"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



mercoledì 26 settembre 2012

IL RITORNO DELL’USSARO BLU (Roger Nimier mezzo secolo dopo)



IL RITORNO DELL’USSARO BLU
(Roger Nimier mezzo secolo dopo)

 

Les gens de droite ne sont pas ceux qui ont choisi d’être de droite : ce sont ceux que la gauche désigne comme étant de droite” (Paul Sérant) ([1])

 

Uno dei miei post meno letti e a cui sono più affezionato è quello su Roger Nimier ([2]).
 

Il 28 settembre 2012 cade il cinquantesimo anniversario della sua morte ([3]).
L’écrivain Roger Nimier s’est tué vendredi soir en voiture, à l’âge de 36 ans, sur l’autoroute de l’ouest. Dans son Aston Martin qui s’est écrasée à très grande vitesse sur le parapet du pont qui enjambe le carrefour des RN 307 et 311, à la Celle Saint Cloud, avait pris place la jeune romancière Sunsiaré de Larcône, 27 ans, qui est morte elle aussi.
La voiture, qui roulait à plus de 150 à l’heure en direction de la province, se trouvait sur la gauche de la chaussée, lorsqu’elle vira brusquement à droite en amorçant un « freinage à mort ». Elle faucha sept énormes bornes de béton avant d’aller s’écraser contre le parapet du pont... Nimier avait eu déjà une Jaguar et une Delahaye. Ses voitures étaient ses jouets préférés. Il en parlait longuement. Il écrivait à leur propos. Dans un de ses livres, il décrit un accident d’auto ([4]).
 

Finalmente dopo mezzo secolo, in Francia viene reso un po’ d’onore in forma diffusa a questo “personaggio” della letteratura dell’esagono: atipico, ma importante ([5]).
Dunque per chi è in grado di leggere il Francese, queste righe potrebbero anche finire qui. I curiosi semplicemente, magari dopo aver scorso il mio scritto precedente in argomento, procederanno con una ricerca in Rete e il gioco è fatto.
 

Preciso che, al momento, non mi risultano “speciali” o dossier su Nimier né nel Magazine Littéraire, né in Lire, cioè nelle due riviste di maggior diffusione oltralpe ([6]).
Ma si sono mossi biografi, amici ed editori, in maniera attenta e ricca ([7]).
A titolo di esempio cito il corposo Cahier n. 99 de L’Herne sotto la cura di Marc Dambre, il volume dell’amico e collega (direttore artistico in Gallimard) Massin ([8]) contenente numerose riproduzioni di appunti disegni e altro di “Roger”, oltre a riedizioni di opere (ed intendo anche articoli) di Nimier da tempo difficilmente disponibili o mai raccolte in volume.
C’è anche un omaggio di una rivista dal titolo ([9]) per lo meno curioso, Bordel, che dedica un suo numero all’intero fenomeno degli “ussari” moderni.

 
L’immagine che accompagna questo post è la locandina di una serie di celebrazioni destinate ad avere come partecipanti, evidentemente, i “non allineati” di varia estrazione, purchè causeurs de problèmes ([10]).
 

Chi volesse avventurarsi in un sito/blog ussaro fin nella grafica, rimando a http://www.terra-ignota.fr/.

 
Per la parte più riflessiva, vi lascio con tre pensieri, in nessun ordine, del sempre contraddittorio letterato.
Mais on n’humilie que ses égaux” (Roger Nimier, Les Épées, 1948).

Il est fréquent d’aimer les abîmes, il est juste de s’y précipiter, mais il est étrange d’accepter d’y descendre lentement, pas à pas, et d’envelopper cette déchéance d’une douceur qui trompe tout le même et soi-même” (Roger Nimier, Les Enfants Tristes, 1951).

