente bombardata ex adverso.

giovedì 25 ottobre 2012

PERLE MEDIATICHE 12 – VITTIME I DEPECHE MODE


PERLE MEDIATICHE 12 – VITTIME I DEPECHE MODE

 

Sarò breve.

 

Il Corriere della Sera di ieri, 24 ottobre 2012, in una sola pagina (non ricordo l’autore dell’articolo) è riuscito a:

  • indicare il mese sbagliato (giugno anziché luglio, 2013) dei concerti italiani dei Depeche Mode,
  • in didascalia a una delle foto che accompagnavano l’articolo, scambiare Dave Gahan per Martin Gore.

 

Non basta: la pagina “dedicata” del sito internet “TicketOne” per l’acquisto dei biglietti da parte dei titolari di carte American Express doveva aprire alle ore 9.00 del 25 ottobre 2012, come da pubblicità.
90 minuti dopo tale orario essa era ancora come il giorno precedente, e cioè anche senza l’indicazione dei prezzi degli ordini di biglietti ([1]), comunque procedura ben complicata.
Mi astengo dal commentare la “commissione sulla commissione”
 

Come concludere? Black days.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Mi astengo da commentare la commissione sulla commissione, entrambe proporzionali al prezzo dei biglietti.

martedì 23 ottobre 2012

PERLE MEDIATICHE 11 – ANCORA DA SETTE, ANCORA LO STESSO CRITICO MUSICALE: SCRIVENDO DI POOH E DI CHIC


PERLE MEDIATICHE 11 – ANCORA DA SETTE,
ANCORA LO STESSO CRITICO MUSICALE:
SCRIVENDO DI POOH E DI CHIC

 

La segnalazione è, nuovamente, da Sette (supplemento del Corriere della Sera) del 19 ottobre 2012.
 
La perla è attribuita al medesimo critico musicale che occasionò un post molto letto su questo blog ([1]): Luca Bottura ([2]).
L’articolo, intitolato “L’immutabile condizione dei Pooh” si trova alle pagine 144 e 145.
Nella prima delle due si legge: “E ho scoperto con orrore radical chic (posto che non sono affatto radical, e porto camicie che forse piacerebbero solo agli Chic, inteso come antico e sguaiato gruppo musicale francese).
Non conosco alcun gruppo musicale con il nome “Chic” se non quello fondato da Nile Rodgers (nato nello stato di New York) e Bernard Edwards (nato nel North Carolina), entrambi di nazionalità statunitense ed ivi come tali operanti (come noto). Bernard Edwards è morto nel 1996.

 

Sotto il profilo della costruzione della frase sopra riportata, se l’autore non si sente “radical” e nemmeno “chic”, come fa egli a provare un orrore di tale genere? Una contraddizione in termini.
Ulteriore precisazione: l’espressione “radical chic” non ha il significato della sommatoria esatta di queste due parole, quindi non credo ch essa sia scomponibile nei suoi termini costitutivi mantenendo lo steso significato; comunque, rinvio a Tom Wolfe.
 

Infine, l’autore auspica (a pagina 145) che “il mondo” sia “maturo per un bell’album in cui i Pooh rileggono i capisaldi della canzone d’autore italiana”.
Mia domanda: il Signor Bottura conosce il contenuto dell’album, dei Pooh, intitolato Beat Re Generation del 2008? Oppure “Pugni chiusi” (per fare un esempio) divenne “d’autore” solo da quando si scoprì che “quello che la cantava” era Demetrio Stratos degli Area? Oppure tre canzoni con musiche di Lucio Battisti e testi Mogol non bastano? Oppure se si interpretano canzoni straniere, tradotte, non si versa più nelle opere musicali di qualità (mi riferisco ad esempio alle canzoni n. 2, 5 e 11 del medesimo album)?

 

Io gradirei che Luca Bottura smettesse di darmi materia per scrivere post, anche perché a mio avviso egli, auto insultandosi in chiusura dell’articolo in commento, non rende nemmeno un buon servigio al proprio editore e ai suoi lettori.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Intitolato “L’Uomo Ragno, gli 883 e l’ennesima rivincita dei critici stagionati”.
Curioso, di nuovo devo puntualizzare su artisti italiani che non rientrano nel novero di quelli che ascolto solitamente.
[2] Per politica del blog, non indico nelle etichette dei post i nomi di persone che critico sotto un profilo a mio avviso di merito, ciò per non fare loro da cassa di risonanza.

venerdì 12 ottobre 2012

GENERATION TERRORISTS VENT’ANNI DOPO (di Manic Street Preachers e di persone fuori dal comune)


GENERATION TERRORISTS VENT’ANNI DOPO
(di Manic Street Preachers e di persone fuori dal comune)

 

Gli anniversari da un po’ di tempo sono “celebrati” con scarti di settimane o di anni ([1]). La ragione è spesso commerciale, o meglio esasperatamente commerciale.