Il faut que Dieu nous donne notre part d’impossible, et vite, car nous ne savons pas attendre” (Roger Nimier, tratto dallo scritto di François Bott, Mauvaises fréquentations, del 1992 (Manya)).
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 
© 2012 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – incluso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 

[1] Corsivo in originale. Frase utilizzata come epigrafe del volume di Pol Vandromme, La droite buissonnière del 1960.
I lettori abituali di questo blog ne apprezzeranno valenza ben più ampia, esistenziale piuttosto che politica, oserei dire, di questo quasi aforisma.
[2] Del 24 novembre 2011.
Cui rimando anche per il significato del titolo di questo post.
Preciso, per semplice completezza, che io non ho simpatie monarchiche.
[3] Era nato il 31 ottobre 1925.
[4] Le Journal du Dimanche, 30 septembre 1962.
Qualcuno ipotizzava che guidasse M.lle de Larcône, altri pensavano che egli potesse essersi addirittura suicidato. Oggi, l’amico Massin in un’altra sede – il volume, anch’esso edito a fine settembre 2012, intitolato Roger Nimier, Antoine Blondin, Jacques Laurent et l’Esprit Hussard (a cura di Philippe Barthelet e Pierre-Guillaume de Roux) – dichiara che in effetti era Sunsiaré de Larcône al volante, ma che per motivi di assicurazione l’incidente fu attribuito a Nimier.
Egli condivide il giorno della morte con, fra gli altri, Miles Davis ed Elia Kazan.
[5] Potrei sbagliarmi, ma qualcuno – al di là di un uso del termine con valenza comunque positiva nella stampa musicale francofona – domandò mai a Jacno (nato Denis Quillard il 3 luglio1957, morto il 6 novembre 2009) se si sentisse un po’ “ussaro”? In fondo lui esibiva il giglio bianco e – anche “da punk” – non negava le proprie simpatie per la monarchia (come Nimier).
[6] Di recensioni dovranno essercene per forza, come già capita per le pagine online di Lire-L’Express.
[7] In Italia questo non accade. Pensavo di spezzare in due argomenti questo post, ma poi ho preferito lasciarlo pulito dalla miseria nazionale, letteraria e non.
[8] Semplicemente intitolato Roger (Nimier).
[9] Con un formato “alla albo manga”.
[10] Peculiarità: l’espressione ricorda quella inglese: troublemakers che spesso si riferisce ai giovinastri, ovvero agli upstart.
I “bretteur” sono appassionati di duelli, i “rimeur” sono poetastri (e per traslato buoni a poco in ogni campo).

sabato 22 settembre 2012

SUICIDE: IN ALTRE PAROLE IL DUO REVEGA


SUICIDE: IN ALTRE PAROLE IL DUO REVEGA ([1])

 
Con il mio amico Dxxxxxx c’era una permeabilità sonica: lui, sebbene più giovane di me di qualche pugno di mesi, aveva in casa dischi che io non avevo ([2]), ma nel 1977 e nel 1978 ci si misurava sul presente e non sul passato.
Io e lui eravamo di quelli che andavano a Radio Milano 4 con i dischi, noi i giovani, a ingozzare le fauci di Sine Ulla Intermissione.
Ognuno grato delle scoperte dell’altro o, più semplicemente, delle altrui acquisizioni perché tutto non potevamo comprare.
 
Certo che anche io avevo letto di loro, ma – contrariamente a quanto da un ventennio millantano le penne musicali – loro facevano paura, ed erano anche descritti da taluni come una gimmickry di cattivo gusto (per via del nome).
 
“Quella” sera del 1978, in Via Iommelli, ancora al piano rialzato, probabilmente attraverso una edizione straniera, sono stato introdotto ai Suicide.
 
E quella stessa sera tornai a casa con un nastro del loro primo, eponimo, album. Tardivo eppure angolare come l’unico LP dei Sex Pistols, ma senza nemmeno il beneficio di precedenti singoli che ebbe il quartetto londinese .
 
Ci si sfidava sull’ascolto integrale di “Frankie Teardrop” ([3]), perché se non sei (eri?) giovane e fresco non lo reggi di sicuro.
Ma io ho amato al primo ascolto questo duo oscuro in quanto ero un Marvel reader: la saga si inaugura con “Ghost Rider” e sono io che devo spiegare a Dxxxxxx chi è il motociclista fantasma.
Meno graditi saranno i Suicide all’ortodossia del pubblico di The Clash: troppo punk per i punk?
 
Poi tutto sarà in discesa, oppure in salita, dipende.
La mia prima copia di Suicide è in edizione canadese, fu comprata (dopo cena) in Times Square da Colony; poi la ristampa USA con il flexidisc 10” abbinato; poi finalmente la prima edizione statunitense; quindi il CD con i due album insieme ([4]), etc. - molti etc.
 
Ogni tanto apparivano “dei dischi”, anche se il terzo commercialmente disponibile in realtà è in origine una MC7 (come il quarto): dopo Suicide II ([5]) infatti c’è 1/2 Alive.
Con devozione comprammo le successive prove soliste di Alan Vega e Martin Rev, concedendo al primo delle escursioni in un più tradizionale rock ‘n’ roll e al secondo nel suo amato jazz.
Il mio secondo loro concerto fu a Londra, ad aprire per Siouxsie and the Banshees il 15 dicembre 1988 alla Brixton Academy.
 
Poi, tante altre cose di cui potete leggere, asetticamente, altrove.
Da queste parti invece ci si muove come cheeta urbane, sempre.
 
Chi non possiede i primi due album dei Suicide è uno storpio per sua scelta: dunque nessuna Cripple Nation membership ([6])).
A voi scegliere formati e edizioni, se ci riuscite.
 
 
Il club dei Suicide rimane per nostra fortuna ristretto.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2012 e 2015 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – incluso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 



[1] Revega è il nome-crasi dell’editore musicale di alcune opere dei Suicide.
[2] Qualcuno mai lo avrei avuto, i gusti sono personali. Oggi custodisco taluni suoi vinili (lui sa che sono in eccessivamente buone mani).
[3] Certo ben più radicale di “96 Tears” di ? And The Mysterians.
[4] Per anni mai si pensò a un possibile loro terzo disco di studio.
[5] In realtà album privo di titolo, tuttora.
[6] A buon intenditor …

LA PIZZA AL SAVINI E IL SALMONE IN PIZZERIA (ovvero: con i cattocomunisti del PD non si può più sognare, mentre è meglio continuare a farlo)


LA PIZZA AL SAVINI E IL SALMONE IN PIZZERIA
(ovvero: con i cattocomunisti del PD non si può più sognare,
mentre è meglio continuare a farlo)

 

Non mi riconosco da anni in nessun partito attualmente rappresentato in Parlamento, ma il Partito Democratico mi è particolarmente indigesto ([1]).
 
Un noto cliente del ristorante Savini di Milano ([2]) ordinava pizza per i suoi due giovani figli maschi, accadeva negli scorsi anni novanta.
Alla fine dei precedenti anni settanta nei menu di certe pizzerie milanesi c’erano le penne al salmone: si tentava di uscire dal grigio-piombo della guerriglia urbana, anche se la qualità ittica era molto modesta ([3]).
 
In entrambi i casi, però, si sceglieva (anche se con cattivo gusto, aggiungo io) da soli; si sceglieva anche se e come spendere il proprio danaro.
Mentre l’Occhetto o il Prodi o la Bindi di turno (eventualmente mediante il “braccio” di un Ministro della Salute) ti impongono la mortadella (magra, mi raccomando) o la pasta scotta e ti devi accontentare; così come devi accontentarti e legarti affettivamente con una ragazza senza trucco e non depilata o con un ragazzo che puzza un po’: scout e/o Azione Cattolica e/o sezione di partito, non cambia il risultato, alla fine è il gruppo che sceglie per te.
 
No, non sta scrivendo Daniela Santanchè; sto solamente rivendicando sotto un diverso profilo quella libertà di scelta che mi offrì il punk e non  mi offriva la politica trentacinque anni fa.