 

Come ho scritto da ultimo ([2]) la guardia imperiale preachersiana ragiona in termini di crisi economica da oltre un anno.
Ecco quindi che l’edizione del ventennale di Generation Terrorists arriva con dieci mesi di ritardo e, di nuovo, nel forum di Forever Delayed si mescola(va)no aspettative e preoccupazioni sui prezzi. Si profila interessante l’edizione più ricca (anche se lungi dall’essere completa), pur se un CD di versioni aggiuntive appetibili per noi fedelissimi avrà un costo ulteriore di una buona ventina di sterline ([3]).

 

Manic Street Preachers: a very Welsh phenomenon, posto che il loro unico tour italiano con ancora Richey Edwards in formazione fu alla fine del 1994 come ospiti davvero speciali degli Suede.
Ecco perché non mi stupisco di come ho prima conosciuto e poi preso a seguire da serio appassionato (non ho un termine migliore) questa band.

 

La messe di stampa (escludendo il settimanale Sounds che non si reperiva) era stata cosi abbondante nel 1991 che io temevo si trattasse di una media hype esasperata come e più dei Sigue Sigue Sputnik, e non c’era modo di controllare (o forse era per me un periodo in cui mi erano sufficienti gli ascolti che già avevo ([4])). Fu così che non comprai tempestivamente i loro primi singoli (mi riferisco ai 3 commercialmente disponibili) e attesi diligentemente l’uscita di Generation Terrorists, album di esordio “e ultimo” che doveva “vendere più di Appetite For Destruction”.

Complice anche il fatto che non arrivò l’edizione limitata in picture CD ([5]) e ciò smorzò l’entusiasmo, ad un ascolto affrettato di questo doppio album ci trovai dentro un suono un po’ alla Hanoi Rocks (almeno non avevo sbagliato il riferimento, sebbene di piccola rilevanza).
Passarono più di dodici mesi e l’illuminazione mi arrivò con un’intervista pubblicata dal Melody Maker letta a New York.

Il resto oggi sembra inevitabile: cominciai con, in versione 12” (la sola esistente in vinile) le copie immacolate ([6]), l’EP di esordio e la prima prova per la Heavenly, innanzitutto, al fine di recuperare una produzione precedente che scoprii essere non un vuoto da colmare per completismo, ma un periodo fondamentale per capire e apprezzare la band.

 

Quindi comprai una fanzine fondamentale, un numero unico: Spitting Glass From Our Mouth (la reperii insieme a molto altro verso giugno 1993 ([7])) e quelle pagine mi spalancarono un mondo (senza Internet si era veramente degli iniziati.) dove tutto pareva unico e già ampiamente consolidato, compreso un secondo album che a me non sembrava poi cosi disprezzabile.

 

C’è un mio post che proprio è negletto ([8]): elenca ed illustra tre persone che hanno scritto, con modi e stili diversi, pagine fondamentali sui MSP: Anthony, Jake e Karen. Poi c’era l’instancabile “archivista” audiovisivo e cartaceo Martin capace anche di ben più potenti alchimie fra umani ([9]).
Immancabilmente chiunque conoscevi che aveva “i Manics” nel cuore era degno di nota, anche chi ti vendeva per mero commercio loro rarità, prop e fanzine (ancora e sempre fanzine).

 

Ne ho viste e vissute di militanze musicali, non ha senso paragonarle fra loro, in quanto quelle che si stagliano come realmente tali non hanno elementi di comparabilità, tranne la lealtà di chi le costituisce e ne è partecipe: solo questo le accomuna.
Ma quella dei Manic Street Preachers stupisce sempre (e ancora) sulla base di un unico dato di riferimento: nelle case di noi tutti, giovani e ribelli del ‘77, borghesi e proletari, ci sono scaffali occupati dai soli libri citati nelle loro canzoni e nelle confezioni (siano esse copertine o libretti) dei loro dischi.
Non sottovalutateci, mai.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Rispettivamente Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols – un 35° poi ... – e The Rolling Stones con la tournée per il cinquantennale l’anno prossimo.
[2] “Effetti collaterali delle expanded edition”.
[3] Meglio di quanto si pensava.
Non discuterò qui il dettaglio delle quattro edizioni e la loro bontà o meno.
[4] Non dimentico, per esempio, che oltre a Siouxsie and the Banshees  c’erano The Creatures, solo per citare gli artisti a me più cari.
[5] Allora non si seppe per quale motivo. In realtà essa uscì solamente quattro mesi dopo, ed allora logiche di banale profitto nazionali (quanti esemplari se ne sarebbero venduti qui da noi?) e di discreto successo dell’album in Gran Bretagna fecero sì che non ne arrivò mai copia in Italia.
[6] A tutta evidenza dimenticate sotto la lettera M di un negozio milanese che non esiste più.
[7] Quando Milano poteva vantare una record fair degna di nota.
[8] Si tratta diNous sommes comme des nains juches sur des épaules de géants (les anciens) …del 13 novembre 2011.
[9] Scusate: strizzo l’occhio a me stesso e a un'altra persona. Ma si tratta di questione privata.