 

Se non ve ne siete accorti, da mesi in Italia è vivamente sconsigliato sognare, e anche bere bevande gasate non è una pratica ben accetta. È anche più difficile scegliere fra pizza e salmone.
Colpa della crisi economica, certo, ma tira un’aria di “meglio la mortadella del salmone affumicato perché te lo diciamo noi; così non devi neanche pensare” che non mi piace per niente; se non mi andavano bene, prima del 1977, quelli che mi dicevano “non far politica e pensa alla pastasciutta” non vedo perché dovrebbero andarmi bene i consigli dell’oratorio o della sezione di partito oggi.

 

Siccome la libertà individuale va difesa da ogni attacco, fatevi un esame di coscienza su chi sta decidendo la vostra vita ultimamente.
Fatevelo davanti a del buon salmone affumicato e pasteggiando a champagne o, se non amate il pesce e siete astemi, sostituite con del paté de foie gras (pessimo per il colesterolo, ma decidete voi) e una Coca-Cola.
Perché? Molto semplice: “Bisogna abbandonarsi al lusso. La povertà ha la tendenza a colpire improvvisamente, come l’influenza, per cui è bene avere alcuni bei ricordi da parte per i tempi bui” (Graham Greene, In viaggio con la zia)

 

Liberi di scegliere come vivere e come sognare: and so you’re punk!

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2012 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 



[1] Non mi riferisco a dei singoli: apprezzo i tentativi di Renzi di svecchiare l’apparato, ma fatico a sperare che ci riesca.
[2] Al cui bar che guardava sull’ottagono della Galleria Filippo Tommaso Marinetti e gli altri futuristi bevevano versando nei bicchieri da caraffe d’acqua ghiacciata.
[3] Variante: il travesti delle penne al caviale e vodka: il caviale era lompo, la vodka di infima qualità. 

lunedì 17 settembre 2012

PERLE MEDIATICHE 10 – DA SETTE, DUE IN UN COLPO SOLO


PERLE MEDIATICHE 10 – DA SETTE, DUE IN UN COLPO SOLO

 

Velocemente, perché non c’è molto da dire, precisazioni a parte.
Entrambe le segnalazioni sono da Sette (supplemento del Corriere della Sera) del 14 settembre 2012.

 

Breve articolo dedicato a all’ippogrifo (intitolato “In volo verso la luna”), cioè testualmente un animale “un po’ cavallo e un po’ grifone (cioè avvoltoio)” (pag. 122). Il fotomontaggio che l’accompagna raffigura, però, un’aquila.
Complimenti al responsabile della scelta delle fotografie. Se non fosse che il grifone normalmente è, a sua volta, considerato una creatura con il corpo di leone e la testa e le ali di aquila, ma le cui zampe, anche, si rifanno all’aquila.

 

Due pagine di articolo a firma Umberto Broccoli, nei cui confronti non ho nessun spirito polemico ([1]), dal titolo “Volare lato, veloce, in tv. È l’epoca di Sua Evanescenza”, con ampio dispiego di fotografie, didascalie relative, riferimenti nel testo per “un nuovo duello: Spandau Ballet contro Duran Duran” (pagg. 88 e seguenti): anni di riferimento (fra foto e didascalie riferite alle due compagini artistiche): essenzialmente 1987 e 1988.
Ho provato a fare una ricerca su Internet, giusto per essere sicuro. Ho trovato: “In England in the early ’80s, Duran Duran and Spandau Ballet were rival pop superpowers, the U.S. and Soviet Union of the mascara-and-ruffles set. This clip, from December 28, 1984 …” (tratto da http://popdust.com/2011/01/06/we/).
Nessun album per gli Spandau Ballet negli anni 1987 e 1988. Nessun album per i Duran Duran nel 1987, il loro album Big Thing esce il 18 ottobre 1988.
Ultima precisazione: il libro Sposerò Simon Le Bon è dell’ottobre 1985 quanto a pubblicazione.
Qualche anno di ritardo? Il problema (cioè la perla) si pone in quanto le due band nell’articolo sono contrapposte come “i Beatles e i Rolling Stones”, dunque ancora come fenomeno internazionale, ma in realtà tutto è finito anni prima (forse anche in Italia ([2])) e il riassunto sui new romantic è un poco zoppicante, senza tener conto che esiste un anno abbonante fra l’esordio fonografico degli Spandau Ballet e quello, successivo, dei Duran Duran.

 

No, further, comment.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2012 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – incluso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 



[1] È la seconda volta che lo ospito in questa mia “serie”.
[2] Mi pare che, al solito, sia come quando i genitori si accorgono di quel che i figli giovani fanno; nel frattempo, questi ultimi sono già passati ad altro.

giovedì 13 settembre 2012

LEONARDO “LEOPARDO” RE CECCONI (il Fangio dei D.J. radiofonici)


LEONARDO “LEOPARDO” RE CECCONI
(il Fangio dei D.J. radiofonici)

 

Se come scrive David Bowie il disc jockey è ciò che suona ([1]), allora credo che non poca e sempre crescente sia la frustrazione nelle radio da diversi (troppi) anni.
I D.J. ormai sono diventati tutti (o quasi?) conduttori, e possono quindi ritrovare la loro vera identità solamente se la loro professione la svolgono nei locali pubblici.

 

La figura del disc jockey (letteralmente fantino del disco) ha avuto alti e bassi ([2]) e probabilmente oggi ([3]) salvo per coloro che davvero amano la musica (penso ai club tematici che poi rischiano di ridursi a “recinti culturali”) in Italia essa non è molto considerata; sarà mia opinione personale, ma Bob Sinclair o David Guetta non possono essere paragonati a Carl Craig (tanto per fare il primo nome che mi viene in mente).
Va un po’ meglio all’estero, ed infatti le stelle dei piatti sono quasi sempre degli stranieri (indipendentemente dalla loro qualità).

 

Bene, e allora?
Allora in Italia la radio in FM (non è mai stata MF, anche se per esteso tutti parlavano di modulazione di frequenza) dal 1975 è stata una rivoluzione culturale di non poco conto: oso dire che prima di Internet essa ha sconvolto, in meglio, la vita di molti, soprattutto di teen-ager e giovani in genere.
Un’esplosione sonora che comincia dal nord e che, a parte emittenti di cui nessuno ricorda mai il nome ([4]), è legata a Radio Milano International, con studi e uffici in Via Locatelli ([5]), in poco tempo dotata anche di nickname: “Oneoone” dai 101 (circa) megahertz su cui trasmette(va).

 

La radio è fatta dai suoi disc jockey, che fra gli scaffali dell’archivio cercano cosa “mettere e passare” durante le loro trasmissioni e con il pacco di vinile sottobraccio – quasi tutti 12”, ma anche qualche 7” ([6]) – vanno in studio ([7]).
Non voglio farvi una storia di Oneoone, bensì farvi capire come funzionavano le cose.

 

Fra le grandi voci dei centouno, il gigante (dal 1977) fu sempre e solo una figura più pallida di un coccodrillo albino newyorkese e magra quanto quei rettili leggendari: Leonardo Re Cecconi, a tutti noto come Leopardo e che aveva come personal jingle ovviamente un ruggito. Senza dimenticare il doppio fischio seguito da un “ragazzi!” che lo accompagnava nei suoi intercalare ([8]).

 

A parte il fatto che lui era già incredibile quando trasmetteva il soul, fosse esso di plastica (cioè la disco) o genuino, Leopardo faceva il crossover tentando di allargare i gusti degli ascoltatori.
Ecco che quindi che riesce ad entrare in classifica d’ascolto ([9]) una canzone come “Trans Europe Express” dei Kraftwerk.
Nel 1979-80 fa ben di più: il titolo della trasmissione, pomeridiana, non cambia, ma dentro si permette di inserire “A Forest” di The Cure e anche i Joy Division e, non meno significativo, “A Love Supreme” di John Coltrane.
Nei suoi racconti per gli ascoltatori ci sono anche quelli su WBLS (“In a class by itself”, lo slogan) ovvero la stazione radio più nera di New York City all’epoca.

 

Ecco con Leopardo non si perdeva un minuto, perché tutta la sua trasmissione era uno show.