mercoledì 10 ottobre 2012

FRANCIS BACON (o dell’umanità scuoiata)

Catalogo della mostra di Parigi al Gran Palais (1971-72)
 
 
 
 
 

FRANCIS BACON
(o dell’umanità scuoiata)

 

Quando scrivo di persone celebri, più che in altri casi posso solo cercare di offrire un punto di vista degno di considerazione, non necessariamente e totalmente alto ([1]) e di certo frammentario.
D’altra parte, il fra parentesi del titolo di questo post arriva anni dopo ([2]) la canonizzazione di Francis Bacon come “mio” secondo artista contemporaneo ([3]), l’altro artista è Piero Manzoni.

 

Dichiaro anche, e subito, che i due quadri di Jenny Saville scelti come copertine di The Holy Bible e Journal For Plague Lovers dei Manic Street Preachers ([4]), con evidenza devono molto a questo Maestro del ventesimo secolo, un altro (come Oscar Wilde) nato a Dublino ma poi vissuto a Londra ([5]).

 

Il fatto che egli sia uno degli artisti le cui opere sono fra le più quotate (e parliamo di decine di milioni di Euro per un suo quadro) non rende Bacon di per sé grande.
Inoltre, non credo sia possibile identificare solo pochissimi quadri come suoi capolavori, data anche una sua nota abitudine a riprendere certi temi più volte: quali la serie di dipinti su cardinali e papi e le sue crocefissioni (era ateo); ben conosciuta agli appassionati quella, formale più che stilistica, di aver dipinto numerosi trittici e dittici (oltre a una certa ripetitività dei soggetti).
 

Nemmeno la sua dichiarata omosessualità ([6]) può essere una caratteristica da valutare positivamente ad ogni costo, cioè senza altro aggiungere ([7]).

 

E neanche la sua frequentazione di Soho e la sua amicizia con Jeffrey Bernard.

 

Amava la corrida (nei titoli dei quadri “bullfight”), cui dedicò diversi suoi “studi”.



Ma nella sua produzione, anche quantitativamente non avara (pur se distrusse molto di quanto creato agli inizi della sua arte), ciò che si nota è questo rendere le persone non solo come spesso distorte nei visi, ma quasi come se i loro corpi fossero a vivo, cioè appunto scuoiati.

 
Forse quel che più affascina di questo pittore fuori dalla sua opera è l’uso molto accentuato delle fotografie e di materiali stampati in genere, suoi veri strumenti di lavoro (tanto che dei suoi modelli spesso utilizzò fotografie, anche commissionate ad hoc), inclusa la loro degenerazione materiale.
Per vedere un ampio spettro di tutto ciò occorre, anche, conoscere il suo studio di pittore. Sembrerebbe impossibile, se non fosse che il 7 di Reece Mews, a South Kensington, non è solo l’indirizzo di un edificio che anticamente ospitava delle scuderie, ma una sorta di sancta sanctorum (fu anche casa sua dal 1961 al 1992 ([8])) che, anni dopo la morte di Bacon ([9]), è stato trasferito pezzo per pezzo quanto a contenuti presso la Hugh Lane Municipal Gallery della natia Dublin ed è oggetto anche di monografie.

 

Dunque un artista urbano, carnale, e paradossale: dalla sua generosità per tutti in vita (e da qui la scelta di avere un solo erede, il suo ultimo amore, l’analfabeta John Edwards ([10])) alla sua “pubblicità” in quanto esistono molte sue interviste.

 

When I’m dead, put me in a plastic bag and throw me in the gutter” ([11])

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Si può non condividere la frase che funge da sottotitolo di questo blog e che è, curiosamente, fra le più ricordate in riferimento a Bacon.
[2] Dopo la mostra di Milano, a Palazzo Reale, del 2008.
Ho un ricordo completamente distorto di quella mostra: un senso di spaesamento del visitatore che induceva ad una perdita d’intensità delle opere.
Il risultato fu che non comprai il catalogo, bensì acquistai giorni dopo il DVD, fondamentale (ma pare oggi piuttosto costoso), del documentario Bacon’s Arena. In verità, il catalogo (che ora posseggo nella versione meno comune con copertina cartonata) è fatto molto bene, e frammenti del predetto documentario erano proiettati nel corso della mostra.
[3] Che mi pare termine più esatto di “moderno”.
[4] I miei due album preferiti di questo gruppo, ma questo è un altro argomento.
Soprattutto la copertina del primo è non gradevole come spesso sono i quadri di Bacon. Per un riferimento a lui dei Manic Street Preachers si rinvia a “The Everlasting”.
[5] Vogliamo chiamarli Anglo-Irish?
[6] Un’ingenuità in uno dei bonus a Bacon’s Arena è l’affermazione “lo era quando era vietato esserlo”. Non si è omosessuali solo quando è consentito, semmai si dichiarava tale quando era vietato dichiarare proprie pratiche omosessuali.
[7] Diffido di tutto ciò che è smaccatamente corretto: politicamente, sessualmente, nutrizionalmente. Questa correttezza è solo un modo per ribaltare aprioristicamente valori e giudizi.
Ognuno deve decidere da solo.
[8] Pur se negli anni settanta soggiornò molto anche a Parigi.
[9] Il 28 aprile a Madrid, d’infarto dopo breve ricovero in ospedale per una polmonite aggravata. Era nato il 28 ottobre del 1909.
[10] Il pittore soffrì molto quando morì nel 1971 per cause legate ad alcool e stupefacenti  il suo allora compagno George Dyer.
Entrambi sono stati soggetto di quadri del pittore.
[11] Francis Bacon a Ian Board, come citato a pagina 1 della biografia “ufficiale” scritta da Daniel Farson: The Gilded Gutter Life Of Francis Bacon. Molti preferiscono quella di Michael Peppiatt: Francis Bacon: Anatomy of an Enigma.

giovedì 4 ottobre 2012

GRACE JONES (il post punk via Jamaica)


GRACE JONES
(il post punk via Jamaica)

 

Anni di confusione, certo.
Anche anni in cui il danaro era più o meno contato perché eravamo giovani.
Anni in cui “le radio” (cioè le ancora giovani emittenti sulla FM) potevano informare musicalmente ([1]).

 

Rammento che la copia di Nightclubbing (nel 1981) mi costò molto, ma non c’era scelta ([2]).
Mesi dopo, comprai il precedente Warm Leatherette (del 1980)  a Londra.

 

Ecco, noi andavamo avanti anche così: nel cross-over dei formati in pollici (7 e 12) e delle versioni, in cui magari un dub mix era più ortodosso (sic!) di un Tom Moulton Mix, ancorati come ancora eravamo a minutaggi minimi delle registrazioni quasi come garanzia della bontà delle nostre scelte musicali.

 

Cosi quei due album “di” Grace Jones si posero come fondamentali ([3]).

 

Allora si inciampava sulle versioni originali, cosicché senza sue le interpretazioni, quelle di una delle rare, vere, dive della musica contemporanea, si sarebbe persa la matrice di The Normal per “Warm Leatherette” o si sarebbe posticipato – a proprio scapito – un più attento ascolto di The Idiot di Iggy Pop.

 

Opinioni puramente personali, come sempre: andate a scoprire un duo australiano dimenticato quale è Flash and the Pan; e poi davvero preferite la versione di The Pretenders di “Private Life”?

 

Per chi volesse osare fuori da queste direttrici, consiglio di cercare anche le interpretazioni (ambo nelle versioni da sette minuti abbondanti ciascuna) di “la Vie en rose” ([4]) e di “Send In The Clowns” di Miiiss Graaace Jones ([5])!

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2012 Steg, Milano, Italia.
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[1] Rimando al mio recente post dedicato a Leonardo “Leopardo” Re Cecconi.
[2] Il fatto che il New Musical Express lo votò album dell’anno mi pare un buon indice della correttezza della mia scelta.
[3] Rendendo perciò il doppio CD Private Life: The Compass Point Sessions che li racchiude addirittura miliare. 
[4] Anche così si ricorda Edith Piaf.
Penso che Jean Cocteau non mi biasimerebbe troppo.
[5] Che mi fregio di aver ammirato in concerto verso le 03.00 del mattino, il 1° gennaio 1988 al Roseland Ballroom di Manhattan.