 

D’accordo, ma che c’entra Fangio?
Juan Manuel Fangio è stato uno dei rari fuoriclasse dell’automobilismo sportivo ([10]) con una peculiarità: era poco “fedele” alle case per cui correva.
Cosi anche Leopardo a un certo punto lascia per la concorrenza e passa a Studio 105: come dire Rivera che passa all’Inter …
 
 
 
Tornerà “a casa” qualche anno dopo, ma ormai è incostante ([11]) e – forse – anche noi non ascoltiamo più la radio come facevamo da ragazzi.
Del resto “le radio” non sono più le stesse, come ho premesso: cominciano ad apparire strane figure di “tecnici” e “responsabili della programmazione”: ovvero il D.J. non va più in archivio a prendere i dischi (o i CD), il D.J. non mette più i dischi sul piatto e i CD sul lettore, il D.J. non abbassa più la testina del braccio e non schiaccia il bottone del laser; da qualche anno ce ne sono anche, di questi che sono solo speaker (cioè letteralmente “parlatori”) che dicono ciò che gli hanno scritto: che tristezza!
 

Leopardo muore di cancro il 22 gennaio 2004, un po’ più che cinquantenne ([12]). Più che la fine di uno stile, sembra la fine di un’epoca intera.



E del ruggente ex studente alla Facoltà d’architettura, leggenda vuole scoperto da Cecchetto, oggi rimane solo qualche “file audio” faticosamente rintracciabile in Internet e delle foto. Un po’ poco, come se non si riuscisse a realizzare una bella compilation, magari un doppio CD, dove far vivere le due sue anime ruggenti: quella più popolare e quella dell’educatore alla buona musica, ovviamente intervallando il tutto con la sua voce.

 

 

                                                                                                                        Steg


 

 
POST SCRIPTUM

Nel novembre 2013 ho trovato, non su You Tube, questa gemma audio: https://soundcloud.com/paoloonline/leopardo-21-11-1979-radio-milano-international . Qui si ruggisce davvero!
 
 


                                                                                                                      Steg

 


 

 

© 2012, 2013 e 2014: Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo –di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.
 



[1]I am a d.j./I am what I play” (David Bowie, “D.J.” contenuta nell’album Lodger).
[2] Considerate quanto è scritto nell’ottimo blog bowiano Pushing Ahead of the Dame intorno a questa canzone e a questo professionista: http://bowiesongs.wordpress.com/category/lodger-1979/.
[3] Per lo ieri prossimo vi rimando al mio post “Out in Clubland Having Fun”.
[4] Un po’ come quei marchi che non superano l’ambito locale, appunto; ma non per questo sono sinonimo di raffinatezza.
[5] Una brevissima strada traversa di quella Via Vittor Pisani dove vengono girati tanti filmati pubblicitari perché probabilmente è l’unica strada italiana a sembrare … non italiana. Del resto amatori e detrattori dicevano che RMI era la radio più americana d’Italia.
Oggi la sede è altrove, e la radio ha anche cambiato nome.
[6] Ovviamente allora si parlava di disco mix, LP e 45 giri.
[7] Grandi arrabbiature quando qualcuno non ha rimesso a posto i dischi.
[8] Ad esempio era uso dire “questi non portano certo scarpette da ballo” (cito verbatim) per annunciare i Van Halen (se ben ricordo).
[9] La trasmissione del sabato diventava “Soul Train Disco Dance” da “Soul Train” che era nei cinque giorni precedenti. Il titolo era un omaggio ad un classico del Philly Sound.
[10] Chiamiamolo Formula Uno per comodità, ma c’erano anche altre corse, come la Carrera Panamericana o la sempiterna 500 miglia di Indianapolis.
[11] Cosciente delle proprie capacità da tempo tende a preferire il “miglior offerente”. È un dato di fatto: del resto la sua presenza è in grado di rendere popolare anche una discoteca.
[12] Verosimilmente la data di nascita corretta è 1 settembre 1953 (e non 1954 come scritto in qualche suo profilo).